Coronavirus, ora i “cinesi” siamo noi. La caccia all’untore armata dall’ignoranza

L’ambasciata di Pechino a Roma posta una foto che vede le due nazioni unite nella lotta contro il Covid19 ma gli atti di intolleranza si moltiplicano

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di Enrico De Girolamo
26 febbraio 2020
15:02
La foto apparsa sul profilo Twitter dell’Ambasciata cinese in Italia
La foto apparsa sul profilo Twitter dell’Ambasciata cinese in Italia

Roma, Ambasciata cinese, febbraio 2020.
Una foto, o per meglio dire una elaborazione grafica in stile cartoon. Sullo sfondo il rosso della bandiera cinese costellata di sagome stilizzate del coronavirus. In primo piano quelli che sembrano due medici bardati di tutto punto, con tuta bianca, mascherina e occhiali protettivi. Ognuno ostenta sul petto la propria bandiera. Poi lo slogan: “Forza Cina e Italia”. È la copertina del profilo Twitter dell’ambasciata della Repubblica popolare cinese in Italia, che campeggia sulla pagina ufficiale. Questo il post che l’accompagna: «Siamo vicini agli amici italiani e stiamo condividendo le nostre conoscenze sul #COVID19 per sconfiggerlo nel più breve tempo possibile. Non è una sfida facile, ma #Cina e #Italia, unite da un'amicizia millenaria, possono vincerla insieme.

 

Vicenza, Italia, febbraio 2020.
Un ragazzo cinese che vive e lavora da molti anni in Italia va a fare benzina. Entra nel bar della stazione di servizio per cambiare una banconota da 50 euro in tagli più piccoli. Appena lo vede la donna che in quel momento è dietro al bancone gli grida: «Hai il coronavirus, tu non puoi entrare!». A quel punto un ragazzo che si trovava seduto all’interno - riferisce Open.online -, si alza come una furia, afferra una bottiglia di birra che è sul bancone e la spacca in testa al ragazzo cinese, senza che nessuno degli avventori presenti intervenga per difenderlo dall’aggressione.


Cividale, Friuli, interno di un supermercato, febbraio 2020.
Una donna spinge il proprio carrello e impreca: «Cazzo di cinesi, perché uscite e continuate a contagiare la gente? Via via schifosi. Cinesi di merda». Lo racconta, sempre a Open, Elisa, che da otto anni gestisce un bar. «Non andate dalla cinese che rischiate il virus», dicono in giro. E nel suo bar non entra nessuno. «Io per la prima volta, dopo 20 anni in Italia, mi rendo conto che non potrò mai essere considerata italiana».


Internet, mondo, febbraio 2020.
Sulla rete circola un filmato che testimonia un’aggressione nell’ennesimo supermercato. Un balordo si scaglia verbalmente e poi sferra un pugno a un cittadino filippino scambiandolo per cinese.


Si potrebbe andare avanti a lungo, visto che questi sono solo gli ultimi episodi in ordine di tempo. Ma folli gesti di intolleranza si continuano a registrare ovunque e l’unico motivo per il quale ne emergono relativamente pochi è che molti cittadini cinesi preferiscono non denunciare le aggressioni subite.

 

La caccia all’untore va avanti da millenni. Dalla caccia alle streghe alla peste manzoniana. La storia è piena zeppa di esempi emblematici di capri espiatori che rappresentano il nemico, il responsabile da additare e mettere al rogo nel psicotico tentativo di salvare se stessi da minacce vere o presunte. A volte è un intero popolo a essere messo all’indice, ad essere perseguitato, come accade agli ebrei dalla notte dei tempi.

 

Ma a quegli italiani che in questi giorni guardano con odio chiunque abbia gli occhi a mandorla, varrebbe la pena di ricordare che per il resto del mondo ora gli untori siamo (anche) noi. L’Italia è il terzo Paese dopo Cina e Corea del Sud per numero di contagi, e le frontiere degli Stati esteri si stanno chiudendo dinnanzi agli italiani, che vengono visti con sospetto e paura alla stregua di come noi vediamo i cinesi. Il pregiudizio e l’ignoranza non guardano in faccia a nessuno, che abbia gli occhi a mandorla o meno. E la foto dell’ambasciata di Pechino a Roma sembra oggi una sorta di contrappasso dantesco.


degirolamo@lactv.it

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