Con Governare insieme, Francesco Lo Giudice, già sindaco di Bisignano, propone una riflessione sul presente e sul futuro dell’Italia, partendo dall’esperienza amministrativa e da un’analisi sociologica dei grandi cambiamenti che attraversano il Paese. Spopolamento, crisi della politica, autonomia differenziata, PNRR, turismo delle radici, innovazione tecnologica: sono alcuni dei temi affrontati nel volume, accomunati da un’idea di fondo. Lo sviluppo non si costruisce per decreto, ma nasce dalla capacità di fare rete, rafforzare le comunità e restituire fiducia ai cittadini. Un libro che invita a ripensare il ruolo delle istituzioni locali come protagoniste della rinascita del Mezzogiorno.

Nel libro lei sostiene che lo sviluppo si costruisce “dal basso e dall’interno”. In un’Italia segnata da spopolamento e sfiducia, quali sono oggi le condizioni indispensabili per riattivare questo processo?
«Lo spopolamento dei borghi e la crescente sfiducia nelle istituzioni non sono fenomeni improvvisi, ma il risultato di processi maturati nel tempo. Per invertire questa tendenza occorre ricostruire il rapporto tra cittadini, territorio e politica, restituendo valore alla partecipazione, alla cura dei luoghi e alla responsabilità civica. Lo sviluppo nasce quando i segnali di cambiamento vengono tradotti in riforme e politiche capaci di rispondere ai bisogni reali delle comunità».

Quanto ha influito la sua esperienza da sindaco di Bisignano nella visione che emerge dal libro?
«Profondamente. Fare il sindaco significa misurarsi ogni giorno con i problemi concreti delle persone e comprendere quanto sia difficile trasformare le idee in risultati. L’esperienza amministrativa mi ha insegnato che il vero limite non è soltanto la scarsità di risorse, ma la difficoltà di costruire collaborazione. Oggi troppo spesso prevalgono interessi particolari e divisioni, mentre lo sviluppo richiede capacità di fare squadra, idee e una visione condivisa del bene comune».

Lei parla della crescente solitudine dei sindaci e della crisi dei partiti. Cosa manca oggi nel rapporto tra politica nazionale e amministrazioni locali?
«Manca una politica capace di ricostruire fiducia e coesione. I partiti hanno progressivamente perso radicamento e capacità di collegare centro e periferie, lasciando spesso i sindaci soli nell’affrontare problemi sempre più complessi. Servono istituzioni che tornino a dialogare tra loro e con i cittadini, valorizzando il principio di collaborazione tra tutti i livelli dello Stato».

Dopo il PNRR, i Comuni sono davvero nelle condizioni di progettare il futuro?
«Il PNRR ha rappresentato un’opportunità straordinaria, ma non ha risolto le debolezze strutturali della pubblica amministrazione. Molti Comuni hanno ricevuto risorse senza avere personale, competenze tecniche e strumenti adeguati per utilizzarle al meglio. Oltre ai finanziamenti servono una vera semplificazione amministrativa, il rafforzamento degli organici e una maggiore capacità di programmare lo sviluppo partendo dalle esigenze dei territori».

L’autonomia differenziata rappresenta un rischio concreto per il Mezzogiorno?
«Credo di sì. Un Paese si rafforza sostenendo le sue aree più fragili, non accentuando i divari. Il Sud rappresenta una grande opportunità per l’Italia, anche per la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Una classe dirigente lungimirante dovrebbe investire sulla crescita del Mezzogiorno come leva per lo sviluppo dell’intero Paese».

Il turismo delle radici può diventare un motore di sviluppo?
«Assolutamente sì, ma a condizione che i Comuni lavorino insieme e che la Regione assuma un ruolo di coordinamento. Il turismo delle radici non è soltanto un segmento turistico: può diventare uno strumento per attrarre investimenti, recuperare i borghi, rafforzare l’identità delle comunità e contrastare lo spopolamento. Fare rete è la vera chiave per trasformare questa opportunità in sviluppo stabile».

La crescente disaffezione verso la politica è una crisi della rappresentanza o della partecipazione?
«È entrambe le cose, ma nasce soprattutto da una crisi di valori. La politica ha progressivamente perso autorevolezza e capacità di interpretare i cambiamenti della società. Oggi molti cittadini ripongono più fiducia nell’associazionismo che nei partiti. Per invertire la rotta occorre ricostruire credibilità, partecipazione e senso di comunità».

Quali opportunità offre l’intelligenza artificiale ai piccoli Comuni?
«L’intelligenza artificiale può rendere più efficienti i servizi pubblici, migliorare la gestione del territorio e sostenere la programmazione amministrativa. Ma perché questo accada bisogna investire in infrastrutture digitali e competenze, evitando nuovi divari tra territori. La tecnologia deve aiutare chi governa, senza mai sostituire la responsabilità delle decisioni politiche».

Guardando alla Calabria e al Mezzogiorno, quali sono le tre priorità dei prossimi dieci anni?
«La prima è fermare il declino demografico, creando condizioni che permettano ai giovani di restare o tornare. La seconda è costruire una pubblica amministrazione moderna, efficiente e capace di utilizzare bene le risorse disponibili. La terza è valorizzare il capitale umano e le grandi risorse identitarie del Sud, trasformandole in opportunità di sviluppo. In fondo, tutto passa dalla capacità di prendersi cura del territorio e delle comunità».

Qual è la lezione più importante che le ha lasciato l’esperienza da sindaco sul significato di “governare insieme”?
«Ho imparato che amministrare non significa soltanto realizzare opere, ma creare relazioni e costruire collaborazione. Nessuna istituzione può affrontare da sola le sfide di oggi. Governare insieme significa mettere nelle condizioni cittadini, associazioni e istituzioni di lavorare per obiettivi comuni, trasformando la fiducia reciproca nel vero motore dello sviluppo e della democrazia».