L’Università della Calabria cessa di essere un’isola nel Mediterraneo: è forse il tramonto dell’emorragia di talenti. Figure come Carrozza e Profumo per continuare ad attirare eccellenze e capitali Pnrr
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L’insediamento del nuovo Consiglio di Amministrazione dell’Università della Calabria non può essere ridotto a un mero rituale burocratico tra i cubi di Gregotti. Siamo dinanzi a un evento che possiede il vigore di una svolta ontologica, una specie di “Big Bang” della governance che elegge l'Ateneo a motore primo di un Mezzogiorno finalmente consapevole della propria essenza. Sotto la guida del Rettore Gianluigi Greco, l’Unical sta forgiando un “cervello collettivo” senza precedenti. L’ingresso di figure del calibro di Maria Chiara Carrozza e Francesco Profumo trasfigura l’università in un laboratorio di sovranità intellettuale, un ponte di comando da cui tracciare le rotte di una rinascita che la Calabria attende come una promessa non ancora mantenuta.
Tuttavia, la visione, per quanto elevata, richiede una prassi solida. È in questo solco che la figura del nuovo Direttore Generale, Candeloro Bellantoni, assume una valenza quasi provvidenziale. Se il CdA rappresenta il pensiero che progetta l’orizzonte, la Direzione Generale è l’atto che trasforma l’ambizione in realtà tangibile. Per un territorio a lungo oppresso da una burocrazia asfittica, osservare un’istituzione che sposa logiche di trasparenza lo trovo un atto rivoluzionario. È la dimostrazione plastica che l’efficacia non è un dono delle sole latitudini settentrionali, ma una virtù dell’intelligenza applicata. In questa dialettica tra visione e tecnica si gioca la giustizia verso le risorse del Pnrr, cioè non solo attrarre capitali, ma abitarli con una precisione etica che generi vita quotidiana per i cittadini.
Il “peso specifico” di questa governance infrange l’isolamento, geografico e interiore, della nostra terra. Attraverso una diplomazia scientifica d’alto profilo, l’Unical cessa, quindi, di essere un’isola nel Mediterraneo per farsi hub universale, in dialogo costante con i centri del pensiero europeo. Non dobbiamo più attendere che lo sguardo di Roma si posi su di noi. Oggi la Calabria abita i luoghi dove si scrive la grammatica del futuro. È una sfida alla “perifericità” che si vince portando il mondo in Calabria, come insegna l’esemplare caso di Ntt Data; il trasferimento del centro di ricerca dalla Germania alle colline cosentine non è un evento isolato, ma il manifesto di un nuovo divenire. È la prova che la nostra terra può smettere di esiliare le proprie intelligenze per farsi approdo di innovazione e speranza.
Questo benessere non è un’astrazione, ma una finalità che permea la carne del corpo sociale. La forza del progetto risiede nella sua interezza, cioè non esiste crescita se non è diffusa. Dalla digitalizzazione che permette all’artigiano di dialogare con il mondo, alla riforma del welfare che protegge la fragilità; dalla valorizzazione della cultura come identità vivente, alla ricerca medica che si fa cura universale. È forse il tramonto dell'emorragia dei talenti che, per generazioni, ha privato tante nostre famiglie del proprio avvenire.
In definitiva, la sfida del Rettore Greco appare quasi eroica nella sua audacia: fare in modo che l'eccellenza non resti chiusa nel recinto del Campus, ma diventi un’osmosi vitale. Il destino della Calabria dipenderà dalla capacità di trasformare il prestigio dei singoli in un bene comune che tocchi il lavoro e le infrastrutture. L'Università della Calabria oggi non vuole essere solo un luogo di erudizione, ma vuole essere il cuore pensante e coraggioso di una nuova civiltà mediterranea. È il tempo del riscatto, ed è un tempo che ha finalmente trovato i suoi interpreti.
*Documentarista

