L’ex sindaco presiede dal 2019 l’associazione “Don Vincenzo Matrangolo” che in quindici anni ha accolto quattromila persone provenienti da quattro continenti diversi: «L’otto agosto di 35 anni fa la nave albanese Vlora attraccava nel porto di Bari con il suo carico di disperati, io ero lì e capii che quella sarebbe stata la missione della mia vita»
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“Ai bambini nati e arrivati in Italia, che aspettano di essere chiamati cittadini. Alle persone morte e disperse in mare, che aspettano di essere chiamate per nome”. È con questa dedica che si apre il libro-intervista “Sono un arbëresh” che il giornalista Francesco Donnici ha dedicato all’ex sindaco di Acquaformosa Giovanni Manoccio.
Quasi mezzo secolo di impegno politico e sociale che, negli ultimi decenni, ha trasformato il piccolo comune di origini albanesi, in terra di incontro tra i popoli. «La mia famiglia possedeva una putiga, una piccola bottega di alimentari, nel cuore del borgo antico di Acquaformosa. La libretta si trovava dietro al bancone di mia madre, che in quel “libro nero” segnava nomi e cognomi dei debitori. Non avrebbe mai negato ad alcuno di fare la spesa, anche se non tutti potevano permetterselo. Questo è il mio primo ricordo di sofferenza verso le ingiustizie sociali», racconta Manoccio nelle prime pagine del libro.
Bari 8 agosto 1991. Nel porto di Durazzo in Albania, la nave “Vlora” viene presa d’assalto da migliaia di persone che costringono il comandante a fare rotta verso l’Italia. Esattamente trentacinque anni dopo, Giovanni Manoccio rievoca quei giorni: «Appresa la notizia, mi misi subito in macchina diretto a Bari. Al mio arrivo in porto, vidi le persone gettarsi in mare da altezze impressionanti. Quell’evento ha costituito il germe della narrazione tossica delle migrazioni. In passato, erano gli albanesi, gli slavi e le popolazioni dell’Est. Oggi, invece, vengono prese di mira le persone che partono dall’Africa e dall’Asia».
“Qui nessuno è straniero” recita il cartello posto all’ingresso di Acquaformosa, di cui Giovanni Manoccio diventa sindaco nel 2004: «Esiste un solo diritto di cittadinanza - rivendica - ed è lo Ius Vivendi».
Nel 2010 nasce ad Acquaformosa l’associazione “Don Vincenzo Matrangolo” che, sull’esempio de “La Kasbah” di Cosenza, si prefigge l’obiettivo di realizzare un sistema di accoglienza diffusa: «Il primo progetto Sprar venne attivato dal Comune nel gennaio 2011, con l’arrivo delle prime due famiglie provenienti dall’Armenia. Gli appartamenti, uno per famiglia, erano stati ricavati dalla riqualificazione di un vecchio asilo dismesso.
La terza famiglia, di origini africane, arrivò ad Acquaformosa qualche mese dopo». Larry, Blessing e il piccolo Davide, dopo essere partiti dalla Nigeria, avevano trovato ospitalità, per qualche mese, a Stigliano, piccolo paese in provincia di Reggio Calabria. La nuova amministrazione comunale (di centrodestra) decide però di chiudere il progetto di accoglienza e loro si trovano, da un giorno all’altro, a vivere in un magazzino.
«A ottobre, il parroco di Stignano mi telefonò, implorandomi di aiutarli, e l’indomani Vincenzo e Antonello, operatori dell’associazione “Don Vincenzo Matrangolo”, partirono a bordo dello scuolabus del Comune per andare a prenderli. Qualche settimana dopo, Blessing diede alla luce il suo bambino all’ospedale di Castrovillari e, quando andai a trovarli, scoprii che la madre aveva deciso di dargli il mio nome in segno di riconoscenza».
Il 2011 è l’anno in cui il Governo nazionale vara il “Piano di emergenza Nord Africa”, per far fronte agli imponenti flussi migratori provenienti da Libia e Siria: 25mila rifugiati da suddividere sul territorio italiano: «Dal momento che la Protezione civile non disponeva di strutture per l’accoglienza e la tutela socio-sanitaria, la distribuzione avvenne attraverso enti gestori convenzionati».
Da subito però Manoccio si rende conto che il sistema presenta delle grosse falle: «Gli accordi non richiedevano gare ad evidenza pubblica, e non erano previste forme di monitoraggio dell’attuazione del piano. I controlli venivano svolti in maniera approssimativa, e questo impattava sulla qualità dei servizi offerti. C’erano casi in cui cooperative con sede a Reggio Calabria gestivano migranti collocati a Rogliano».
Il Comune di Acquaformosa propone alla Protezione Civile di ospitare quindici persone subito: «La prima e unica famiglia – continua Manoccio – arrivò nel mese di agosto. Era composta da moglie, marito e tre figli. Gli altri dieci posti rimasero vacanti. Che quel sistema avesse degli aspetti paradossali, lo scoprimmo all’arrivo dei primi fondi. La liquidazione corrisposta era molto più alta, perché calcolata sui posti messi a disposizione, che erano quindici, appunto, e non su quelli realmente occupati, pari invece a cinque. Pensai subito che potesse esserci stato qualche errore, e telefonai alla Protezione Civile, per avvisare della potenziale svista. “Nessuna svista”, mi rispose il funzionario. Per i cinque posti occupati veniva corrisposto un gettone di 46 euro al giorno, mentre per i restanti posti rimasti liberi venivano erogati otto euro al giorno».
Il sindaco Manoccio decide così di rispedire al mittente quei fondi, perché è convinto di non averne diritto: «Il giorno dopo ricevetti la chiamata dall’allora direttore generale della Protezione civile, che mi disse ”Mi faccia capire, le stiamo dando dei soldi e lei rinuncia? Così manda in tilt l’intero sistema”».
Gli avvenimenti successivi confermano che il sindaco di Acquaformosa ci aveva visto giusto: «Le sovrafatturazioni, gli affidamenti senza gara e le condizioni in cui i migranti venivano accolti finirono al centro di alcune inchieste, che coinvolsero anche la nostra associazione».
Il procedimento penale viene archiviato quasi subito, ma la Corte dei Conti quantifica un danno erariale pari a cinque milioni di euro: «Nel rifiutare quelle somme ero stato lungimirante. Nel nostro caso, a differenza che per i Comuni di Riace e Caulonia, il presunto danno erariale fu calcolato in appena ventimila euro». Una vicenda giudiziaria durata dieci anni, conclusasi soltanto ieri con l’assoluzione che, in appello, ha riformato integralmente la sentenza contabile di primo grado: «Sono felice - dichiara con sollievo Manoccio - perché finalmente è stata scritta la verità su una vicenda tanto assurda».
Nel frattempo, le inchieste della magistratura non fermano il cammino dell’associazione “Don Vincenzo Matrangolo”, e nel 2012 esordisce ad Acquaformosa il “Festival delle Migrazioni”: «Se volessi semplificare, direi che il nostro festival è nato proprio grazie al Piano di emergenza “Nord Africa”. L’anno successivo riuscimmo ad avere la presenza ad Acquaformosa dell’allora ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge. Al suo arrivo, ad attenderla c’eravamo io e Giovannino, che indossava una fascia tricolore realizzata su misura. Appena lo vide, Kyenge lo prese in braccio, e quella divenne sin da subito l’immagine simbolo di un giorno indimenticabile per la nostra comunità».
Il 3 ottobre 2013, a Lampedusa 368 migranti perdono la vita a causa di un incendio divampato sul peschereccio partito dalla Libia: «Il giorno dopo ricevetti la telefonata del vescovo di Agrigento, monsignor Franco Montenegro, che mi chiedeva di accogliere alcune donne eritree scampate al naufragio. Avevamo a disposizione alcuni appartamenti, tra cui quelli destinati al Piano “Nord Africa”, rimasti vuoti. La voce della presenza ad Acquaformosa di quelle donne si sparse per tutto il circondario, e molti vennero a manifestare affetto e vicinanza in occasione della commemorazione dei migranti morti in mare che organizzammo per le vie del paese».
Sono trascorsi tredici anni da allora. In mezzo, la tragedia di Steccato di Cutro, con i suoi 98 migranti morti nel tentativo di raggiungere le coste italiane a bordo del caicco “Summer Love”, affondato a pochi metri dalla riva: «Si è trattato - dice senza mezzi termini Manoccio - di un vero e proprio assassinio di Stato, perché chi aveva la responsabilità di intervenire, non lo ha fatto. L’empatia provocata dalle immagini dei feretri disposti al Palamilone ci ha pervasi, ma non è durata. All’inizio del 2026, mentre il ministro dell’Interno Piantedosi annunciava orgoglioso di “aver ridotto gli sbarchi”, circa quattrocento persone risultavano disperse in mare, lungo la rotta che avrebbe potuto portarle in Italia».
In quindici anni di attività, l’associazione “Don Vincenzo Matrangolo” ha accolto quattromila persone: centosettanta culture diverse, cinquantacinque nazioni e quattro continenti: «Manca soltanto l’Oceania - profetizza Manoccio - ma sono sicuro che, a causa dei cambiamenti climatici in atto, prima o poi anche da quelle lontane terre avranno inizio nuovi flussi migratori».





