Black money, il processo ai Mancuso in Cassazione: già caduta l'associazione mafiosa

La Suprema Corte fissa l’udienza per esaminare i ricorsi di pubblica accusa e difese. In primo grado a Vibo e nel secondo a Catanzaro è franata totalmente l'impalcatura accusatoria sul reato associativo. Ecco le motivazioni dei giudici

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di Giuseppe Baglivo
30 marzo 2021
10:06
La sede della Cassazione a Roma
La sede della Cassazione a Roma

Approda in Cassazione il troncone principale dell’operazione antimafia “Black money”, scattata nel marzo 2013 ad opera della Dda di Catanzaro – all’epoca diretta dal procuratore Giuseppe Borrelli – contro il clan Mancuso. Il 6 maggio prossimo la seconda sezione penale della Suprema Corte si occuperà infatti delle posizioni di: Antonio Mancuso, 83 anni, Giovanni Mancuso, 80 anni, Pantaleone Mancuso, 60 anni, alias “Scarpuni”, tutti di Limbadi, Agostino Papaianni, 70 anni, di Coccorino di Joppolo, Gaetano Muscia, 57 anni, di Tropea, Antonio Prestia, 53 anni, di San Calogero.

Il ricorso in Cassazione nei confronti dei tre Mancuso, oltre che dalle difese, è stato presentato anche dalla Procura generale di Catanzaro alla quale non sono andate giù le motivazioni della Corte d’Appello che il 12 novembre del 2019 – al pari della sentenza di primo grado del Tribunale collegiale di Vibo Valentia – hanno ribadito il totale vuoto probatorio dell’accusa in ordine al reato di associazione mafiosa.


Pertanto, Antonio Mancuso in appello è stato condannato a 5 anni per il solo reato di estorsione (a fronte di una richiesta di pena in primo grado avanzata dal pm Marisa Manzini pari a 27 anni di reclusione ed in appello dal pm Annamaria Frustaci pari a 25 anni), Giovanni Mancuso a 9 anni per il reato di usura (il pm Manzini in primo grado aveva chiesto per lui 29 anni di reclusione, così come in appello il pm Annamaria Frustaci), mentre Pantaleone Mancuso è stato assolto (così come in primo grado laddove il pm Manzini aveva chiesto 26 anni e 6 mesi di carcere ed il pm Frustaci in appello 18 anni). Le altre condanne in appello che ora arrivano al vaglio della Cassazione sono state: 7 anni e 8 mesi per Agostino Papaianni (l’accusa in appello aveva chiesto per lui 23 anni e 8 mesi); 7 anni Gaetano Muscia (così come la sentenza in primo grado), 5 anni e 6 mesi Antonio Prestia (così come in primo grado).

In primo grado la pubblica accusa dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia (Vicenza Papagno presidente, giudici a latere Pia Sordetti e Giovanna Taricco) era stata sostenuta dal pm Marisa Manzini che aveva coordinato l’intera operazione antimafia e che, al termine della requisitoria, aveva chiesto condanne complessive pari a 229 anni di carcere ottenendone in totale 47. In appello l’accusa è stata sostenuta invece dal pm della Dda di Catanzaro, Annamaria Frustaciapplicata per tale processo alla Procura generale.

Antonio Mancuso è difeso dall’avvocato Giuseppe Di Renzo, Giovanni Mancuso dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Armando Veneto, Pantaleone Mancuso dagli avvocati Francesco Calabrese  e Francesco Sabatino, Agostino Papaianni dagli avvocati Michelangelo Miceli e Salvatore Staiano, Gaetano Muscia dall’avvocato Giovanni Vecchio, Antonio Prestia dall’avvocato Sabatino.

Le ragioni dei giudici di merito

I giudici di merito nel mandare assolti gli imputati dal reato di associazione mafiosa hanno parlato nelle motivazioni della sentenza di indagini lacunose con zero prove in ordine al reato associativo. Per tutti gli imputati ai “fini della contestazione associativa le vicende trattate non hanno fornito alcun contributo – hanno scritto i giudici – in ordine alla ricostruzione della compagine e dell’operatività della stessa”. La pubblica accusa non avrebbe tenuto in alcun conto, ad avviso dei giudici di primo e secondo grado, degli insegnamenti della giurisprudenza della Cassazione in tema di associazione mafiosa.

La genesi dell’inchiesta

Era stato il colonnello Giovanni Sozzo – all’epoca alla guida del Ros di Catanzaro con il grado di maggiore – a spiegare la genesi dell’inchiesta che, come ricordato dai giudici nelle motivazioni della sentenza, era partita con la sottoposizione ad intercettazione del boss Luigi Mancuso, all’epoca detenuto per scontare una lunga pena definitiva per associazione mafiosa e traffico di stupefacenti. «Tuttavia – ha ricordato il Tribunale di Vibo nelle motivazioni della sentenza – da tale attività non emersero elementi utili se non un laconico commento sulla nascita del nipote, figlio di Pantaleone Scarpuni, alla fine del 2009, significativo del distacco del detenuto rispetto alla notizia, anche perché, come rappresentato dal colonnello, lo stesso Mancuso riceveva le visite delle sole donne della famiglia, vale a dire la moglie e le figlie».
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