‘Ndrangheta stragista, Graviano “minaccia” di confermare in aula le rivelazioni su Berlusconi

Dietro la decisione del boss di rompere un silenzio durato 26 anni, precisi messaggi al Cav e al suo entourage. Di cui ha già parlato quando intercettato in carcere raccontava della "cortesia" chiesta al leader di Forza Italia negli anni delle stragi. Chiacchierate che ha rivendicato come vere e che in aula sarà chiamato a chiarire

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di Alessia Candito
6 febbraio 2020
23:11
Giuseppe Graviano
Giuseppe Graviano

Anni, anzi decenni di silenzio, al massimo mezze parole. Poi “Madre natura”, l’uomo che custodisce i segreti delle stragi inizia a parlare. In mezzo a recriminazioni, divagazioni, accuse, il boss Giuseppe Graviano lancia messaggi – sibillini per chi ascolta, probabilmente cristallini per i veri destinatari – che sanno di avvertimento. E i destinatari hanno il nome e il cognome dei protagonisti di un’intera stagione politica della storia della Repubblica. Di capitoli di quella storia che non sono ancora stati scritti. Alla vigilia della nuova udienza del processo “’Ndrangheta stragista” ci sono una serie di domande che si impongono.

Le mosse di graviano e le domande necessarie

Perché il boss Giuseppe Graviano, oggi imputato a Reggio Calabria come mandante degli attentati ai carabinieri che per la Dda sono un pezzo della strategia degli attentati continentali, inizia a parlare? Perché proprio in riva allo Stretto, dove udienza dopo udienza si disegna la forma di quel “sistema pancriminale” di cui alcuni collaboratori hanno parlato ma che mai è stato compiutamente esplorato, il boss palermitano inizia a far cadere quella che si annuncia come una slavina?

 

Strategia studiata

Domande che forse la prossima udienza potrà chiarire. Un appuntamento a cui il boss tiene e a cui si prepara da tempo, curando con minuzia da difensore esperto tutte le mosse. Per mesi ha chiesto di riascoltare gli audio originali delle sue conversazioni registrate in carcere e che – ha ribadito più e più volte - «sono l’unica cosa vera». Con determinazione ha chiesto di avere il tempo di incontrare il suo avvocato, magari – sospettano alcuni – per istruirlo sulle domande che gli dovrà fare per permettergli di lanciare i messaggi a cui da tempo lavora.

 

Una stagione di sangue e politica

Di certo, Graviano ha già detto abbastanza da mettere in allarme più di uno. A partire da chi – a suo dire – delle stragi sapeva, ma per quei morti non ha mai pagato. I mandanti politici di una stagione durante la quale – ipotizza oggi la procura antimafia di Reggio Calabria - le mafie e non solo hanno esplorato diverse strategie pur di individuare interlocutori politici attendibili, ma soprattutto per non perdere un grammo del potere consolidato all’ombra del muro di Berlino e della prima Repubblica. Quando entrambi sono crollati, quel grumo di potere si è mosso. Con le stragi e con le trattative, con le bombe e con le fucine di nuove formazioni politiche. È in questo solco, ipotizza il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, che si iscrivono gli attentati che sono costati la vita ai brigadieri Fava e Garofalo e gravi ferite ad altri quattro militari. Una scia di violenza e sangue che si è arrestata mentre si affermava con straordinario e immediato successo il neonato partito di Forza Italia.

 

«I veri mandanti sono fuori»

Per quel sangue, Graviano è imputato come mandante insieme al boss di Melicucco, Rocco Filippone. Un mammasantissima sempre tenuto volutamente sotto traccia. Ma ce ne sono altri e non sono uomini di mafia, lascia intendere in aula il boss di Palermo. Una pista che la magistratura segue da tempo, tanto in Calabria, come in Sicilia, e che per la prima volta il boss sembra confermare. Linguaggio omissivo e omertoso d’ordinanza, durante l’esame con cui ha interrotto decenni di silenzio Graviano lancia un’accusa precisa. «Quando ero detenuto a Spoleto, dal 2006 al 2007, ho incontrato una persona di Napoli da cui ho saputo che c’erano degli imprenditori di Milano che volevano che le stragi non si fermassero».

 

L’ombra di Berlusconi e dell’Utri

Il nome non lo fa mai, ma il riferimento a Silvio Berlusconi e al suo entourage è estremamente preciso. Ma per non sbagliare, il boss dà ulteriori coordinate «indaghi sull’arresto di Giuseppe Graviano – dice al procuratore Lombardo - scoprirà i veri mandanti, chi ha ucciso il poliziotto D’Agostino insieme alla moglie e tante altre cose». E su quell’arresto ci tiene a spiegare che quel Giuseppe D’Agostino che gli investigatori all’epoca hanno seguito per arrivare a lui «l’hanno avvicinato con la storia che doveva far fare al figlio un provino con il Milan… Se indagate su questo arriverete ai mandanti delle stragi». E già in altri processi è emerso che a segnalare al Milan la giovane promessa del calcio fu Marcello Dell’Utri, condannato definitivamente a sette anni per associazione mafiosa. Non più difficile da interpretare il riferimento alla «gente di Enna», esattamente lì dove si riuniva la Commissione dei massimi vertici di Cosa Nostra, cui «un ministro dell’Interno» si era rivolto per fermare le stragi, tanto da guadagnarsi una condanna a morte – poi mai eseguita – da parte di quei misteriosi «imprenditori di Milano» che a suo dire avevano interesse a non fermare sangue e violenza.

 

Cortesie e tradimenti

Mai nella sua storia di detenuto Giuseppe Graviano era stato così netto. E quelle frasi sono arrivate prima ancora che l’esame tocchi quelle intercettazioni in carcere che ha rivendicato come vere e durante le quali è stato sorpreso a raccontare alla “dama di compagnia” Umberto Adinolfi della «cortesia chiesa da Berlusca» che poi «fece il traditore», e che hanno determinato la riapertura delle indagini per strage sull’ex presidente del Consiglio e su Dell’Utri.

 

Il sistema è nudo

Perché proprio adesso “Madre natura” decide di mandare certi messaggi? Il sospetto è che oggi il boss inizi ad avere paura. Il processo di Reggio Calabria non solo ha provato la partecipazione della ‘ndrangheta alla stagione delle stragi, ma udienza dopo udienza sta ricostruendo il perimetro del sistema pancriminale che quelle stragi ha progettato. Un sistema – si chiarisce ogni giorno di più nel corso dell’istruttoria – che esisteva prima di quella stagione e probabilmente – raccontano oggi altre indagini della procura di Reggio Calabria – continua ad esistere anche adesso.

Coincidenze

La traccia, evidente, è nell’indagine Breakfast e ancor più nella sua costola “Stato parallelo” dove quel mondo criminale in cui mafie, pezzi di servizi dell’area Gladio, eversione nera, politica, grande imprenditoria e settori della massoneria è stato fotografato quando si è attivato per salvare due soggetti la cui operatività era vitale per il sistema stesso, Amedeo Matacena e Marcello Dell’Utri. Lo stesso Dell’Utri – racconta l’inchiesta “Rinascita Scott” – che “per la formazione di Forza Italia, la prima persona che ha contattato fu Piromalli a Gioia Tauro”. Parola dell’avvocato Giancarlo Pittelli, di Forza Italia è stato uno degli storici senatori, che oltre ad essere il riservato del boss Luigi Mancuso, famiglia che insieme ai Piromalli era fra le pochissime ad avere il diritto e il dovere di discutere con i siciliani negli anni delle stragi.

Minacce o messaggi?

Nomi che tornano, rapporti che si ripetono uguali a distanza di decenni, un sistema che come un mosaico viene a nudo, a dispetto di chi ha fretta di bollarlo come “visioni”, infangarlo come “ricerca di imprecisati intrecci”, perché il quadro è al contrario molto preciso. Così tanto che oggi il boss Giuseppe Graviano forse ha paura. E magari per questo manda messaggi. Magari anche solo per minacciare di tirare altri giù con sé. Quale sia la richiesta in ballo, non è dato sapere. Di certo, il destinatario è un sistema che adesso aspetta il nuovo esame di Madre Natura con il fiato sospeso.

Giornalista
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