«Purtroppo non ho avuto il privilegio di conoscere don Italo, già scomparso da tempo, ma l'ho conosciuto attraverso i suoi scritti, attraverso i giovani che per primi lo hanno seguito come laici, iniziando quest' opera che ancora continua come Agape. Non con tutti mi sono trovata bene, ma questo è normale.
Vorrei precisare che il mio è stato innamoramento e non infatuazione. So di non essere una persona facile. Molte volte i miei punti di vista sono sentenze drastiche, ma considero la coerenza delle proprie azioni legate alla coerenza della propria vita: sono indissolubili.
Vivo l'illusione di poter cambiare le cose? Certamente, ma non di cambiare il mondo. Questo non può essere nelle mani di una sola persona. Io volevo cambiare in meglio la qualità della vita, anche se di una sola persona.
Per questo per me i poveri non sono una quantità generalizzata, ma hanno ognuno il proprio nome, perché ognuno è portatore di pene e problemi che meritano attenzione e tentativi di soluzione. È una lotta quotidiana che a volte porta soddisfazioni, a volte solamente pene: ma questa è la vita, con tutte le sue sfumature».

L’amore ardente e ardito per i poveri trasuda da queste parole in cui rivive colei che le scrisse nel 2016. Fausta Ivaldi ebbe un legame profondo con Reggio Calabria che iniziò a essere coltivato nel 2005. Lei piemontese, classe 1939, arrivò in Calabria per restare dopo una vita piena di amore e di tutte le avventure umane (anche dolorose) che l’Amore semina dentro l’esistenza di chi lo accoglie. Incondizionatamente. Visse per portare speranza, sperimentando l’Amore e la gioia del dono ma anche la fatica e le delusioni, senza mai arrendersi. Fu don Italo Calabrò a rappresentare per lei il richiamo verso la Calabria e Reggio perché certe parole sono azioni e sanno diventare irresistibili imperativi dell’anima.

Fausta, testimone di Storie e Umanità

Un animo critico, coraggioso e libero, uno spirito forte e determinato con i potenti e dolce e generoso con gli umili, braccia sempre aperte, un volto sorridente, sempre pronto ad accogliere. Ecco i tanti doni che Fausta ha lasciato unitamente a un luminoso esempio di umanità. Se n'è andata nel dicembre del 2020, sul finire di un anno complicato. Se n’è andata 5 anni fa, dopo essere diventata di Reggio Calabria, che non le aveva dato i natali ma alla quale aveva aperto il cuore e le braccia, cittadina onoraria.

La sua vita è stata, e continuerà ad essere, una testimonianza instancabile, appassionata e credibile di come il prossimo che siamo chiamati a servire non sia determinato dal luoghi in cui veniamo al mondo, ma dal mondo che ci chiama e ci invita ad andargli incontro con fiducia e speranza; di quanto i legami di sangue, quelli inalienabili e irriducibili davvero, non siano solo quelli determinati dalla natura e dall'anagrafe ma, nascendo dal cuore, siano quelli che ci scelgono quando abbiamo il coraggio dell'abbandono totale alla vocazione del servizio al Prossimo, chiunque esso sia. Fausta seppe ascoltare la sua chiamata per camminare accanto agli ultimi, ai diseredati.

Testimone della Storia fin da bambina, nata nel 1939, un anno prima che l'Italia entrasse in guerra, nipote di un partigiano, orfana di padre da quando aveva quattro anni, da piccola con la mamma era già in marcia con le altre donne per chiedere il voto e costruire la Democrazia. Dopo avere patito la guerra e la fame, oltrepassò i confini di tanti mondi, vivendo un'esistenza certamente piena ma anche profondamente dolorosa. Da giovane antifascista, aveva già le idee molto chiare: sapeva che il denaro serviva ma non per diventarne schiavi, piuttosto per contribuire alla costruzione della libertà di tutti; sapeva che la democrazia autentica, che aveva visto nascere dopo la guerra, era solo quella che non lasciava indietro alcuno mai.

Le mille vita di Fausta

Nata in Piemonte, ad Alessandria, poi mille sono state le sue vite: l'esperienza al Mercato Comune a Bruxelles (dal quale si dimise perché la sua vocazione la portava dentro la vita e non dietro una scrivania), il lavoro di documentarista Rai, cooperante, infermiera, operatrice e animatrice sociale in Italia, Africa e America (El Salvador, Guatemala), il rientro definitivo in Italia e l'approdo in Calabria. Mille avventure profondamente umane al fianco del marito chirurgo Leandro Stocco, fiduciario dell'Oms, con il quale lasciò tutto per dedicarsi all'Africa e lì aiutare i popoli ad usare tutto quello che già avevano, e dopo la sua morte anche da sola. Per ventinove anni, con brevi rientri in Italia e complesse vicende personali, Fausta Ivaldi, infatti, aveva vissuto in Africa, tra Nigeria, Rwanda, Uganda, Burundi, Tanzania e il Sudafrica dell’Apartheid con Mandela e Biko in carcere.

Una vita avventurosa, innamorata, come lei diceva di essere, della povertà. Seguì con grande convinzione in Italia, come nell’Africa delle guerre, delle incarcerazioni arbitrarie, di cui è stata anche vittima, e delle violenze e nell’America latina dei desaparecidos, il richiamo dell’umanità bisognosa. «Cattolica involontaria, dalla parte dei preti di strada e dei missionari, e comunista per le cose in comune, non certo per i gulag», diceva ancora di sé, Fausta Ivaldi che aveva conosciuto gli stenti della guerra e la fame (fino all'età di nove anni aveva conservato pane e noci nel cassetto), le ingiustizie della persecuzione ebraica che aveva colpito un'intera famiglia, titolare di un negozio di tessuti Foa vicino a casa sua. Solo uno tornò dai campi di concentramento dei nove che erano stati deportati. La guerra le aveva lasciato un principio di polmonite, per l'umidità dei rifugi dove era stata costretta a stare a lungo, che fortunatamente poté curare.

Fausta e la Storia

Lei raccontava dell'incontro con un soldato tedesco che la segnò profondamente. «Nelle montagne del cuneese, in occasione di una spedizione tedesca, probabilmente alla ricerca di partigiani, entrarono nell'edificio in cui mi trovano per controllare. Dormivano tutti. Mi ricordo che un ufficiale notò che io ero sveglia e si avvicinò per mostrarmi una foto con la moglie e la figlia e poi, in lingua tedesca, mi benedisse. Questo episodio mi segnò molto, come mi segnò l'entusiasmo delle donne, madri e combattenti, al momento di ricostruire, dopo la fine del conflitto, e di segnare un percorso, ancora oggi non concluso, ma comunque pieno di conquiste».

Tornata in Italia alla fine degli anni Novanta, il lungo cammino di Fausta, segnato dall'amore per gli ultimi, approdò in Calabria dove scorse subito altri luoghi da smarginare, altri angoli invisibili su cui gettare luce. Si diede da fare e non si tirò mai indietro. Così adottò la Città di Reggio e con essa il quartiere di Arghillà, dove nessuno voleva andare, nessuno voleva stare, accolse la sofferenza di uomini e donne detenuti in carcere, abbracciò tante ragazze madri alle quali diede coraggio e sostegno, conobbe tante persone che così ebbero il dono di poterle volere Bene. In segno di questo legame nel 2016, il sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, le aveva conferito la cittadinanza onoraria.

Mille vite vissute sempre con amore e dedizione. Sentimenti autentici perché alimentati, non sulle ribalte o sui palcoscenici delle autocelebrazioni, ma negli angoli invisibili dove bambini che nessuno voleva avevano trovato una mamma, dove donne che la violenza del mondo aveva sepolto sotto umiliazioni e dolore avevano trovato una mano tesa e una voce amica, dove tossicodipendenti ripudiati dalle famiglie non erano morti da soli, dove tante donne costrette a prostituirsi, grazie alla sua amicizia avevano potuto cambiare il loro destino.

Una vita esagerata

Nella sua biografia "Una vita esagerata" (Città del Sole edizioni 2016) scrisse: «Che io sia venuta a Reggio Calabria spinta da una forza che non sono mai riuscita a spiegare, è cosa certa. Avrei potuto continuare a lavorare vicino a casa mia, rispondendo a una delle tante richieste che mi venivano fatte. Eppure sono bastate le poche ore di una visita affrettata per convincermi che sarei dovuta venire qui, in questa terra calabrese, a lavorare per un sacerdote, don Italo Calabrò, e per quel suo motto perentorio, costante sua mia ispirazione, imperativo d'amore che non ha mai dimenticato 'Nessuno escluso mai'».

Infine Fausta concluse la sua pubblicazione, con gentilezza e pragmatismo, fermezza e dolcezza, determinazione e lealtà, virtù che bene riuscì a condensare affermando di non poter continuare a scrivere perché le portava via tempo e le cose da fare erano tante e molto più importanti di questi suoi racconti. Poi augurava a tutti una buona vita. Noi, oggi, non siamo assolutamente d'accordo con lei; i suoi racconti, adesso che non possiamo più ascoltarli da lei, sono ancora più preziosi.

La sua morte ci addolorò profondamente come immensamente ci sentiamo ancora grati della sua presenza nella nostra vita. Lo sgomento del vuoto sembra allentare la morsa quando ci pare di vederla ancora adesso mentre dice che deve andare via perché altre sfide la attendono.

Un addio che non abbandona...

Qui a Reggio cinque anni fa il suo cammino si è solo trasformato. Fausta é stata una donna che ha amato tanto, che ha lottato tanto per la giustizia sociale anche in questa nostra terra. Per questa ragione resterà qui, e nei tanti luoghi in cui il suo Amore ha seminato, dove continuerà a vivere nelle persone che continueranno ad amare sempre, ovunque e chiunque, come ha fatto lei, come ci ha insegnato a fare lei, spassionatamente e profondamente. Il suo non è, e non sarà mai, un abbandono perché, in fondo, c'è da chiedersi quale morte possa mai offuscare una vita così, quale distacco possa mai separare da una persona che ha fatto sentire tutte e tutti coloro che abbia incontrato così amate e così amati.