La strage di Amendolara ha riaperto occhi distratti sullo strazio che nei campi italiani si fa dei diritti e dell’umanità. Quattro migranti arsi vivi e un dietro le quinte fatto di sfruttamento. Approfondimenti – investigativi e non – hanno portato a scoperchiare la superficie di un sistema che, come una tratta degli esseri umani, sposta uomini come se fossero pacchi e ne gestisce l’esistenza, il reddito, i tempi. Dalle analisi sul campo è emersa l’ipotesi dell’esistenza di una rete responsabile di questa tratta. Che conviene a molte aziende e ai caporali. Ma fa dell’Italia e della Calabria posti assai meno civili di quanto immaginiamo. 

La rete e il calendario delle raccolte

Il caporalato non è più un fenomeno confinato a singoli territori, ma una rete che segue il calendario delle raccolte agricole lungo tutta la penisola. Dalla Calabria alla Basilicata, fino al Piemonte e al Friuli-Venezia Giulia, migliaia di lavoratori stagionali vengono reclutati e trasferiti da una campagna all'altra attraverso sistemi di intermediazione illegale che, secondo sindacati ed esperti, si sono evoluti negli ultimi anni.

Il percorso dei braccianti tra Calabria, Basilicata e Nord Italia

Tra marzo e settembre migliaia di braccianti raggiungono il Metapontino e l'Alto Bradano, in Basilicata, per la raccolta di fragole, pesche e pomodori. Molti provengono dalla Piana di Sibari, dove nei mesi precedenti hanno lavorato alla raccolta di agrumi e olive. Terminata la stagione, il percorso prosegue verso il Piemonte e, successivamente, in Friuli-Venezia Giulia per la lavorazione della barbatella.

Secondo la Flai Cgil e l'Osservatorio Placido Rizzotto, che ogni anno pubblicano il Rapporto Agromafie e Caporalato, almeno 200mila lavoratori agricoli in Italia subiscono irregolarità lavorative, spesso in condizioni di sfruttamento.

La legge contro il caporalato e le poche aziende certificate

Dal 2016 è in vigore la legge 199 contro il caporalato, che ha introdotto anche la Rete del lavoro agricolo di qualità, uno strumento pensato per valorizzare le imprese che rispettano contratti e diritti dei lavoratori.

Nonostante ciò, su circa un milione di aziende agricole italiane, soltanto 11.895 risultano iscritte alla rete.

Secondo quanto dichiarato a La Stampa da Chiara Gribaudo, presidente della Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno, è necessario rafforzare gli incentivi affinché un numero maggiore di imprese aderisca al sistema.

Braccianti morti nell'auto in fiamme ad Amendolara, il Riesame conferma il carcere per i due indagati

Dal caporalato "nero" a quello "grigio"

Gli esperti distinguono oggi due principali forme di sfruttamento.

La prima è il cosiddetto caporalato nero, caratterizzato da violenze, intimidazioni e controllo diretto delle condizioni di vita dei lavoratori.

La seconda è il caporalato grigio, più difficile da individuare, perché si basa su contratti formalmente regolari ma accompagnati dalla falsificazione delle giornate lavorative. Attraverso cooperative o intermediari, in busta paga vengono registrati pochi giorni di lavoro rispetto a quelli realmente svolti, con conseguenze sui contributi, sulla disoccupazione agricola e, per molti lavoratori stranieri, anche sul rinnovo del permesso di soggiorno.

Secondo Gribaudo, non è raro che lavoratori impegnati per oltre cinquanta giornate risultino averne lavorate ufficialmente appena una decina.

Controlli limitati e pochi ispettori

A rendere più difficile il contrasto al fenomeno contribuisce la carenza di personale ispettivo.

L'Ispettorato nazionale del lavoro dispone di quasi tremila dipendenti, ma una parte consistente è impegnata in attività amministrative. Di conseguenza, gli ispettori dedicati stabilmente ai controlli sul territorio sono poco più di un migliaio.

Secondo la Flai Cgil, ogni anno viene ispezionato meno del 4% delle aziende agricole che impiegano manodopera.

Per la Commissione parlamentare sarebbe necessario organizzare i controlli seguendo gli stessi flussi stagionali dei lavoratori, concentrando le verifiche nei territori interessati dalle raccolte.

Un sistema nazionale che utilizza anche WhatsApp

Il reclutamento illegale si è progressivamente trasformato.

Se un tempo il caporale attendeva i lavoratori lungo le strade, oggi il contatto avviene spesso attraverso messaggi su WhatsApp o altri sistemi di comunicazione digitale.

L’ipotesi è che esista ormai una rete in grado di spostare gruppi di lavoratori da una regione all'altra seguendo le esigenze delle campagne agricole.

Il sistema, riporta sempre La Stampa, non si limita più alla semplice intermediazione lavorativa, ma comprende anche il trasporto, la gestione degli alloggi e l'organizzazione degli spostamenti lungo tutto il territorio nazionale.

Il nodo degli alloggi e le risorse del Pnrr

Tra le criticità più gravi resta quella delle condizioni abitative.

Sono stati documentati casi di appartamenti nei quali vivono fino a diciotto persone.

Per affrontare il problema, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) aveva previsto 200 milioni di euro destinati alla realizzazione e al recupero di alloggi dignitosi per i lavoratori stagionali.

Secondo la Flai Cgil, però, finora risultano effettivamente assegnati soltanto 25,9 milioni di euro, mentre gran parte delle risorse rischia di non essere utilizzata.

Lo sfruttamento oltre i numeri

Accanto agli aspetti economici e organizzativi, resta la dimensione umana del fenomeno.

Le lunghe giornate trascorse nei campi, spesso sotto temperature elevate e con turni che superano le dieci ore, continuano a rappresentare una delle principali criticità denunciate da sindacati e Commissione parlamentare.

Secondo gli esperti, il rischio è che condizioni di lavoro considerate incompatibili con standard dignitosi finiscano progressivamente per essere percepite come normali, rendendo ancora più difficile contrastare le nuove forme di caporalato.