Sovraffollate di detenuti e carenti di agenti, carceri reggine al collasso

VIDEO | L’allarme nuovamente lanciato dal garante dei diritti dei detenuti Agostino Siviglia e dalla Uilpa della penitenziaria. Tutti i dettagli dell'ultimo rapporto Antigone

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di Angela  Panzera
29 giugno 2019
08:06

Tra sovraffollamento e carenze di organico degli agenti i due istituti penitenziari di Reggio Calabria continuano a registrare enormi criticità. L’allarme viene nuovamente lanciato dal garante dei diritti dei detenuti Agostino Siviglia e dalla Uilpa della penitenziaria. Attualmente i poliziotti in servizio al carcere “Panzera” sono solo 113 mentre ad “Arghillà” 118; in entrambe le case circondariali- secondo una stima del sindacato- mancano 40 unità. Questa lacuna, come sottolineato da Bruno Fortugno, presidente territoriale della Uilpa Penitenziaria- comporta «che i turni di ogni poliziotto sono di otto ore e non di sei come invece prevede la legge».  Svolgere turni più lunghi vuol dire quindi, mettere la salute psico-fisica del personale.

Il rapporto di Antigone

 Secondo il quindicesimo rapporto di “Antigone”, l’associazione “per i diritti e le garanzie nel sistema penale”, dove sono contenuti i dati inviati dal Dap, il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ad Arghillà sono 376 i detenuti presenti a fronte di una capienza di 302 e quindi il sovraffollamento è stimato al 124,5%. Questa è infatti la principale criticità e a seguire, come stimato da “Antigone” e come più volte denunciato dal garante Siviglia, vi è l'assistenza sanitaria che non risulta essere adeguata al numero dei detenuti presenti in istituto ed infine, «la mancanza di corsi di formazione per l'acquisizione di competenze sfruttabili nel mondo dei "liberi", una volta riacquistata la libertà». Un’altra problematica riguarda poi, l’insufficienza dei collegamenti con dei mezzi pubblici considerato che la struttura è ubicata in alla periferia collinare nord della città e anche che il «il plesso- è scritto nel rapporto- rappresenta una "grande incompiuta". Pur essendo di notevolissime dimensioni soltanto una sua parte risulta utilizzata. In particolare, l'uso delle aree esterne è assai ridotto». Anche al “Panzera” i problemi, nonostante gli sforzi dell’amministrazione penitenziaria locale negli anni siano stati significativi, non mancano. Qui i detenuti sono 208 a fronte di una capienza di 186 posti e quindi il sovraffollamento è stimato al 111,8%. «L'edificio- riportato nel rapporto- si presenta in buone condizioni strutturali. Ciò è in buona parte dovuto al lavoro dei detenuti, che ha reso possibile la ristrutturazione del plesso di San Pietro. L'aumento della popolazione detenuta, però- e la riduzione degli spazi comuni interni, unitamente all'esiguo numero di educatori rispetto a quelli previsti dalla pianta organica, rende sostanzialmente impossibile lo svolgimento di attività trattamentali». Ciò è dovuto, secondo l’amministrazione penitenziaria, al continuo turn-over dei detenuti. Al momento della visita, avvenuta il 31 ottobre del 2018, “Antigone” denuncia che «la quasi totalità dei detenuti è impiegata in lavori prestati in favore dell'Amministrazione (lavori di carattere domestico: pulizia, vitto, manutenzione ordinaria/straordinaria), non spendibili nel mondo esterno al momento del ritorno in libertà». Nell'ottobre del 2016 è stato siglato un protocollo d’intesa tra il dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e la regione Calabria per l’attuazione di un progetto pilota sulla sartoria sociale, per il reinserimento socio-lavorativo delle detenute del plesso San Pietro. Tuttavia, all'atto di intesa «non è seguita alcuna destinazione di fondi- è scritto nel rapporto. Con fondi di cassa ammende è stato realizzato un laboratorio per la lavorazione del marmo destinato alla popolazione maschile, anche questo mai attivato. La Regione Calabria ha invece finanziato la realizzazione un laboratorio per la lavorazione della ceramica destinato alla detenute, il quale risulta attivo».

L’osservazione psichiatrica va sospesa

Altra spina nel fianco per il carcere “Panzera”  è l’osservazione psichiatrica dove nei giorni scorsi un detenuto ha tentato di uccidere, strangolandolo, un agente della penitenziaria. «È un fatto gravissimo- ha dichiarato alla nostra testata Bruno Fortugno- e se il collega non ci ha rimesso la pelle è stato grazie alla sua esperienza personale che gli ha permesso di scongiurare il peggio». In questo reparto il personale medico non risulta essere sufficiente e di conseguenza non sono garantite le condizioni di sicurezza per gli agenti. «C’è anche un altro aspetto- chiosa Fortugno- il personale operante deve essere formato  adeguatamente per prestare questo tipo di servizio. Una cosa è l’informazione, l’altra è la formazione. Ed è per questo che noi chiediamo, considerato che mancano questi standard, che il reparto venga sospeso». Già due anni fa il garante Siviglia era riuscito ad ottenere la sospensione, ma poi è stato riaperto. «Non è la prima volta –conclude Fortugno- che qui si registrano aggressioni ai danni di poliziotti- ed è per questo che la vicenda sarà portata al tavolo nazionale visto che la Calabria non ha ancora un provveditore regionale. Non possiamo infatti, più restare inermi di fronte a tali gravi situazioni ed è per questo che è arrivato il momento che l’amministrazione penitenziaria si faccia carico della problematica attraverso soluzioni concrete».  

Negato il diritto alla salute

Già nel rapporto di Antigone viene sottolineato che «il reparto di osservazione psichiatrica, composto da cinque celle singole ubicate in un'area separata rispetto al restante ambiente detentivo, era al momento della visita visibilmente sporco, oltre che maleodorante». Per il garante Siviglia infatti, «il diritto alla salute dei detenuti, cosi come previsto dalla nostra Costituzione, non viene garantito all’interno degli istituti penitenziari e ancor meno all’interno di questa sezione. Ed è per questo che scriverò formalmente poiché una situazione del genere è intollerabile sia per gli stessi agenti della penitenziaria che per gli stessi detenuti i quali-conclude- vengono parcheggiati in questi “non luoghi” per poi essere mandati nei centri di salute mentale». &nbsp

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