C’è un pericolo insidioso, strisciante e subdolo nello scontro tra politica e magistratura, che va ben oltre la polemica di giornata: l’abitudine al conflitto. L’idea che Governo e giudici siano destinati a una contrapposizione permanente, in cui una decisione sgradita all’esecutivo diventa il segno di una magistratura ostile e qualsiasi critica alle toghe viene letta come una difesa della volontà popolare.

Il rischio è che le istituzioni smettano di essere percepite come parti distinte dell’ordinamento costituzionale e vengano rappresentate come schieramenti in guerra. Non si indebolisce soltanto la fiducia nel Governo o nelle toghe: scricchiola la credibilità delle regole che hanno garantito la tenuta democratica per oltre settant’anni.

Il caso Siher e l’ennesimo scontro

Le parole della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, dopo la mancata convalida del fermo di Youssef Siher, riportano la questione al centro del dibattito. Sia chiaro: anche la presidente del Consiglio ha il diritto di criticare una decisione giudiziaria. Ma occorre chiedersi che cosa accada quando la critica, anziché misurarsi con le motivazioni di un provvedimento, diventa occasione per attaccare direttamente il magistrato che lo ha adottato.

Nel caso in esame, Meloni, anziché entrare nel merito, ha scelto un video sui social per definire quella del gip di Milano una «decisione vergognosa» e una «mortificazione del lavoro di coloro che si adoperano per difendere la gente perbene». Immediata la replica dell'Associazione nazionale magistrati, che ha parlato di «attacco scomposto». Durissimi anche i vertici del Tribunale di Milano, che hanno definito «irricevibili» quelle parole, vedendovi «una scarsa conoscenza, reale o mascherata, degli istituti giuridici di uno Stato di diritto» e aggiungendo che «la vergogna riguarda altre categorie della vita sociale».

Ecco servita, dunque, l’ennesima battaglia mediatica tra esecutivo e magistratura, alimentata dall’intervento diretto di Meloni, il cui peso istituzionale non è paragonabile a quello di un qualsiasi commentatore o esponente politico.

Indipendenza non significa infallibilità

Senza entrare nel merito del provvedimento del gip, resta una domanda di fondo: una decisione giudiziaria, per quanto sgradita all’esecutivo, può essere definita «vergognosa» senza mettere a rischio uno dei pilastri della Costituzione, l’indipendenza della magistratura? La Carta stabilisce che i giudici sono soggetti soltanto alla legge e tutela l’autonomia dell’ordine giudiziario. La separazione dei poteri non esclude i conflitti tra organi dello Stato, ma serve a evitare ingerenze dell’uno nei confronti dell’altro.

I magistrati non sono infallibili: errori e valutazioni non corrette esistono, ed è per questo che l’ordinamento prevede un sistema di impugnazioni. Garantire l’indipendenza della magistratura non significa riconoscerle un privilegio corporativo, ma ricordare che quella garanzia riguarda chiunque, un giorno, possa trovarsi davanti al pubblico potere.

Sicurezza e referendum: lo schema che torna

Ma pubblico potere è anche quello chiamato a garantire la sicurezza dei cittadini, uno degli ambiti più concreti dell’azione di governo. Quando episodi di violenza di piazza, come quelli delle scorse settimane, sono seguiti da provvedimenti giudiziari che non coincidono con le aspettative securitarie dell’esecutivo, si creano le basi per una contrapposizione semplificata e comunicativamente efficace: da una parte il Governo che promette sicurezza, dall’altra la magistratura che vanifica il lavoro fatto. È uno schema già divenuto quotidiano durante la campagna referendaria sulla giustizia. La sensazione è che quella stagione non sia mai tramontata. Il risultato? Allontanare il dibattito dalla ricerca di soluzioni concrete per trasformarlo in uno strumento di definizione del campo politico e del suo avversario.

Tra gli argomenti a sostegno del «sì» al referendum c’era la separazione delle carriere tra pm e giudici, per rafforzare la terzietà dell’organo giudicante. Il caso milanese richiama un aspetto essenziale: il giudice valuta autonomamente le richieste del pubblico ministero, senza esserne vincolato. A fronte del fermo disposto dal pm, il gip non lo ha convalidato per mancanza di pericolo di fuga e non ha ravvisato neppure i gravi indizi di colpevolezza necessari per una misura cautelare. Non rileva in questa sede se abbia applicato correttamente le norme: eventuali errori saranno affrontati nelle fasi successive, perché il procedimento non è archiviato e prosegue indipendentemente dalla fase cautelare.

Il magistrato come avversario politico

Il rischio concreto è un altro: trasformare il magistrato in un avversario politico anziché in un soggetto chiamato ad applicare la legge, con il cittadino che finisce per valutare le decisioni in base alla propria appartenenza e non agli elementi disponibili.

A ciò si aggiunge una latente pressione ambientale sulle toghe, che può condizionarne l’operato o turbarne la serenità. Basti pensare a quanto denunciato nelle scorse ore dalla sezione milanese dell’Anm, secondo cui l’immagine di alcune magistrate impegnate in indagini molto seguite dai media è stata diffusa e accompagnata da «commenti e attacchi di inaudita gravità, dai contenuti apertamente diffamatori e connotati da una evidente matrice sessista». Un esempio plastico di critica personalizzata, che abbandona il merito del provvedimento per approdare agli individui.

Il confine tra critica e delegittimazione

D’altro canto, sarebbe sbagliato correre il rischio opposto: bollare ogni critica alla magistratura come «attentato alla democrazia». Anche le decisioni giudiziarie devono poter essere discusse e contestate. Altro, però, è sostituire la critica delle ragioni di un provvedimento con un indice di gradimento fondato sul proprio credo politico.

Non è un mistero che la popolarità della magistratura sia oggi piuttosto bassa, né che criticare aspramente provvedimenti «sgraditi» alla pancia della cittadinanza, soprattutto in tema di sicurezza, possa rendere in termini di consenso, a maggior ragione con una campagna elettorale ormai imminente.

Il risultato che ne deriva, però, è una polarizzazione del conflitto in cui il confronto costruttivo è schiacciato dalla logica dell’appartenenza. Se la magistratura rischia di essere percepita come avversario, perdendo credibilità, anche il Governo finisce per indebolirsi quando si presenta sistematicamente come «vittima» di decisioni che vanificherebbero la propria azione.

La logica della tifoseria

Il nodo centrale, in definitiva, non è designare un vincitore o stabilire chi abbia ragione. Ciò che conta è impedire che lo scontro diventi consuetudine e che le istituzioni siano giudicate non per ciò che fanno, ma per lo schieramento al quale appartengono.

È la logica della tifoseria, che trasforma il giudice in un avversario politico e la sentenza in un’arma di propaganda, facendo passare l’idea che i limiti al potere siano ostacoli da abbattere.

Se così fosse, ne uscirebbe minata la stessa idea di democrazia, con l’erosione profonda di quelle differenze, ancora oggi fondamentali, tra governare e comandare.