Le misure di protezione ed assistenza dei minori nei contesti di criminalità organizzata contenute nel provvedimento legislativo “Liberi di scegliere”, approvato definitivamente lo scorso 15 luglio. Ma anche le storie dolorose di Denise Cosco e Maria Chindamo, gli scioglimenti per mafia nel Vibonese e le recentissime polemiche sulle infiltrazioni nelle manifestazioni contro il carovita che hanno attraversato, e in parte ancora attraversano, il Meridione, la Calabria e la provincia di Vibo Valentia.

È stata un’intervista a tutto campo quella che la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo ha rilasciato stamane al giornalista Stefano Mandarano, firma di LaC News24 e de Il Vibonese, nel corso della prima giornata del Festival del Sud – Valentia in Festa, in corso fino al 25 ottobre in città e in altri centri della provincia.

Proprio dall’analisi della Legge 17 luglio 2026, n. 31, conosciuta come Liberi di scegliere, è partita la disamina della parlamentare di Fratelli d’Italia.

Chiara Colosimo intervistata da Stefano Mandarano

«Questa legge è nata in Calabria, a pochi chilometri da qui. Ed è nata da un'intuizione del magistrato minorile Di Bella, che per anni si è trovato a processare sempre gli stessi cognomi. Fondamentalmente il dottor Di Bella si rese conto che ci sono cognomi che vogliono dire per forza ‘ndrangheta e si domanda come fermare questa successione che sembra riprendersi all'infinito. Lo fa con un protocollo e da quel protocollo, poi perfezionato, è nata appunto questa legge. E con questa legge si dice appunto ai minori che non sono per forza costretti a diventare ‘ndranghetisti anche se si proviene da quei contesti, che c’è un’altra possibilità e che lo Stato mette a disposizione tutta una serie di strumenti per fare altre scelte. Abbiamo detto ai mafiosi: se insegnate i vostri figli a sparare invece che a leggere, noi vi togliamo la proprietà genitoriale. E io dico anche alle ‘ndrine di Vibo Valentia: sappiate che oggi noi vi togliamo i figli, ok? Ma il messaggio lo rivolgo anche alle donne dei mafiosi, alle madri: guardate che voi potete ribellarvi e in questa ribellione non sarete sole perché se denuncerete, se vi allontanerete da vostro marito o dalla vostra famiglia che vi opprime con la violenza, noi vi sosterremo».

In questa legge, ha aggiunto Colosimo, ci sono diversi strumenti: «il cambio di identità, la possibilità di andare a vivere in un posto diverso, in cui essere liberi di esprimersi. E soprattutto ci abbiamo messo i fondi: 10 milioni di euro l’anno, che non è una cosa da poco».

Ci sono state però storie che non sono finite con una liberazione. «Denise Cosco era una testimonianza di giustizia, una ragazza che a soli 17 anni testimonia contro suo padre, il suo fidanzato, suo zio, che hanno ucciso e successivamente sciolto nell'acido sua madre, Lea Garofalo, a sua volta una testimone di giustizia, che aveva fatto la scelta di andarsene da un territorio, quello di Petilia Policastro nel Crotonese. Io sono rimasta molto coinvolta dalla storia di Denise per due motivi. Il primo è che quando lei si è innamorata, ha fatto un figlio, ha chiesto, pur essendo uscita dal programma di protezione, di cambiare alcune cose della sua vita, io ero già in commissione e quindi ho seguito quel percorso. L'altro è perché io sono madre di un bambino di due anni e sinceramente credevo che l'amore per un figlio superasse tutto, e invece in questo caso non è bastato questo bambino per dare a Denise il coraggio di andare avanti. Ecco la sconfitta dello Stato, perché se un testimone di giustizia non ce la fa, noi comunque abbiamo perso. Però voglio dire una cosa: non abbiamo perso perché lo Stato ha mancato: lo Stato ha fatto tutto e anche più di quello che doveva fare. Abbiamo perso perché la ‘ndrangheta ha ucciso questa ragazza, ovviamente nel senso lato, continuando a starle addosso, ed è per questo che sono intervenuta anche pubblicamente davanti ad alcune esternazioni di familiari che mi sono sembrate fuori luogo. Il problema non è chi ha sostenuto Denise durante il percorso da testimone di giustizia, il problema è chi ha pensato che quello che è successo con il padre e con la famiglia Cosco non fosse grave».

Poi la storia di coraggio di Maria Chindamo. «Nonostante il maschilismo imperante nella famiglia dell’ex marito, ha scelto di continuare a fare l'imprenditrice, ha scelto di occuparsi delle sue terre, ha scelto di affermare la sua libertà, di non essere più innamorata di un uomo: cose che a noi sembrano normali e che invece in alcuni territori non lo sono. Ma ritengo che nella storia di Maria Chindamo ci sia un seme di speranza che sono i suoi figli, le scelte che hanno fatto di stare dalla parte dello Stato e naturalmente anche del fratello, Vincenzo, così attivo nel divulgare la storia di Maria».

La presidente della Commissione antimafia ha riservato un passaggio alle infiltrazioni nei Comuni aprendo ad una possibile modifica della normativa e ricordando l’esistenza, all'interno della Commissione, di un comitato apposito «che ha fatto una relazione molto dettagliata in cui, da un lato, si propone d’introdurre il contraddittorio prima dello scioglimento, perché è giusto che chi amministra si prenda anche la responsabilità di difendere le proprie scelte. Dall'altro lato, però, in casi limite come quelli in cui ci si è trovata ad esempio Tropea, con più candidati a sindaco già sciolti che si sono ripresentati, occorre ricorrere ad altri metodi perché altrimenti passa il messaggio che lo scioglimento non serve a niente».

Sollecitata dall’intervistatore sulle possibili infiltrazioni della ‘ndrangheta nelle proteste di autotrasportatori e agricoltori in Calabria, Colosimo ha confermato di «aver ricevuto sollecitazioni a verificare e confermo di aver attivato la Commissione per fare le opportune verifiche. Non solo è un mio dovere ma è anche un obbligo della legge istitutiva della Commissione. C’è poi un di più, che riguarda la mia storia politica e la mia militanza che nasce proprio nelle manifestazioni di piazza. Io sono quindi assolutamente abituata a sostenere le legittime proteste, però se c'è qualcuno che tenta di sfruttare la legittima protesta, e quel qualcuno non è nemmeno una persona con un casellario specchiato, questo cambia completamente lo scenario. E proprio a tutela di quelle persone che scendono in piazza perché hanno difficoltà vere abbiamo il dovere di fare chiarezza. Io non posso dire oggi che questo sia davvero avvenuto (le infiltrazioni nei presidi, ndr) ma posso tranquillamente affermare che ci sono nomi e cognomi ben visibili anche televisivamente e giornalisticamente che sono abbastanza conosciuti. Bisogna allora capire se queste persone lo abbiamo fatto spontaneamente e singolarmente, oppure no. E su questo ovviamente bisogna fare accertamenti».