Affari e protezione dalla 'ndrangheta, così il gruppo Cambria ha conquistato la grande distribuzione in Calabria

L'inchiesta Pecunia Olet della Dda di Reggio ha disvelato gli interessi della cosca Pesce nel settore dei supermercati. Ecco come, con la regia del commercialista Sorrenti, la holding siciliana ha occupato una porzione importante del mercato alimentare calabrese (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Consolato Minniti
23 aprile 2021
07:14

Rocco Cambria può essere definito come «imprenditore colluso e non vittima». Così il gip si esprime su colui il quale aveva delle mire imprenditoriali espansionistiche, dalla Sicilia alla Calabria, e per farlo non esitò ad entrare in affari con una delle più potenti cosche di ‘Ndrangheta dell’intera provincia reggina: il gruppo Pesce-Bellocco. È quanto emerge dall’inchiesta “Pecunia Olet” che ha disvelato gli interessi della criminalità organizzata anche nel settore della grande distribuzione alimentare. Una crescita spropositata, quella del gruppo Cambria, in tutta la Calabria: dal Pollino allo Stretto, il marchio “Spaccio alimentare” era diventato uno fra i più diffusi, oltre agli altri supermercati rientranti nell’orbita del gruppo. Tanti calabresi, dunque, anche se inconsapevoli, acquistavano in supermercati i cui proventi, almeno in parte, finivano nelle tasche – in via diretta o indiretta – delle cosche di ‘Ndrangheta della Piana.

Soldi e favori in cambio di tranquillità

L’indagine ha permesso di mettere in luce, secondo l’impostazione della Dda reggina, l’esistenza di strette relazioni criminali tra il sodalizio dei Pesce ed il gruppo imprenditoriale dei Cambria, attraverso cui quest’ultimo, mosso dalla volontà di operare in Calabria in tutta “tranquillità” e senza rischiare di avere rapporti imprenditoriali compromettenti, si impegnava a conferire a una ditta di autotrasporti, apparentemente “pulita” e “affidabile”, ma in realtà scelta dalla cosca Pesce, l’intero settore dei trasporti su gomma del centro di distribuzione. Era questo il settore prediletto della cosca, attraverso un sistema semplice: una ditta di comodo che aveva l’obbligo, imposto dalla ‘Ndrangheta, di affidare le commesse alle ditte ben volute dalla cosca che, così, si assicurava non solo un incremento del potere economico, ma anche maggiore prestigio criminale sul territorio. Mire che hanno coinvolto anche la famiglia mafiosa dei Cacciola, attraverso il versamento di somme di denaro, in quanto i locali dello Spaccio alimentare di Rosarno ricadevano nella loro zona di influenza.


Tiberio Sorrenti, il grande regista occulto

Ma c’è un soggetto quasi insospettabile che sta dietro le quinte di tutta questa operazione: è il commercialista Tiberio Sorrenti. È proprio dal monitoraggio del suo studio commerciale che l’indagine ha preso le mosse, consentendo alle forze di polizia di capire importanti dati da valorizzare sotto il profilo investigativo. Innanzitutto la circostanza di un costante andirivieni di diversi soggetti orbitanti in circuiti criminali, dallo studio di via nazionale a Rosarno.

L’intercettazione del telefono di Sorrenti ha portato a registrare frenetici contatti con il titolare ed i dipendenti del gruppo societario Cambria, per questioni riguardanti la gestione e/o l’apertura di più supermercati dislocati sull’intero territorio calabrese, contraddistinti dalle insegne della holding siciliana, fra cui il noto marchio “Spaccio alimentare”.

Proprio Sorrenti, secondo quanto ricostruito, compare negli assetti societari del Gruppo Cambria, rispondendo a scopi diversi rispetto a quelli che possono sottendere a tale tipo di partecipazione. Sorrenti, infatti, era il garante degli interessi della cosca Pesce in quel preciso settore d’investimento. E come rimarcato dal gup: «La Ce. Di. Dei Fratelli Cambria, attraverso Rocco Cambria, ma sotto la costante regia di Tiberio Sorrenti, uomo di fiducia della cosca Pesce, scendeva a compromessi con la ‘Ndrangheta locale traendo da questo connubio vantaggi di non poco rilievo. Quale, dunque, il prezzo da pagare per i Cambria, in cambio della tranquillità di poter operare in Calabria? Secondo i magistrati la cessione ai Pesce dell’intero settore della logistica, a partire dalla scelta dei locali commerciali utilizzati quali centro di smistamento della merce, fino alla gestione monopolistica del trasporto su gomma, dal centro di smistamento di Rosarno, fino ai vari punti di vendita in Calabria. La ditta di “comodo” fu individuata nella “Autotrasporti Messina di Messina Antonio”. Almeno fino a quando non si decise che sarebbe stato più utile rivolgersi ad un’altra impresa per tagliare i costi e le pretese di Messina, poi sostituito da Giuseppe Comandé. Per il giudice, «in tale vicenda emergeva in tutto il suo spessore, la figura ed il ruolo di Sorrenti, al quale era demandato il compito di individuare una soluzione tecnica a tutte le questioni medio tempore sorte e che avrà un ruolo determinante anche per mantenere gli equilibri della consorteria messa a dura prova dalla parte più tradizionalista della cosca che avanzavano la pretesa della storica tangente territoriale».

La paura di essere arrestati

Dalle intercettazioni dei protagonisti di questa vicenda, emerge tra l’altro la paura per le indagini delle forze dell’ordine, sin nove anni addietro. Siamo nel 2012 e già all’epoca il commercialista Sorrenti aveva timore di finire al centro di un caso giudiziario. Questi, infatti, comunicava a Nino Pecora i suoi timori circa il fatto che le forze di polizia potessero venire a sapere delle loro attività. Antonino Pesce affermava che in giro c’erano molti confidenti dei carabinieri: «Gliela cantano! Gliela cantano, sai come? Non che entrano in caserma per cantargliela». E ammetteva che quel movimento intorno allo studio lo avrebbe potuto portare all’arresto. Mentre Sorrenti, consapevole del suo coinvolgimento nelle dinamiche criminali, ammetteva: «Siamo rovinati».

Le notizie riservate

Ma Sorrenti poteva contare anche su qualcuno che gli spifferava notizie riservate sulle indagini in corso. È il caso di Vincenzo Cucinotta, militare in congedo della Guardia di Finanza che chiedeva informazioni ai colleghi ancora in servizio. Cucinotta informava Sorrenti che «forse ci sono accertamenti», facendo riferimento a indagini dei carabinieri. Lui, però, se ne stava occupando con persone di sua conoscenza: «Io siccome sapevo che… i carabinieri… gli ho detto di lasciarla fuori e che gli dia la cosa.. inc… gli dia un altro fatto… inc… sono arrivato e ha cambiato tutte le cose». Cucinotta è chiarissimo: «Quello me l’ha detto, capisci… mila euro, ha detto… Questo è… dice lui ora stai fermo là perché… inc… .da Reggio …inc… è fermo… inc… fino a giorno uno! Io siccome sapevo che i carabinieri… gli ho detto di lasciarla fuori e che gli dia la cosa… inc… gli dia un altro fatto… inc… sono arrivato e ha cambiato le cose».

Giornalista
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