Ha lasciato Torino e la cattedra per tornare in Sila. Il suo nome social dice tutto della sua passione per i viaggi. Ora il giovane e dinamico influencer, “giramondo” e creator sangiovannese lancia un appello a una politica locale ostaggio della guerra fra i gruppi politici. Il post corre sul web, ma in città rischia di cadere nel vuoto.

Ci sono voluti tre "TUTTI" in maiuscolo, e forse non bastano. Li ha scritti Stefano Straface, per tutti "Stefano in tour". Il nome d’arte che si è scelto è già un programma: valigia sempre pronta, tre o quattro Paesi l'anno, dalla Finlandia al Marocco, fino al viaggio tra Messico e Cuba. Qualche anno fa ha lasciato Torino e l'insegnamento per tornare nella sua adorata Sila. Da allora ha inventato feste per le estati calabresi, ha lanciato il format Aperintour e porta in giro per il mondo, nei suoi video, le bellezze della Calabria. Ha visto molti posti. Ma uno così lacerato, a quanto pare, mai.

«Cerchiamo di remare tutti nella stessa direzione. TUTTI! Lo ribadisco: TUTTI! E se non fosse ancora chiaro, lo ripeto: TUTTI!» Poi la sintesi in dialetto, più efficace di qualunque comunicato: «È conzatu nu casinu». È tutto un caos.

Il teatrino dei meriti

Stefano non fa nomi di partito. Mette in scena la commedia che i sangiovannesi vedono ogni giorno: «Se non ci fosse stato Caio, questo paese sarebbe morto! Se non ci fosse stato Sempronio, saremmo già alla frutta! Io ho realizzato dieci opere, Caio soltanto cinque! Sì, ma quando c'era Sempronio non si faceva niente!». Poi la sferzata: «Sembrate ragazzini delle scuole medie che fanno a gara a chi è più bravo. E invece siete adulti che parlano di politica. O meglio, che dovrebbero parlarne».

Segue un ripasso di educazione civica, per chi l'avesse dimenticata. La politica, ricorda, è occuparsi dei problemi della comunità, ascoltare i cittadini, trovare soluzioni per il bene comune. È proprio ciò che sparisce ogni volta dietro la gara a chi ha fatto di più. «ORA BASTA! SIAMO ESAUSTI!»

«I giovani sinne fujiru TUTTI»

Il passaggio più amaro è in sangiovannese: «Io viru nu paise spaccatu e li giovani sinne fujiru TUTTI. TUTTI avimu e curpe nostre e TUTTI potimu fare e chiù. Destra, manca, centro, civici, spontanei, bielli, brutti e sellariani». Vedo un paese spaccato, i giovani se ne sono andati tutti, le colpe sono di tutti e tutti possiamo fare di più. Poi l'invito finale: «Jungitive ca siti TUTTI e core e circati a jungere a TUTTI».

C'è anche un post scriptum che fa sorridere: «Scrivu in dialettu ca si scrivu in italianu ve pensati ca me scrive ChatGPT». Quando la sincerità va certificata in vernacolo.

Dalla profezia di Gioacchino alla rissa in aula

A rendere tutto più amaro è la statura del paese di cui si parla. San Giovanni in Fiore è la città di Gioacchino da Fiore, l'abate che nel 1188 fondò qui l'Abbazia Florense. Fu uno dei più grandi pensatori e profeti della storia dell'Occidente, ancora oggi studiato nelle università di mezzo mondo. Dante lo collocò in Paradiso come «il calavrese abate Giovacchino / di spirito profetico dotato».

Ed è stata, per decenni, una città di grande politica: un laboratorio di partecipazione e di lotte sociali, capace di esprimere dirigenti di rilievo regionale e nazionale, fino alla presidenza della Regione e della Provincia e a seggi in Parlamento. Una città di grande emigrazione, un centro che in Sila ha sempre fatto della politica una cosa seria, riuscendo a costruire, con forti lotte sindacali, un futuro per i suoi abitanti: un tempo oltre 20 mila, oggi in forte e inarrestabile calo. Dalla profezia dell'abate alla gara a chi ha fatto di peggio, il passo indietro è vistoso. E nessuno prova più a dialogare: l'imperativo è la rissa quotidiana.

L'anatra zoppa e il conto da pagare

Dietro l'ironia e l'amarezza di un giovane brillante come Stefano, c'è una crisi vera. Drammatica. Il ballottaggio ha consegnato la fascia al sindaco civico Antonio Barile, ma il consiglio comunale è in mano al centrodestra del cosentino Marco Ambrogio, marito della sangiovannese Rosaria Succurro, che ha guidato il Comune nel mandato precedente. Siamo nel pieno di un'anatra zoppa che lo stesso Ambrogio, la sera della sconfitta nella corsa a sindaco, aveva descritto senza giri di parole: non c'è governabilità, si tornerà presto al voto. Da allora i consigli comunali sono un campo minato, tra denunce, risse sfiorate e il braccio di ferro sui conti, con il fantasma del dissesto milionario che torna ad agitarsi. Le tifoserie impazzano, il confronto ha lasciato il posto allo scontro. All'orizzonte ci sono dimissioni e nuove elezioni.

Intanto il conto lo paga la città di Gioacchino. Lo pagano in giovani che partono, in servizi che si fermano e nell'immagine di un centro conosciuto nel mondo per il suo abate e oggi in cronaca per liti furibonde in cui tutti giocano a chi sfascia di più. Dalla ‘capitale della Sila’ alla capitale della rissa è stato un passo doloroso che ha macchiato la storia di una città che ha sempre combattuto battaglie civili di grande valore.

L'appello di Stefano Straface, che ha un seguito notevole tra i giovani della città, fa il giro dei social, tra condivisioni e applausi. Il rischio è che diventi l'ennesimo "bravo Stefano", mentre in aula si ricomincia a contare chi ha fatto dieci opere e chi cinque. Gioacchino annunciava l'avvento di una nuova età dello spirito. A San Giovanni, per ora, basterebbe un consiglio comunale che arrivi alla fine senza urla e senza risse. "Stefano in tour" ha girato il mondo ed è tornato. Molti suoi coetanei, invece, sono già partiti e non hanno intenzione di rientrare. Mentre la città si sta svuotando sempre più. Ma agli attuali dirigenti politici la cosa non sembra preoccupare molto.