Autobomba a Limbadi, il padre della vittima era stato aggredito - VIDEO

Indagini a 360 gradi per far luce sull’inquietante attentato. Al vaglio degli inquirenti anche rapporti tra le famiglie Vinci e Di Grillo-Mancuso
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di Redazione
10 aprile 2018
12:26

Una bomba ha fatto esplodere l’auto  sulla quale viaggiavano Matteo Vinci, 42 anni, già candidato alle comunali, biologo, deceduto. Il padre Francesco, 73 anni, carrozziere, è invece ricoverato al centro grandi ustioni di Palermo. Le indagini sull’attentato in stile libanese consumato alle 15.20 di ieri in località Cervolaro di Limbadi, per i carabinieri del Reparto operativo e del nucleo investigativo provinciale, agli ordini del colonnello Giorgio Romano e del maggiore Valerio Palmieri, partono dalle liti per i pessimi rapporti di vicinato tra la famiglia della vittima e quella dei Di Grillo-Mancuso.

L’arresto di Domenico Di Grillo

I militari, proprio all’esito delle prime perquisizioni effettuate dopo l’autobomba, hanno arrestato Domenico Di Grillo, per l’illecita detenzione di un fucile calibro 12 e relative munizioni. È il marito di Rosaria Mancuso, sorella dei boss Giuseppe Mancuso, ergastolano, Diego, Pantaleone detto l’Ingegnere, e Salvatore. Rosaria Mancuso è la figlia di Domenico Mancuso, che fa parte della cosiddetta dinastia degli undici sulla quale poggia il potente casato ‘ndranghetista di Limbadi, ed è la madre di Sabatino Di Grillo, capo della cellula lombarda Di Grillo-Mancuso, già disarticolata dalla Dda di Milano guidata da Ilda Boccassini.


L'aggressione

Proprio con i Di Grillo-Mancuso, i Vinci si erano resi protagonisti di una rissa che nel marzo 2014 portò all’arresto dei membri delle due famiglie da parte dei carabinieri che trasmisero un’informativa alla Dda di Catanzaro. Dopo quella rissa furono intentate dagli stessi Di Grillo-Mancuso due cause civili contro i Vinci per una presunta occupazione abusiva dei propri terreni. Cause in via di definizione, nei prossimi mesi, davanti al Tribunale di Vibo Valentia. Nell’ottobre del 2017 Francesco Vinci sarebbe stato vittima di una brutale aggressione, minacciato con una pistola e picchiato con un bastone, all’esito della quale finì in terapia intensiva.


Le indagini sull’autobomba partono da qui. Da un fascicolo di fatto già aperto quattro anni fa dalla Procura antimafia e che adesso ripiomba sulla scrivania del procuratore Gratteri.

Il rebus dell'innesco

Come è stata azionata la bomba che ha ucciso Matteo Vinci e ferito gravemente il padre Francesco? É uno dei quesiti cui è chiamata a dare una risposta l'indagine condotta dai carabinieri sull'attentato avvenuto ieri nelle campagne di Limbadi.

Un dato acquisito é che l'ordigno utilizzato per l'attentato sia stato collocato sotto la Ford Fiesta sulla quale viaggiavano Matteo Vinci ed il padre. Ma come é stato fatto scoppiare? L'ipotesi che su questo specifico punto dell'indagine viene presa maggiormente in considerazione dagli investigatori é quella di un radiocomando a distanza. Ma non si é esclude neppure quella di un timer.

In ogni caso, si fa rilevare negli ambienti investigativi, si é trattato di un lavoro compiuto da professionisti e che denota l'elevato livello criminale di chi aveva ha progettato l'uccisione di Matteo Vinci e del padre. Persone non considerate legate alla 'ndrangheta, ma che, evidentemente, erano finite nel mirino di esponenti di primo piano della criminalità organizzata del vibonese

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