Cacciato dalla squadra per il cognome, se il giustizialismo uccide i sogni di un 17enne

Fa ancora discutere la decisione del presidente del Cosenza Guarascio di mandare via Pietro Santapaola dalla squadra Primavera per la condanna del padre: «Sono distrutto, per me è finita»

di Francesca  Lagatta
18 marzo 2021
21:00
Pietro Junior Santapaola
Pietro Junior Santapaola

«Sono distrutto, per me è finita». È il 3 marzo scorso quando Pietro Junior Santapaola, 17 anni, centrocampista del Cosenza Calcio nella squadra Primavera, chiama in lacrime la sua famiglia per avvisare che è stato cacciato dalla squadra. La sua colpa? Chiamarsi Santapaola. Soltanto questo. Tanto è bastato al presidente della squadra, Eugenio Guarascio, per spezzare i suoi sogni e farlo sprofondare in uno stato di profondo turbamento, allontanandolo dai suoi compagni senza neppure chiedere un confronto. Da una settimana, Pietro è tornato a Messina dalla sua famiglia, ma la vicenda che lo riguarda è diventata di dominio pubblico e in tanti hanno preso le sue difese, chiedendo a gran voce il rientro del giovane nei campi di calcio.

Quel cognome "pesantissimo"

Pietro Junior Santapaola è arrivato nelle primaverili del Cosenza Calcio, che milita in serie B, a gennaio scorso, dopo una fulminea e brillante carriera cominciata a soli 10 anni. Pietro frequenta il quarto superiore all'istituto tecnico commerciale di Licata, non beve, non fuma, non ha mai preso neppure una multa in vita sua né una segnalazione all'autorità giudiziaria. Si allena con costanza e con profitto perché la sua strada è il calcio, al momento è il suo unico pensiero. Ma per Guarascio, il 17enne ha un peccato originale: è figlio di Pietro Santapaola, recentemente condannato in primo grado di giudizio a 12 anni di carcere per associazione mafiosa per fatti che risalirebbero a prima che il figlio nascesse. Un pentito dice che Santapaola senior farebbe parte del sanguinoso clan facente capo al prozio Benedetto Santapaola, noto alle cronache come Nitto, il "cacciatore" o il "licantropo", indicato dalla magistratura come uno dei più potenti esponenti viventi di Cosa Nostra. Ma Pietro Junior è estraneo a qualunque dinamica processuale. Cresciuto a Messina con la famiglia, è andato via di casa quando era ancora un bambino per inseguire la sua passione.


La denuncia del tifoso rossoblu

A rendere nota la vicenda, è Sergio Crocco, sfegatato tifoso del Cosenza, nonché da un decennio presidente dell'associazione umanitaria "La Terra di Piero", che sui social ne tesse le lodi: «Pietro gioca bene e si guadagna la stima dell'allenatore Ferraro. Negli spogliatoi è, a detta dei suoi compagni, il più educato di tutti. Mai una parola in più, mai un accenno di malandrineria.È benvoluto da tutti gli addetti ai lavori del settore giovanile, compreso il massimo responsabile Mezzina».

Il direttore Sergio Mezzina, colui che è stato incaricato di riferire al 17enne le parole di Guarascio. «Insomma - continua Crocco -, un calciatore bravo sul quale puntare per il futuro ed un orgoglio nel vedere la mia società che non ha remore nell'accogliere un ragazzo che vuole riscattarsi da colpe non sue». Ma il presidente decide comunque «che Pietro non deve fare più parte della squadra. La condanna del padre, a suo modo di vedere, sporcherebbe la maglia rossoblu». Poi conclude: «Non mi sono mai vergognato così tanto di essere tifoso del Cosenza, il mio Cosenza. Scusa Pietro, ti porgo le mie scuse da cosentino e con il cuore in mano».

L'esonero dell'allenatore

Il post di Crocco in poco tempo fa il giro del web e la vicenda diventa di dominio pubblico. Nel frattempo, però, invece di rivedere la sua decisione, il presidente Guarascio esonera anche l'allenatore Emanuele Ferraro. Persone vicine agli ambienti del Cosenza Calcio riferiscono che nei giorni precedenti il mister si era ribellato alla decisione, lodando le qualità umane e professionali del giovane.

«La mafia mi fa schifo»

Per capirne di più sulla vicenda, abbiamo contattato alcune persone vicine al giovane, le quali ci hanno raccontato che la famiglia di Pietro gestisce un supermercato di 70 mq a Messina. La sorella del giovane ha 25 anni, una laurea nel cassetto e studia per prendere la seconda. Mamma Katia aiuta dà una mano al marito nell'azienda di famiglia. Il papà, trascinato in tribunale da un pentito, è imputato nel processo Beta e sarebbe stato proprio lui a rispondere alla telefonata di Pietro Junior lo scorso 3 marzo. Da quel giorno, Pietro Junior sarebbe sprofondato in un profondo stato di angoscia per l'umiliazione subita e per la paura che tutta questa storia gli impedisca di continuare a giocare a calcio.

A chi lo chiama per sapere come sta risponde ripetutamente che «a me la mafia fa schifo, a me la mafia fa schifo». Pietro lo dice, lo urla, di quello che gli è accaduto non se ne fa una ragione: «perché devo pagare per colpe che non ho?». Se lo chiedono in tanti in questi giorni, gli stessi che sperano che Guarascio possa tornare sui suoi passi. Perché il giustizialismo non fa rima con giustizia e Pietro ha bisogno dell'odore dell'erbetta e del calore di compagni e tifosi, perché il riscatto passa anche dallo sport e Pietro ha il diritto di costruirsi una vita dignitosa anche se di cognome fa Santapaola.

 

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