La Dda chiede una maxi-condanna per l’ex maresciallo infedele Greco

Il pm Paolo Sirleo: «Sedici anni di carcere». Carmine Greco e il suo «asservimento» ai ras mafiosi dei boschi. Sentenza attesa per il 25 novembre. Dalla vana gloria davanti alle telecamere, alla polvere di una cella

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di Pietro Comito
12 novembre 2020
08:00
Il maresciallo Greco -in divisa- davanti al generale Mariggiò
Il maresciallo Greco -in divisa- davanti al generale Mariggiò

«Lei è un uomo fortunato», sussurò con tono ammiccante al suo ex generale, rimasto più basito che confuso. Carmine Greco appartato con Aloisio Mariggiò, il quale - all’epilogo di una magnifica carriera nell’Arma dei carabinieri - accettò disgraziatamente il ruolo di commissario a Calabria Verde, in pratica l’ex Afor, che i manager nominati dalla politica negli anni precedenti avevano munto come una vacca portandola al lastrico. L’ex comandante regionale dei carabinieri provava ad ascoltare quanto diceva l’allora comandante della Stazione di Cava di Melis di Longobucco, un militare che qualche anno prima lo stesso Mariggiò aveva il potere di trasferire sul Gennargentu. Provava, Mariggiò, ma non riusciva proprio a capire cosa i suoi ex sottoposti cercassero in quegli uffici e soprattutto cosa volessero da lui. Una scena immortalata dalle telecamere, le stesse davanti alle quali il maresciallo Greco sfilò pochi minuti dopo, alla testa di un drappello di carabinieri che portavano a braccia pacchi di documenti acquisiti su delega della Procura di Castrovillari.

Ma il passo dall’altare alla polvere, fu davvero breve. Sarebbe passato davvero poco tempo e per lui s’aprirono le celle del carcere militare. Tra le divise grigie del vecchio Corpo forestale, poi transitate nell’Arma, c’era gente a libro paga delle cosche e Carmine Greco, il maresciallo, era tra questi. Lo disse ai pm della Dda di Catanzaro, impegnati nella maxinchiesta Stige, l’ex capolocale di Belvedere Spinello Francesco Oliverio, oggi collaboratore di giustizia. Acquisire i riscontri non fu complicato ed in un’appendice dell’indagine che decapitò il crimine di Cirò, Greco andò dentro. E finì pure con l’inguaiare chi, come il procuratore di Castrovillari Eugenio Facciola, gli diede fiducia a piene mani: Greco rinviato a giudizio assieme a Facciolla (e ad altri) davanti al Tribunale di Salerno, per il prossimo 19 gennaio; Facciolla nel frattempo sanzionato in sede disciplinare dal Csm e trasferito come giudice civile a Potenza.

Questa di Salerno, però, diventa addirittura quasi una storia marginale, per il solo Greco s’intende (accusato di falso) perché il grosso sta a Crotone, dove ieri il pm antimafia della Procura di Catanzaro Paolo Sirleo ha chiesto a suo carico una condanna a sedici anni di carcere per quel disdicevole asservimento ai ras dei boschi: occhi chiusi sui tagli non autorizzati, scrupolosi controlli invece nei confronti delle imprese non allineate o concorrenti a quelle dei clan. Insomma una «distorsione dell’attività istituzionale» del sottufficiale dell’Arma, chiamato a rispondere di associazione mafiosa, favoreggiamento, rivelazione di segreti d’ufficio, omissioni d’atti d’ufficio, tutti aggravati dalla finalità mafiosa.

Concorrenti, in particolare, agli Spadafora rimasti invischiati tra le maglie di Stige, imprenditori legati a doppio filo ai clan cirotani e con i quali Carmine Greco – in particolare Antonio e Rosario - avrebbe assicurato il monopolio degli appalti boschivi da San Giovanni in Fiore al versante crotonese. Il pm Sirleo ha passato in rassegna gli elementi chiave dell’accusa: dalle propalazioni di Oliverio, già al vertice di una cosca per la quale gli Spadafora erano lo strumento utile per controllare l’industria del legno, all’attività di polizia giudiziaria compiuta in particolare dai carabinieri del Nucleo operativo ecologico sullo stesso imputato.

Un rapporto simbiotico, in particolare tra Antonio Spadafora e Carmine Greco, che sarebbe affiorato addirittura dallo sfondo di una clamorosa operazione di polizia giudiziaria coordinata proprio dalla Procura di Castrovillari, ovvero quella che condusse all’arresto della dirigente di Calabria Verde Antonietta Caruso e dell’agronomo Salvatore Procopio. La donna, in particolare, avrebbe sì intascato una mazzetta da 20mila euro, ma al culmine di una vera e propria messinscena orchestrata dagli Spadafora e da Greco. Gli Spadafora avrebbero così tolto di mezzo quella dirigente arrestata in pratica coi soldi della tangente in tasca e sarebbero passati come vittime di un sistema di corruzione. A Greco, regista di un’operazione che ebbe una grande eco sui media, rimase invece la gloria. Vana gloria. Il 7 luglio 2018 l’arresto. Ieri la requisitoria. Il 25 novembre – dopo le conclusioni dei suoi legali, Antonio Quintieri e Franco Sammarco – la sentenza.

Giornalista
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