'Ndrangheta, il vescovo Milito difende il prete “super partes” e attacca la stampa

Sul caso Sant'Eufemia, il vescovo Milito "assolve" il suo parroco mentre si sottrae al confronto con la stampa e bacchetta i giornalisti. Un muro di gomma simile a quello alzato in passato quando altri suoi sacerdoti sono stati coinvolti in casi di cronaca

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di Alessia Candito
1 marzo 2020
12:56
Il vescovo Milito
Il vescovo Milito

Parla per comunicati, ma si nega al confronto con la stampa. Derubrica ad «improprie» le dichiarazioni del parroco di Sant’Eufemia,don Marco Larosa che ai microfoni di LaCnews si è dichiarato «super partes» di fronte all’ondata di arresti per mafia che ha travolto il paese, e se la prende con i giornalisti. Fa più rumore di una qualsiasi presa di posizione il silenzio scelto dal vescovo di Palmi e di Oppido-Mamertina Francesco Milito, che al polverone solleva dalle dichiarazioni del suo parroco ha deciso di rispondere con una strigata nota stampa.

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L’attacco alla stampa

Dieci righe o poco più in tutto, con cui “assolve” il suo sacerdote con un buffetto, legato più alla forma che al contenuto delle dichiarazioni, e condanna la stampa che le ha riportate. Dall’alto del suo (nascosto) pulpito, il vescovo si scaglia contro i giornalisti, tuonando che «non ci può essere nessun tentativo di "strumentalizzare" dichiarazioni, dandole in pasto ai social network, attribuendo al sacerdote o alla Diocesi omertà, indifferenza o peggio, connivenza, atteggiamenti tutti che invece la Diocesi contrasta».


L’eterno ritorno del sempre uguale

Ma se è vero che contro Milito sono stati diffusi anonimi volantini quando nel 2014 si è trovato costretto a sospendere per qualche mese le processioni a causa della fin troppo diffusa pratica di far inchinare santi e madonne di fronte alla casa di boss, di certo non si ricordano dure prese di posizione del vescovo nei confronti dei suoi sacerdoti coinvolti in casi di cronaca.


La promozione di don Scordo

Qualche anno fa ha fatto assai discutere la decisione del consiglio presbiterale della diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, guidato da Milito, di “promuovere” alla guida del Duomo di Gioia Tauro don Antonio Scordo, più noto per i guai giudiziari che per le attività sacerdotali. Insieme a due suore, il parroco di San Martino di Taurianova ha tentato di proteggere il branco che per anni ha inflitto angherie, abusi sessuali e violenze all’allora tredicenne Anna Maria Scarfò.


I silenzi sul calvario di Annamaria

A don Scordo, la ragazza si era rivolta in cerca di aiuto e conforto dopo il primo degli innumerevoli stupri subiti dai rampolli delle famiglie di ‘ndrangheta di San, ma da don Scordo ha ricevuto solo l’invito a non creare scandali e a rivolgersi a suor Mimma Rizzo, per fare un test di gravidanza. E quando è stato chiamato in tribunale a testimoniare in tribunale su quella prima richiesta di aiuto arrivata da Anna Maria, ha mentito. Risultato, una condanna definitiva ad un anno per falsa testimonianza. Che tuttavia non gli ha impedito di fare carriera. Dalla sperduta parrocchia di San Martino di Taurianova, don Scordo è stato trasferito al duomo di Gioia Tauro con la “benedizione” del vescovo Milito.


Barricate per don Scordo e bacchettate per i giornalisti

C’è stata una mezza rivolta di popolo, ma anche allora il vescovo ha scelto la linea del muro di gomma e il sacerdote è rimasto là. Anzi, quando la contestazione è montata, il Consiglio presbiteriale (da lui guidato) con una nota ha voluto «ribadire piena fiducia all’operato del Vescovo circa la nomina dei parroci» e esprimere «solidarietà al confratello fatto oggetto di tentativi di screditamento». Oltre – ovviamente – a bacchettare i giornalisti richiamati «ad un clima di dialogo tra la Chiesa e i media per la crescita del nostro territorio, ovviamente nella verità e nel rispetto della dignità delle persone».

E quelli su don Antonello


Medesima sollevazione popolare si ricorda per il “caso Tropea”, il sacerdote arrestato nel dicembre 2015 per rapporti sessuali con minori e detenzione di materiale pedopornografico. Condannato in primo grado, poi assolto e ancora sotto processo a Messina, dopo un annullamento con rinvio strappato in Cassazione, dal suo vescovo don Antonello Tropea era stato difeso fin dal momento dell’arresto. All’epoca la diocesi non solo aveva diffuso un documento per invitare i fedeli «a restare uniti nella preghiera per esprimere la vicinanza al sacerdote», ma lo stesso vescovo non era uscito benissimo dall’inchiesta.


Preghiere e omertà

Milito non è mai stato indagato, ma nell’ordinanza si sottolineava come avesse coperto il suo prete senza adottare «provvedimenti cautelativi né di minima verifica delle accuse rivolte all'indagato». E intercettato – sintetizzava il gip– consigliava a don Antonello «di evitare di parlare con i Carabinieri di queste cose e, in generale, con nessun appartenente alle forze dell’ordine, poiché questi non si limitano a parlare amichevolmente come stanno facendo loro, ma potrebbero redigere un promemoria che potrebbe far degenerare le cose». La cosa aveva fatto indignare molti e contro il sacerdote erano stati diffusi anche degli anonimi volantini che ne ricordavano il “silenzioso” curriculum, seguiti dall’invito «vattene e lasciaci vivere in pace».

 

Giornalista
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