Sgominati i clan che dominavano Cosenza. Imprenditori coraggiosi, Gratteri: «Così si fa»

VIDEO | Operazione Testa del serpente. Estorsione, usura, porto e detenzione di armi, ricettazione, spaccio: queste le accuse mosse nei confronti degli appartenenti alla cosca Lanzino-Ruà-Patitucci e a quella degli zingari della famiglia Abbruzzese. La città era nelle loro mani. Il procuratore Nicola Gratteri: «I calabresi non sono omertosi»

di Rossella  Galati
13 dicembre 2019
15:51
La conferenza stampa degli inquirenti
La conferenza stampa degli inquirenti

Due organizzazione criminali di tipo mafioso, da un parte il clan degli italiani, appartenenti alla cosca Lanzino Ruà Patitucci, dall’altra il clan degli zingari, appartenente alla famiglia Abbruzzese, i cosiddetti Banana. Due ambiti con interessi convergenti che attraverso una criminalità feroce detenevano l’assoluto controllo nella città di Cosenza e nel comprensorio tanto da agire anche in luoghi pubblici. E’ questo lo scenario che viene fuori dall’operazione congiunta di Polizia, Guardia di finanza e Carabinieri denominata "Testa del serpente" che ha portato all’esecuzione di 18 provvedimenti di fermo di indiziato di delitto emessi dalla Dda di Catanzaro, per i reati di estorsione, usura, porto e detenzione di armi, ricettazione, spaccio di sostanze stupefacenti.

Il controllo delle cosche

«La spartizione era netta, era frutto di un accordo e i proventi delle attività delittuose confluivano nella cosiddetta bacinella – ha dichiarato Pietro Sutera comandante provinciale Carabinieri di Cosenza -. L’attività estorsiva oltre a determinare degli introiti particolarmente importanti per la casse della criminalità organizzata, è anche e soprattutto un modo per estrinsecare in maniera evidente il controllo ferreo del territorio». Una città completamente in mano alle cosche, quindi, ma, come ha avuto modo di ribadire il questore di Cosenza, Giovanna Petrocca, «grazie alla collaborazione delle tre forse di polizia, magistralmente dirette dalla Dda di Catanzaro, con una operazione complessa, durata diversi mesi, è stato possibile decapitare i vertici delle due cosche più importanti della città e della provincia».

È Roberto Porcaro, l’esponente di vertice del clan degli italiani. «Al Porcaro sono state contestate delle condotte estorsive a danno di attività commerciali – ha spiegato Danilo Anastasi comandante provinciale Guardia di finanza di Cosenza -  in particolare una attività operante nel settore della ristorazione a Rende presso la quale lavorava il cognato».

Gratteri: «Denunciate»

Le indagini hanno inoltre permesso di accertare il coinvolgimento degli indagati in alcuni fatti di sangue che hanno sancito il passaggio ad un livello superiore dell‘ambito criminale cosentino da parte di alcuni esponenti di etnia rom, come ha sottolineato il procuratore aggiunto Vincenzo Capomolla: «Si tratta di alcuni episodi di gambizzazione determinati dai contrasti che si erano creati a proposito della spartizione dei mercati di droga. E poi vi è l’omicidio di Luca Bruni. In particolare questo fermo ha interessato due soggetti del gruppo degli Abbruzzese che sono stati coinvolti nella preparazione e poi nella esecuzione e occultamento del cadavere d Bruni in una strategia criminale ampia». L’attività investigativa è partita grazie alle denunce di alcuni imprenditori, soffocati dalla presenza oppressiva delle cosche. Da qui l’invito del procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri ad avere fiducia nell’azione incisiva svolta sul territorio dalle forze dell’ordine: «Nella prossima settimana, a cavallo delle vacanze, metterò due giorni anziché uno a disposizione di usurati, distorti, parti offese, di gente che subisce vessazioni nella pubblica amministrazione, per poter parlare con me e denunciare. Ripeto per l’ennesima volta: i calabresi non sono omertosi, i calabresi non sapevano con chi parlare».

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