Tra le macerie, un fotografo anonimo documentò la vita dei sopravvissuti: donne e bambine in abito tradizionale, con le brocche per l’acqua, raccontano in uno scatto la forza di una comunità ferita.
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I volti non mentono. Le lastre al gelatinobromuro d’argento neanche. In questo frammento di Calabria del settembre 1905, catturato a Luzzi subito dopo che la terra si è divorata case e certezze, donne e bambine posano accanto a una fontana scampata al disastro. Hanno l’abito di “pacchiana” addosso, le gonne pesanti plissettate, la benda bianca in testa. Mantengono una postura eretta, quasi severa. Tra le mani tengono le “quatrelle”, le grandi brocche di terracotta impiegate per attingere l'acqua. Non c’è traccia di commiserazione nei loro sguardi, né la posa posticcia da cartolina folkloristica che tanta fotografia d’epoca ha cucito addosso alle popolazioni del Mezzogiorno. C’è solo la nuda, cruda evidenza della sopravvivenza.
Attorno a loro, macerie. Pietre spaccate, travi spezzate, la polvere di calce che sembra ancora librarsi nell’aria ottocentesca di quella Valle del Crati, prossima a Cosenza, travolta dalla scossa dell’8 settembre. Già, centoventuno anni fa. Eppure, a guardare bene la scena, l'occhio cade su chi sta sopra e dietro quell'allineamento femminile. Si tratta di un ragazzo che si sporge precario da un arco lesionato, quasi a bilanciare la gravità del momento con una curiosità infantile che neanche la distruzione è riuscita a spegnere. Un altro gruppo di uomini, ai margini dell'inquadratura, piega la schiena per rimuovere i macigni a mani nude. È uno spaccato d'osservazione pura. Senza filtri. Senza alcuna concessione al patetismo.
Il buio della notte e la terra che si spezza
La terra tremò alle 2:43 del mattino. Un'esplosione sotterranea di magnitudo 7.1, un cataclisma da decimo o undicesimo grado della scala Mercalli con epicentro fissato nel Tirreno, tra il Golfo di Sant'Eufemia e Capo Vaticano. In pochi secondi il terremoto del 1905 squarciò la regione, spingendo la sua furia distruttiva dal Poverello vibonese fino alle vallate interne del Cosentino. Più di trecento centri abitati vennero devastati, alcuni letteralmente piallati. Vi furono maremoti lungo le coste tirreniche, boati spettrali, costoni di montagna che franarono inghiottendo interi quartieri come ad Aiello Calabro.
Il bilancio ufficiale contò oltre 550 morti, migliaia di feriti e decine di migliaia di persone scaraventate all'addiaccio alla vigilia dell'autunno, con le linee telegrafiche recise e le ferrovie spazzate via. Fu la prima vera grande tragedia dell'Italia del Novecento, un'ecatombe che anticipò il disastro di Messina e Reggio del 1908 e che costrinse il governo Giolitti ad approvare, l'anno seguente, una storica “Legge Speciale per la Calabria” per finanziare baraccopoli e primi interventi infrastrutturali.
Il fotografo senza nome
C’è un enigma dentro questo scatto, ed è forse la parte più affascinante dell'intera vicenda. Chi ha premuto l'otturatore? La scheda di catalogo parla chiaro, con una dicitura asciutta che ha il sapore del mistero archivistico: «Anonimo bolognese».
Sappiamo per certo da dove arrivava. L’Emilia si mosse con rapidità all’indomani della tragedia. Il Comitato Bolognese di Soccorso organizzò e spedì lungo la penisola un convoglio carico di legname, attrezzi, tendopoli e maestranze professionali. Insieme a falegnami, medici e ingegneri, su quel treno diretto al Sud salì anche qualcuno con un apparecchio fotografico a tracolla. Molto probabilmente un fotoamatore colto, forse un iscritto al neonato Circolo Fotografico Bolognese, o magari un tecnico al seguito delle operazioni di prima emergenza. Un uomo che non cercava la firma, né il sensazionalismo da gazzetta illustrata.
Oggi quell’opera d’indagine visiva è custodita nella Collezione Marzio Govoni, sotto forma di due imponenti e strepitosi album d’epoca. Probabilmente, a fogliarli significa fare i conti con un fondo di rara coerenza metodologica. Io ho intercettato quegli scatti in rete. L'anonimo emiliano non si è limitato a catalogare la distruzione edilizia per uso burocratico o periziale. Ha fatto di più. Ha praticato, ante litteram, un'indagine socio-antropologica sul campo. Ha posizionato la macchina ad altezza d'uomo, accettando l'incontro visivo diretto con la comunità colpita.
Oltre il pittorialismo e la retorica del disastro
Ho imparato che l'errore più comune che si commette quando si maneggiano immagini di repertorio legate alle catastrofi dell'Italia pre-industriale è cadere nella trappola del pittorialismo. Si tende a leggere la tragedia attraverso il filtro del pittoresco o, peggio, dell'assistenzialismo paternalista. Il Nord laborioso che scende a salvare il Sud immobile e rassegnato.
Questa fotografia, invece, ribalta completamente lo stereotipo. Le donne di Luzzi non sono comparse passive di un dramma altrui. Sono le custodi della tenuta sociale di un paese sbriciolato. La brocca d'argilla non è un soprammobile folkloristico da mostrare ai turisti della memoria, ma è lo strumento primario per garantire la vita quotidiana quando le condotte sono spezzate e le case non esistono più. La precisione con cui l'obiettivo restituisce i dettagli delle vesti, le cuciture dei grembiuli, le pieghe dei fazzoletti da testa rivela un rispetto scientifico per la dignità del soggetto raffigurato.
Non c’è spazio per le iperboli. Il terremoto del 1905 fu un'ecatombe che spazzò via decine di centri abitati tra il Cosentino e il Vibonese, mietendo centinaia di vittime e spalancando le porte all'ennesima e drammatica ondata migratoria verso le Americhe. La risposta istituzionale fu lenta, farraginosa, spesso inadeguata. Le immagini dell'anonimo bolognese restituiscono questa frattura storica senza bisogno di slogan. Le pietre crollate raccontano la fragilità dell'abitare, mentre i corpi fermi davanti all'obiettivo testimoniano la sola forza reale su cui la comunità poteva fare affidamento nell'immediato. Se stessa.
La lezione dello sguardo d'osservazione
Per chiunque si occupi di visual studies, documentarismo o antropologia della memoria, questi due album della collezione Govoni rappresentano una lezione di metodo etico primario. L'assenza di un nome dell'autore, se da un lato stuzzica il desiderio della ricerca storica e archivistica, dall'altro purifica l'immagine dal peso dell'ingombrante ego dell'artista. Non stiamo guardando "il capolavoro di Tizio", stiamo guardando la Calabria del 1905.
L'atto di fotografare diventa così un gesto d'ascolto. L'operatore emiliano si è messo da parte, ha lasciato che fosse la luce della Valle del Crati a stamparsi sulle lastre, permettendo ai contadini e alle donne di occupare il centro della scena con tutto il peso della loro presenza fisica e culturale. È un cinema del reale congelato in fotogrammi unici.
Guardando oggi il volto serio di quella bambina sulla destra nella foto d'insieme, con le mani intrecciate sul vestito liso e gli occhi piantati dritto dentro la lente, si avverte un senso di sconcertante contemporaneità. Non c'è distanza temporale che tenga. Quello sguardo trapassa il secolo, supera la polvere degli archivi e ci interroga direttamente sulla natura del nostro rapporto con il passato e con i territori fragili dell'interno.
Chiedersi chi fosse quell'anonimo soccorritore partito da Bologna con la passione per la fotografia è un esercizio nobile e doveroso per la storia della storiografia visiva. Ma forse la risposta più vera risiede già tutta dentro quelle inquadrature. Forse era semplicemente un uomo che ha saputo guardare gli altri senza giudicarli, lasciando che fosse la realtà, nella sua tragica e magnifica essenzialità, a parlare da sola.
*Documentarista


