Arrivano a Milano 500 militari in più. È la risposta dell'emergenza, e in emergenza forse non c'è altro da fare. Ma uno Stato serio dovrebbe anche prevedere, programmare. Immaginiamo che il governo avesse deciso, invece, 500 insegnanti in più. «La mafia sarà vinta da un esercito di maestri elementari», diceva Gesualdo Bufalino. Quello che possono fare 500 docenti, in scuole moderne ed efficienti, non lo potranno mai fare poliziotti e militari, che resteranno tre mesi. Poi tutto tornerà come prima.

Perché i soldati possono fermare chi sfonda una vetrina, non spiegarci perché lo fa. E a sfondarle, in questi giorni, sono stati soprattutto ragazzini: quattro fermati su cinque sono minorenni, alcuni hanno appena 12 anni, molti vengono da famiglie benestanti. Ne abbiamo parlato con la psicologa Francesca Barbara, per capire cosa accade a questi ragazzi e cosa possono fare gli adulti prima, e dopo, che il disagio esploda.

Dottoressa Barbara, quattro fermati su cinque sono minorenni, alcuni hanno 12 anni. Cosa spinge un ragazzino a sfondare una vetrina: rabbia vera, noia, o il bisogno di esserci e di filmarsi?

Rabbia, noia e bisogno di visibilità possono intrecciarsi. L'adolescenza è il tempo in cui si costruisce la propria identità e si impara a stare al mondo: si cercano risposte, ma anche ascolto e riconoscimento. L'impulsività e l'agire contraddistinguono questa fase di passaggio.

In questo quadro, anche la noia può diventare una spinta verso comportamenti devianti: si cercano emozioni forti, si alza il livello della sfida, si trasgredisce per interrompere una quotidianità percepita come priva di significato. Non è un passaggio inevitabile, ma il rischio può crescere quando mancano interessi coinvolgenti, occasioni di partecipazione e adulti capaci di ascoltare e porre limiti.

Il gruppo e i social possono amplificare questa spinta, offrendo approvazione e un pubblico immediato. Sfondare una vetrina e filmarsi può diventare, insieme, uno sfogo di rabbia, una sfida contro la noia e un modo distorto per affermare: «Ci sono anch'io, esisto, guardatemi». In quel momento, l'emozione e la visibilità possono contare più del danno provocato.

Comprendere questi meccanismi non significa giustificare la violenza, ma capire dove intervenire: offrire ascolto e opportunità significative, stabilire limiti chiari e accompagnare il ragazzo ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni.


In gruppi di dieci, incappucciati, molti fanno cose che da soli non farebbero mai. Cosa succede nella testa di un adolescente quando perde la propria identità nel branco?

Cercare il gruppo è un passaggio fisiologico della crescita: attraverso il confronto con i coetanei, l'adolescente costruisce la propria identità, acquista autonomia e sperimenta l'appartenenza. Il gruppo può anche prendere simbolicamente il posto della famiglia, diventando il luogo in cui il ragazzo si sente accolto e riconosciuto.

Il problema nasce quando, per sentirsi parte di quel "noi", perde di vista la propria individualità e rinuncia al giudizio personale, arrivando a compiere gesti che da solo non farebbe. L'incitamento reciproco, l'anonimato e la paura di essere escluso possono favorire la deresponsabilizzazione: «Lo fanno tutti, la responsabilità non è soltanto mia». Il peso delle proprie azioni viene così percepito come diluito nel gruppo.

Il compito degli adulti è aiutarlo a vivere l'appartenenza senza annullarsi: poter dire "noi" conservando la capacità di dire «io scelgo e ne rispondo».


Alcuni ragazzi mostravano ai genitori i video su TikTok, quasi con orgoglio. Che ruolo hanno like e visualizzazioni nel trasformare la violenza in un trofeo?

Il video rende il gesto visibile e gli dà un pubblico, anche agli occhi dei genitori. Mostrarlo con orgoglio può nascondere un desiderio profondo di essere visti, riconosciuti e accettati: «Guardate, ci sono anch'io, qualcuno mi considera».

In questa ricerca di approvazione può alterarsi la scala dei valori: non conta più se un'azione sia giusta o sbagliata, ma quanta attenzione riesca a ottenere. Like e visualizzazioni rischiano così di sostituire il giudizio sul comportamento: «Se mi guardano e mi approvano, allora valgo». Il danno provocato passa in secondo piano e la violenza può diventare un trofeo da esibire.

L'adulto deve riconoscere quel bisogno senza approvare il gesto, aiutando il ragazzo a distinguere la propria dignità dalla popolarità: «Tu hai valore anche senza un pubblico, ma sei responsabile di ciò che fai agli altri».


Il corteo era contro il carovita, ma molti fermati vengono da famiglie benestanti, anche da scuole private. Che disagio c'è dietro, se non è economico? Vuoto, solitudine, assenza di futuro?

Far parte di una famiglia benestante non esclude i meccanismi di cui abbiamo parlato: il bisogno di riconoscimento, la ricerca di approvazione e il desiderio di sentirsi parte di un gruppo. Il benessere materiale offre opportunità, ma non colma necessariamente il bisogno di ascolto, affetto e appartenenza: un ragazzo può apparentemente "avere tutto" e sentirsi comunque solo, incompreso o disorientato rispetto al futuro.

Quel vuoto può spingerlo a cercare emozioni forti o a mettere in atto comportamenti trasgressivi e devianti, soprattutto quando questi gli procurano visibilità e accettazione nel gruppo. La trasgressione può diventare un modo per sentirsi qualcuno o per comunicare un malessere che non riesce a esprimere diversamente.

Questo non significa attribuire ogni gesto violento a una carenza familiare: occorre comprendere la storia del singolo ragazzo. Il disagio non si misura soltanto con il reddito, ma anche con la qualità delle relazioni e con la possibilità di sentirsi ascoltati e riconosciuti.


Fuori dalla Questura c'era chi diceva che il figlio «doveva prenderle». Che effetto hanno sui ragazzi la vergogna, la punizione o, al contrario, la giustificazione? Qual è la reazione giusta di un genitore in quel momento?

Serve fermezza, senza umiliare né giustificare: «Hai sbagliato e ne rispondi, ma io resto qui per aiutarti a rimediare».

Punire è più semplice, riparare richiede molto di più: accompagnare il ragazzo a comprendere il danno, ad affrontare l'imbarazzo delle scuse e a impegnarsi concretamente per rimediare. È faticoso anche per l'adulto, che deve restare presente.

Affidargli una responsabilità importante significa dirgli: «Credo che tu sia capace di costruire, non soltanto di distruggere». È questo il passaggio educativo: aiutarlo a riconoscere l'errore senza identificarsi con esso e trasformare le conseguenze in un'occasione di crescita.


Ci sono segnali che una famiglia può cogliere prima? E come si parla con un figlio di 13-15 anni che vive gran parte della sua vita sociale in chat che i genitori non vedono?

Cambiamenti persistenti nell'umore, isolamento, perdita di interessi o crescente aggressività meritano attenzione, senza considerarli automaticamente segnali di devianza. Occorre avvicinarsi con interesse, partendo da ciò che si osserva: «Ti vedo preoccupato, c'è qualcosa di cui vuoi parlare?».

Il dialogo si costruisce nella quotidianità: fare attività insieme, recuperare occasioni di incontro e ritagliare tempo per i figli. Conta la qualità di quel tempo: esserci con attenzione, senza distrazioni, ascoltando senza trasformare ogni conversazione in un interrogatorio. Anche parlare delle chat diventa più naturale se ci si interessa alle amicizie, alle emozioni e alle esperienze che il ragazzo vive online, condividendo regole di sicurezza adeguate all'età.

Questa attenzione deve coinvolgere più contesti: famiglia, scuola, associazioni e realtà sportive. Il confronto tra gli adulti di riferimento, nel rispetto della riservatezza, aiuta a cogliere difficoltà che possono emergere in luoghi diversi. L'obiettivo è costruire una presenza educativa condivisa, perché il ragazzo sappia di poter trovare ascolto e aiuto.

Dopo il fermo, basta la repressione? Che cosa può trasformare questa esperienza in un punto di svolta?

La violenza va fermata, i fatti accertati e le responsabilità riconosciute. Ma se vogliamo produrre un cambiamento duraturo, la repressione non è la soluzione. Occorre aiutare il ragazzo a comprendere il danno e ad assumersi un impegno concreto per cambiare.

Anche gli adulti devono interrogarsi sull'accaduto e sulle proprie responsabilità educative e sociali. I ragazzi crescono dentro una società che troppo spesso guarda senza vedere, comunica senza ascoltare e si accorge di loro solo quando il disagio diventa un gesto eclatante. A quel punto cerca spiegazioni, talvolta frettolose, perdendo di vista ciò che avrebbe dovuto precederle: esserci, ascoltare e cercare di capire. Il cambiamento richiede adulti capaci di restare, anche dopo l'errore.

«Chi apre una scuola chiude una prigione», recita una massima attribuita a Victor Hugo.