Il punto, almeno per adesso, non è stabilire chi sarà candidato, perché le liste sono ancora lontane, gli equilibri nazionali possono cambiare e nessuno può sapere quanti saranno realmente i posti eleggibili quando arriverà il momento delle decisioni, ma capire quale partita Forza Italia si stia preparando a giocare in Calabria, una regione nella quale il partito dispone della guida della Regione, di una classe dirigente radicata e di uomini capaci di muovere consenso, ma nella quale proprio l’abbondanza dei nomi rischia di trasformarsi, qualora il quadro nazionale diventasse meno favorevole, nel primo problema da risolvere.

È dentro questa cornice che assume un significato particolare la posizione di Roberto Occhiuto, presidente della Regione e inevitabile baricentro degli equilibri azzurri calabresi, il quale, avendo pubblicamente indicato nella permanenza alla Cittadella il proprio orizzonte politico per i prossimi anni, sembra almeno per il momento sottrarsi alla corsa nazionale, lasciando però aperta una domanda che, più delle indiscrezioni sulle singole candidature, potrebbe rappresentare la vera chiave di lettura di ciò che accadrà: perché uno degli uomini politicamente più forti di Forza Italia nel Mezzogiorno dovrebbe rinunciare a giocare personalmente una partita romana?

Per comprenderlo bisogna allargare lo sguardo oltre la Calabria e osservare ciò che sta accadendo a Forza Italia sul piano nazionale, dove Antonio Tajani ha assunto dopo la morte di Silvio Berlusconi il compito probabilmente più difficile, quello di impedire che un partito costruito per quasi trent’anni attorno alla figura del suo fondatore si disgregasse insieme alla scomparsa del leader, riuscendo finora a garantirgli continuità, presenza nel governo e una collocazione riconoscibile nel centrodestra, ma senza imprimere, almeno secondo una lettura possibile dei rapporti di forza attuali, quella spinta propulsiva capace di trasformare la sopravvivenza politica in una nuova stagione di espansione.

Ed è forse proprio qui che la scelta di Occhiuto comincia ad assumere un significato differente, perché se il partito nazionale conserva il proprio spazio ma non mostra ancora una traiettoria tale da rendere inevitabile per un presidente di Regione forte il trasferimento a Roma, lasciare la Calabria significherebbe abbandonare una posizione di potere reale, immediato e territorialmente consolidato per entrare in una partita nazionale nella quale ruoli, candidature e prospettive dipendono da equilibri molto più ampi e inevitabilmente meno controllabili.

In politica, del resto, il peso di una presidenza di Regione può essere persino superiore, sotto molti profili, a quello di un incarico ministeriale, non tanto per una questione di prestigio formale quanto per la quantità e la continuità delle leve amministrative esercitate sul territorio: programmazione, sanità, fondi europei, infrastrutture, partecipate, rapporti con gli enti locali, investimenti e una macchina amministrativa che consente al governatore di incidere quotidianamente sulla vita economica e istituzionale della regione.

Per Occhiuto, dunque, lasciare la Cittadella non significherebbe semplicemente cambiare incarico, ma rinunciare a un centro di comando politico e amministrativo costruito negli anni per affrontare una prospettiva nazionale che, allo stato attuale, non offre necessariamente una contropartita di peso superiore; ed è anche per questo che la dichiarazione di voler restare alla guida della Calabria potrebbe essere letta non come il ripiegamento di chi rinuncia a Roma, ma come il calcolo razionale di chi sa che, almeno oggi, la posizione più forte che può occupare è esattamente quella che già possiede.

Un passo di lato rispetto alla competizione nazionale, dunque, non un passo indietro, perché restare alla guida della Regione significa conservare un centro istituzionale forte, evitare di esporsi direttamente alle incognite di una competizione politica ancora lontana e, nello stesso tempo, mantenere la possibilità di incidere sulla composizione delle liste, sugli equilibri territoriali e sulla distribuzione di quelle caselle che, quando arriverà il momento, potrebbero diventare assai meno numerose dei pretendenti.

Ed è attorno a questo baricentro che comincia il risiko calabrese.

Nel perimetro politicamente più vicino al governatore si muovono almeno due profili differenti, Matilde Siracusano e Gianluca Gallo, la prima per una dimensione nazionale e istituzionale già consolidata, il secondo per quel radicamento territoriale costruito attraverso l’attività amministrativa e il rapporto con una Calabria produttiva, agricola e periferica che spesso determina i rapporti di forza interni molto prima che i vertici nazionali mettano mano alle liste.

Una eventuale candidatura calabrese della Siracusano, qualora questa ipotesi dovesse prendere corpo, avrebbe dunque un significato politico che andrebbe oltre la semplice collocazione in un collegio, mentre quella di Gallo risponderebbe soprattutto alla logica dei numeri, del consenso e della capacità di presidiare territori nei quali, soprattutto in uno scenario elettorale difficile, ogni voto potrebbe diventare determinante.

E poi c’è Mario Occhiuto, senatore uscente e fratello del presidente della Regione, la cui eventuale decisione di non ripresentarsi - anche questa, allo stato, da trattare esclusivamente sul terreno delle ipotesi - potrebbe avere motivazioni che vanno oltre gli equilibri interni di Forza Italia e incrociano direttamente il suo percorso professionale. Prima e parallelamente alla politica, infatti, Occhiuto ha costruito la propria attività come architetto e progettista, una professione che l’impegno istituzionale ha inevitabilmente costretto in secondo piano e alla quale, nell’ipotesi di un progressivo disimpegno dalla politica nazionale, potrebbe scegliere di tornare a dedicare una parte molto più consistente del proprio tempo, guardando anche a progetti e grandi opere sui mercati internazionali. Sarebbe, in questa prospettiva, non tanto un’uscita di scena quanto un ritorno a una dimensione professionale mai completamente abbandonata; sul versante politico, tuttavia, una sua eventuale mancata ricandidatura libererebbe una casella destinata inevitabilmente a incidere sull’intero mosaico azzurro, perché quando un nome politicamente strutturato esce dalla competizione non si libera soltanto un posto, ma si modifica il rapporto tra territori, candidature e aree di influenza.

Dall’altra parte della geografia interna del partito resta il peso politico di Francesco Cannizzaro, segretario regionale di Forza Italia e fortemente radicato nel Reggino, destinato comunque a incidere sulla costruzione dei futuri equilibri azzurri, ed è proprio guardando a questo perimetro che acquistano rilievo Andrea Gentile e Giovanni Arruzzolo, due parlamentari che arriverebbero alla futura partita con il vantaggio della presenza istituzionale, delle relazioni costruite e di un radicamento che potrebbe diventare ancora più prezioso qualora la disponibilità dei posti eleggibili dovesse restringersi.

Gentile, in particolare, non può essere considerato una semplice casella da collocare in fondo all’elenco degli uscenti, perché la sua presenza parlamentare e la rete politica che lo accompagna gli assegnano inevitabilmente un ruolo nel negoziato futuro, mentre Arruzzolo rappresenta quel tipo di presidio territoriale che può apparire meno rumoroso sul piano nazionale ma che, quando la partita si gioca collegio per collegio e voto per voto, diventa spesso assai più importante di quanto suggerisca la visibilità mediatica.

È in questo stesso quadro che entra Claudio Lotito, probabilmente la variabile più anomala dell’intero risiko calabrese, perché nel suo caso alla dimensione politica si sovrappone quella calcistica e, con essa, un elemento emotivo che nessun sondaggio può misurare oggi con precisione: il rapporto tra la Reggina, la città di Reggio Calabria e un progetto sportivo che, qualora riuscisse a produrre risultati e a riaccendere entusiasmo, potrebbe creare attorno alla figura di Lotito una familiarità con il territorio molto diversa da quella di un candidato semplicemente individuato dai vertici del partito.
Naturalmente il consenso calcistico non coincide con quello elettorale e trasformare una serie di vittorie sul campo in una previsione di voti sarebbe un errore analitico prima ancora che giornalistico, ma sarebbe altrettanto riduttivo ignorare ciò che una squadra rappresenta per una città come Reggio Calabria, dove il calcio è identità, memoria, appartenenza e orgoglio collettivo, con la conseguenza che un progetto capace di riportare entusiasmo potrebbe produrre un clima favorevole, mentre risultati deludenti potrebbero trasformare la medesima esposizione in un boomerang.

Dentro questa geografia non può essere dimenticato Giuseppe Mangialavori, parlamentare uscente e figura strutturata del partito, il cui peso politico e territoriale lo colloca inevitabilmente dentro qualsiasi ragionamento sulle future candidature, così come resta da tenere presente Fulvia Caligiuri, già senatrice e già candidata alla Camera, il cui nome potrebbe tornare nella costruzione delle liste anche nell’ambito degli equilibri della rappresentanza femminile, fermo restando che, anche in questo caso, si parla di possibilità e non di decisioni già assunte.

Ma tutti questi nomi, per quanto pesanti, vengono dopo la vera incognita, perché prima di stabilire chi sarà candidato bisognerà capire quanti parlamentari Forza Italia potrà realisticamente eleggere in Calabria, ed è precisamente su questo punto che il risiko si divide in due scenari opposti, entrambi oggi possibili e capaci di produrre conseguenze completamente differenti.

Nel primo scenario Forza Italia riesce a capitalizzare la forza accumulata sul territorio, il controllo della Regione, il peso degli amministratori e la presenza di una classe dirigente capace di raccogliere consenso, trasformando tutto questo in una crescita elettorale che consentirebbe agli azzurri di allargare la propria rappresentanza parlamentare e, di conseguenza, di assorbire le diverse ambizioni senza trasformare necessariamente la costruzione delle liste in una resa dei conti interna.
Sarebbe lo scenario dell’espansione, quello nel quale la domanda diventerebbe come aumentare gli eletti e come distribuire le candidature competitive tra territori e aree politiche, consentendo a Occhiuto di presentarsi non soltanto come il presidente della Regione ma come il regista di un rafforzamento complessivo del partito calabrese.

Esiste però un secondo scenario, molto più duro, nel quale un eventuale arretramento nazionale del centrodestra o una contrazione del consenso di Forza Italia ridurrebbero sensibilmente il numero dei posti realmente contendibili e costringerebbero il partito a passare, quasi senza soluzione di continuità, dalla logica dell’espansione a quella della sopravvivenza politica, facendo diventare improvvisamente secondaria la domanda su chi potrebbe entrare e centrale quella, assai più dolorosa, su chi riuscirebbe a restare.
In quel caso conterebbero certamente le appartenenze e gli equilibri interni, ma conterebbero soprattutto i voti, il radicamento, la capacità di mobilitare territori, il peso nazionale dei singoli candidati e la possibilità di ottenere una collocazione realmente eleggibile, fino a restringere la partita, nell’ipotesi più severa, a pochissimi profili capaci di presentarsi al tavolo con una forza propria: Gianluca Gallo, per il consenso territoriale; Giuseppe Mangialavori, per il peso politico e la struttura costruita negli anni; e Claudio Lotito, qualora la sua eventuale candidatura fosse sostenuta politicamente e il rapporto con Reggio Calabria riuscisse nel frattempo a consolidarsi attraverso una vicenda sportiva che oggi resta, per definizione, imprevedibile.

Ed è proprio davanti allo scenario peggiore che la decisione annunciata da Roberto Occhiuto di restare alla Regione torna a intrecciarsi con la situazione nazionale del partito guidato da Tajani, perché se Forza Italia dovesse trovare quella spinta che finora non ha ancora modificato significativamente i rapporti di forza nel centrodestra, Occhiuto potrebbe guidare dalla Calabria una fase espansiva, mentre se il partito dovesse limitarsi a conservare sostanzialmente il proprio perimetro, o addirittura dovesse entrare in una fase di difficoltà, la presidenza della Regione rappresenterebbe per lui una garanzia politica difficilmente sostituibile con un incarico romano.

E allora il dubbio resta, ed è forse quello destinato ad accompagnare Forza Italia fino alla vigilia delle Politiche: Occhiuto rimane perché la Calabria è il suo progetto oppure rimane anche perché, osservando Roma, non vede ancora una prospettiva abbastanza forte da giustificare l’abbandono della Regione?

Non c’è oggi una risposta certa, e attribuirgliela sarebbe arbitrario, ma la domanda politicamente esiste, soprattutto perché la Calabria offre al governatore qualcosa che Roma non potrebbe garantirgli automaticamente: una maggioranza, una macchina amministrativa, risorse da programmare, un territorio sul quale esercitare quotidianamente leadership e, soprattutto, una centralità che non dipende dagli equilibri di una segreteria nazionale.

È questo, alla fine, il paradosso del risiko calabrese di Forza Italia: avere molti nomi può essere una dimostrazione di forza finché i posti sono sufficienti, ma può trasformarsi nel problema più difficile da risolvere quando i posti diminuiscono, e tra Siracusano e Gallo, Gentile e Arruzzolo, Mangialavori e Caligiuri, la posizione di Mario Occhiuto e la variabile Lotito, sullo sfondo resta sempre Roberto Occhiuto, apparentemente fermo alla Regione ma, proprio per questo, tutt’altro che fuori dalla partita.

Le liste sono ancora lontane, le candidature non sono definite e gli scenari descritti restano ipotesi politiche, non decisioni già prese, ma il risiko è cominciato molto prima dell’apertura ufficiale delle urne, perché prima ancora di stabilire chi candidare, Forza Italia dovrà capire quale Calabria elettorale avrà davanti: quella nella quale esistono abbastanza caselle per allargare il proprio spazio oppure quella, assai più complicata, nella quale il vero potere non consisterà nel conquistare nuovi territori, ma nello scegliere quali difendere.