Saverio Giampà, detenuto calabrese che ha riferito alla commissione d’inchiesta una ricostruzione sulla morte del manager Mps, ha precedenti definitivi per calunnia e false dichiarazioni. Una sentenza riportata dal Fatto Quotidiano ricostruisce il suo passato e solleva interrogativi sull’attendibilità delle nuove rivelazioni
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La credibilità di Saverio Giampà, il detenuto che ha chiamato in causa Giuseppe Mussari nella ricostruzione sulla morte di David Rossi presentata alla commissione parlamentare d’inchiesta, è centrale per valutare le sue dichiarazioni e sarà inevitabilmente al centro di un approfondimento sulla sua storia giudiziaria. Il suo passato comprende infatti una condanna definitiva per calunnia e false dichiarazioni al pubblico ministero, relativa a un’accusa rivolta a un uomo che sapeva essere innocente.
Il tema è rilevante perché le dichiarazioni raccolte dalla commissione sono state diffuse pubblicamente e hanno alimentato l’ipotesi di un coinvolgimento dell’ex presidente di Monte dei Paschi di Siena in una presunta spedizione intimidatoria contro il manager. Accuse che restano da verificare e che Mussari ha respinto duramente.
La condanna a sette anni e i precedenti giudiziari
Saverio Giampà, 61 anni, originario di Catanzaro, è stato condannato in primo grado a sette anni dal Tribunale di Bologna con una sentenza depositata il 13 aprile 2026. Il procedimento riguarda, tra le altre contestazioni, presunte minacce a un benzinaio e l’intestazione fittizia di attività commerciali in Emilia per sottrarle a possibili sequestri. La condanna di primo grado non equivale a una sentenza definitiva di colpevolezza.
Il provvedimento ricostruisce anche i precedenti giudiziari dell’uomo. Dopo un patteggiamento per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nei primi anni Novanta, Giampà ha riportato condanne per usura, lesioni personali ed estorsione.
Secondo la ricostruzione giudiziaria, il soprannome “Nerone” sarebbe legato non al colore della carnagione, come sostenuto dallo stesso Giampà, ma alla sua «propensione a compiere atti incendiari».
Il pentimento e la revoca del programma di protezione
Nel 1996 Giampà aveva avviato un percorso di collaborazione con la giustizia. L'anno successivo, tuttavia, il programma di protezione gli venne revocato perché il suo comportamento era risultato «in netto contrasto con le norme comportamentali» previste.
In seguito si trasferì a Firenze, dove si occupò dell’Accademia del Biliardo e, secondo quanto ricostruito, instaurò rapporti con esponenti delle forze dell’ordine, vantando anche contatti con i servizi segreti.
Il precedente più significativo per valutare le dichiarazioni rese oggi sul caso Rossi è però una condanna definitiva pronunciata a Firenze per fatti risalenti al 1999 e divenuta irrevocabile nel 2002. I fatti sono ricostruiti in un articolo del Fatto Quotidiano.
La falsa accusa a un innocente e la condanna per calunnia
A ricostruire la vicenda è stato Walter Colasanti, funzionario della Direzione investigativa antimafia, ascoltato nel settembre 2025 nell’ambito di un altro processo.
Colasanti ha riferito che Giampà era stato condannato per calunnia e false dichiarazioni al pubblico ministero dopo aver accusato un cittadino albanese, che sapeva innocente, di una tentata rapina sfociata in un omicidio.
Secondo la ricostruzione riportata in aula, Giampà avrebbe contattato nuovamente l’autorità giudiziaria mentre rischiava di dover scontare una lunga pena per precedenti reati. Gli accertamenti tecnici smascherarono la sua versione e portarono alla condanna.
Nella sentenza, i giudici rilevarono che «il prevenuto si decise ad accusare falsamente l'albanese con il fine di accreditarsi nuovamente con i magistrati e poter usufruire ancora di programmi di protezioni».
Un precedente che assume particolare rilievo alla luce delle nuove dichiarazioni sul caso David Rossi. Nella ricostruzione contenuta nella sentenza del 2026, i giudici sottolineano infatti, secondo quanto riporta il Fatto: «Si tratta di acquisizione importante, perché, non sfuggirà, proietta una luce peculiare sugli impulsi che possano, nel tempo, aver mosso Giampà a proporsi come collaboratore dell’autorità giudiziaria».
La nuova collaborazione e le dichiarazioni su David Rossi
Giampà si trova nuovamente in carcere e ha riferito alla commissione parlamentare una versione dei fatti che coinvolge, tra gli altri, Giuseppe Mussari e Gabriele Ceccherelli. Le sue dichiarazioni ipotizzano un’aggressione ai danni del manager Mps, collegata a interessi economici e a presunti rapporti con la criminalità organizzata.
Secondo quanto riportato da Giacomo Amadori su Libero, dal carcere Giampà avrebbe scritto alla trasmissione Le Iene per raccontare la propria versione sulla morte di Rossi. Dopo il mancato via libera del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, la richiesta sarebbe arrivata alla commissione parlamentare d’inchiesta, che ha acquisito le sue dichiarazioni.
Questa volta il racconto ha avuto ampia diffusione sui media. La storia giudiziaria del testimone, compresa la condanna definitiva per calunnia, rappresenta un elemento da considerare nella valutazione della sua attendibilità, senza che i precedenti possano sostituire la verifica dei singoli fatti riferiti. Saranno gli eventuali riscontri documentali e investigativi a stabilire se le sue affermazioni sulla morte di David Rossi siano fondate.

