Dal carovita alla scuola, dai salari alla precarietà: migliaia di ragazzi chiedono risposte, ma devastazioni e guerriglia finiscono per oscurare le loro rivendicazioni. Le istituzioni devono isolare i violenti senza ignorare il disagio sociale
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Sabato pomeriggio piazza del Duomo, a Milano, è diventata un campo di battaglia. Il corteo di «Italia in piazza» contro il carovita aveva portato in centro qualche migliaio di persone, in gran parte giovani. Poi gruppi di incappucciati hanno cominciato a lanciare pietre, transenne ed estintori contro la polizia. Hanno incendiato rifiuti, sfondato vetrine e saccheggiato un negozio. Il bilancio è di una cinquantina di fermati, metà dei quali minorenni, e decine di feriti. Tensioni anche a Torino e Bologna.
La sera, nei telegiornali, di quel corteo restavano solo i fumogeni e le vetrine in frantumi. Ed è questo il primo, enorme danno della guerriglia: cancella le ragioni di chi era in piazza. Quei ragazzi chiedevano un mondo diverso. Chiedevano una scuola su cui si torni a investire, stipendi che bastino ad arrivare a fine mese, una società più giusta che non li costringa a scegliere tra precarietà ed emigrazione. Sono richieste serie, che meritano ascolto e risposte. Chi ha devastato il centro di Milano le ha seppellite sotto le macerie.
Lo stesso copione si è ripetuto in mezza Europa. In Francia, tra cinquecentocinquantamila e ottocentomila persone hanno sfilato pacificamente contro il carovita, nella mobilitazione nata un mese fa dagli studenti. Ma le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono altre: il municipio di Limoges in fiamme, la Borsa di Bordeaux devastata, gli assalti ai municipi di Marsiglia e Lille. Il governo conta 1.200 fermi e 150 agenti feriti. Scontri anche a Bruxelles e Liegi. In Albania gli studenti sono scesi in piazza martedì per chiedere un'istruzione pubblica di qualità e tasse universitarie sostenibili. Si sono uniti a un movimento che per mesi aveva protestato pacificamente contro un resort di lusso in un'area protetta, legato al genero di Donald Trump. Cinque giorni dopo si contano banche ed edifici pubblici incendiati, negozi distrutti e oltre mille arresti.
Le cause del malessere sono reali. Il sociologo Jérôme Fourquet, dell'Ifop, spiega che in Francia si è rotto il patto tra generazioni: per anni si è privilegiata la spesa per le pensioni rispetto all'istruzione, e la rabbia dei ragazzi nasce anche da lì. È una diagnosi che vale anche per l'Italia. Secondo Eurostat il nostro Paese destina all'istruzione circa il 4% del Pil, contro una media europea del 4,7%: siamo tra gli ultimi dell'Unione, davanti soltanto a Romania e Irlanda.
C'è però una domanda che non si può evitare: chi c'è davvero dietro le violenze? A Milano sono stati gli stessi manifestanti a denunciare l'arrivo di gruppi esterni, organizzati, che con il corteo non avevano nulla a che fare. In Francia le autorità parlano di centinaia di black bloc e di azioni mirate. In Albania la polizia sostiene che tra i fermati gli studenti siano pochi, e sospetta che alcuni minorenni siano stati mandati in prima linea con fini premeditati. Il premier Rama è arrivato a evocare una «mano straniera». Sono ipotesi da verificare con le indagini, non sentenze. Ma lo schema si ripete troppo uguale, in troppi Paesi nello stesso momento, per essere liquidato come un caso. È lecito chiedersi se qualcuno abbia interesse a trasformare una protesta legittima in un problema di ordine pubblico. Che si tratti di frange organizzate o di gruppi che agiscono su mandato, il risultato è lo stesso: le ragioni dei giovani spariscono, e resta solo la paura.
Oltreoceano, gli Stati Uniti mostrano l'altra faccia dello stesso problema. L'8 ottobre, a New York, un agente dell'ICE, la polizia federale anti-immigrazione, ha sparato e ferito un uomo durante un arresto, scatenando proteste e scontri. A gennaio, a Minneapolis, l'uccisione di Renee Good da parte di un agente federale aveva portato in piazza decine di migliaia di persone in tutto il Paese. Lì la rabbia nasce dall'uso sproporzionato della forza da parte dello Stato. La lezione vale ovunque: il rispetto delle regole è un dovere per chi manifesta e per chi esercita la forza in nome della legge. Quando una parte lo rompe, l'altra trova il suo alibi, e la spirale si avvita.
Per questo, la condanna dei violenti deve essere netta, senza ambiguità. Chi sfascia la bottega di un commerciante non combatte alcuna battaglia di civiltà: compie un atto vile e criminale. Ogni vetrina rotta regala ai governi il pretesto per parlare di sicurezza e repressione invece che di scuola, salari e giustizia sociale. Le istituzioni, dal canto loro, hanno il dovere di distinguere: isolare e perseguire i violenti, e ascoltare i tanti che protestano a viso scoperto. Una generazione che chiede un mondo più giusto non va trattata come un problema di ordine pubblico.
A chi ha devastato le nostre piazze va detta una cosa sola: vergognatevi. Così non salverete nessuno, e state rubando la voce a chi aveva qualcosa da dire. Perché questi ragazzi hanno molto da dire. Noi adulti stiamo consegnando alle nuove generazioni un mondo in fiamme: guerre sanguinose ovunque, i deliri di Trump, l'immane tragedia di Gaza, la violenza neo-imperiale di Putin, l'arroganza dei potenti che decidono il destino di interi popoli. Da tutto questo i nostri ragazzi vogliono liberarsi. La stragrande maggioranza di loro detesta l'odio, le guerre e il sangue che hanno accompagnato tutta la loro giovinezza. Chiedono un mondo più giusto, più libero, più pacifico. Ed è proprio per questo che chi spacca vetrine e incendia le città li tradisce due volte: perché ne copre la voce, e perché porta nelle nostre strade la stessa logica della violenza che loro rifiutano.

