È nascosto nelle profondità del Tirreno meridionale, lontano dagli occhi e dalle coste, ma le sue dimensioni sono tali da renderlo uno dei giganti geologici del Mediterraneo. Il Marsili, il più grande vulcano sottomarino d'Europa, è tornato al centro dell'attenzione dopo la sequenza di terremoti registrata nei giorni scorsi al largo delle Eolie, culminata nella scossa più forte poco dopo mezzogiorno di lunedì 23 ottobre e nell'emissione di un'allerta tsunami di livello arancione.

Tra gli eventi sismici e il vulcano, tuttavia, gli esperti non hanno individuato alcun collegamento. La riaccensione dei riflettori sul Marsili ha comunque riportato alla luce una domanda che riguarda da vicino anche le coste calabresi: quali conseguenze potrebbe avere un'eventuale eruzione del gigantesco apparato vulcanico che si trova nel cuore del Tirreno?

A Fanpage.it il geologo Mario Tozzi, primo ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche e divulgatore scientifico, ha illustrato le caratteristiche del vulcano e gli scenari che potrebbero verificarsi. La sua valutazione è netta: il rischio più significativo non sarebbe rappresentato dalla lava, ma dagli tsunami che potrebbero essere innescati da grandi frane sottomarine o dal collasso della struttura vulcanica.

Il Marsili, un gigante lungo 60 chilometri nel Tirreno meridionale

Il Marsili è un vulcano attivo che si trova nel basso Tirreno e fa parte di un sistema di strutture vulcaniche sottomarine. Nella stessa area si trovano il Vavilov e la catena del Palinuro, testimonianze di un'attività geologica che racconta la trasformazione ancora in corso del bacino tirrenico.

Le dimensioni del Marsili sono imponenti: l'asse maggiore raggiunge circa 60 chilometri, mentre la struttura si innalza per quasi 2.000 metri rispetto al fondale circostante. Sulle sue pendici si contano inoltre numerosi coni vulcanici minori, circa 80 secondo le ricostruzioni citate nell'intervista.

«Il Tirreno è un bacino che si sta aprendo, un mare che si sta formando dal punto di vista geologico», spiega Tozzi. Un processo che potrebbe portare, su tempi lunghissimi, alla formazione di un vero e proprio bacino oceanico. Nel sottosuolo risalgono infatti magmi che contribuiscono alla produzione di nuova crosta, attraverso fratture della crosta terrestre e strutture vulcaniche come il Marsili. La formazione del Tirreno, ricorda il geologo, è iniziata circa dieci milioni di anni fa.

Perché il pericolo maggiore sono i mega tsunami

Non esistono testimonianze storiche dirette di eruzioni del Marsili osservate dall'uomo. Le evidenze geologiche e stratigrafiche, però, indicano che si tratta di un vulcano attivo. E proprio la sua natura rende necessario interrogarsi sulle conseguenze di una possibile ripresa dell'attività.

Secondo Tozzi, lo scenario più preoccupante è quello di uno tsunami generato da una grande frana sottomarina o dal collasso dell'edificio vulcanico. Un'eruzione particolarmente importante potrebbe svuotare parzialmente la camera magmatica, favorendo la formazione di una caldera e il conseguente sprofondamento di una parte della struttura.

Il geologo richiama il precedente di Santorini, dove nella storia del vulcano si è verificato un collasso di grandi dimensioni. Nel caso del Marsili, però, la struttura è interamente sommersa. È da questa dinamica che potrebbe nascere uno tsunami di proporzioni eccezionali.

«Gli tsunami possono avere origini diverse», osserva Tozzi. Quelli provocati dai terremoti, spiega, possono generare onde meno alte rispetto a quelle associate a fenomeni vulcanici o a grandi frane sottomarine. In scenari estremi, il geologo cita la possibilità di onde alte anche 100 o 200 metri. Si tratta di ipotesi riferite a eventi eccezionali, non di una previsione su ciò che accadrà nel Tirreno.

Le coste della Calabria e il rischio legato al vulcano sommerso

La posizione del Marsili, nel Tirreno meridionale, rende inevitabile guardare anche alle possibili conseguenze per le regioni che si affacciano su questo tratto di mare. La Calabria, con le sue lunghe coste tirreniche, rientra tra i territori per i quali il tema della prevenzione e della conoscenza dei rischi marini assume particolare rilevanza.

Questo non significa che un'eruzione sia imminente né che esista un allarme in corso. Le scosse registrate al largo delle Eolie, come detto, non sono state messe in relazione con l'attività del Marsili. Il punto è un altro: la presenza di un grande vulcano attivo sul fondale impone di conoscere i meccanismi attraverso i quali un evento geologico estremo potrebbe produrre conseguenze anche a distanza.

Il Marsili è monitorato: nessuna previsione sui tempi di una nuova eruzione

Il vulcano viene sorvegliato, anche se non con la stessa intensità riservata a strutture come i Campi Flegrei o il Vesuvio. Tozzi lo definisce comunque «abbastanza sotto controllo»: eventuali movimenti significativi del fondale o accumuli di materiale capaci di modificarne l'altezza potrebbero essere individuati.

Non ci sono, invece, elementi che consentano di stabilire quando potrebbe verificarsi una nuova eruzione. «Nessuno può dire se il Marsili erutterà tra un anno, tra dieci anni o tra due secoli», afferma il geologo. E aggiunge: «L'unica cosa che possiamo affermare con certezza è che, trattandosi di un vulcano attivo, prima o poi tornerà a eruttare».

Una prospettiva collocata su tempi imprevedibili, che non va confusa con la previsione di un evento imminente. Ma che restituisce la misura di un fenomeno geologico da non sottovalutare: sotto la superficie del Tirreno si muove un sistema ancora attivo e, nel caso del Marsili, il problema più serio potrebbe non essere ciò che emerge dal vulcano, ma ciò che potrebbe franare sul fondo del mare.