Arresti cosca Labate, bimba costretta a mentire per proteggere l’agenda segreta del boss

È inquietante lo spaccato che emerge dalle carte dell’inchiesta “Heliantus”. Nomi e cifre delle estorsioni dovevano rimanere segrete. E per farlo non si esitò a coinvolgere la minore con la complicità dei genitori  

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di Consolato Minniti
29 gennaio 2020
17:31

Mentire per coprire il boss Labate. Lo ha fatto una bambina di appena dieci anni su indicazione dei genitori. Al centro, un’agenda in cui vi erano tutti i segreti finanziari della cosca Labate.

Una sorta di “bibbia” del crimine all’interno della quale vi erano nomi e cifre degli imprenditori taglieggiati.

Un elenco lungo, corposo ma che doveva rimanere sconosciuto soprattutto alla Squadra mobile di Reggio Calabria. Ed è per questo che il clan egemone a Gebbione non ha esitato a coinvolgere la bambina costretta, con l’assurda complicità dei genitori, a mentire agli investigatori dicendo che quelle cifre le aveva scritte lei per gioco.

È una storia che merita di essere raccontata quella che emerge dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere dell’inchiesta che ha colpito la cosca Labate.

La paura del clan Labate

Siamo nel 2013 e Antonino Labate è preoccupato per l’attività dei poliziotti che hanno eseguito delle perquisizioni in casa del suo più fidato collaboratore.

Gli investigatori si recano in casa e, con la scusa di ricercare armi e droga, controllano all’interno dei documenti presenti e dei libri. Il motivo è presto detto: dopo l’arresto del boss Pietro Labate, erano state rinvenute agende contabili molto interessanti.

Intercettando le persone coinvolte, i poliziotti sanno che anche in quell’abitazione c’è qualcosa che può fare al caso loro.

Fra i libri di scuola

Il boss allora suggerisce dove poter nascondere l’agenda: fra i libri dei figli della coppia. Ma non può bastare. Perché Labate sa bene che gli investigatori chiederanno conto anche alla bambina di quella scrittura contabile che non è propriamente di un ragazzino. Ed è qui che, con la complicità dei genitori emerge come anche alla ragazzina sia chiesto di mentire alla polizia.

Labate: Una cosa e un’altra… ti chiamano… il fatto dei numeri… gli dici…

Genitore: La figliola

Labate: la figliola scrive sempre numeri.. hai capito? Scrive… io scrivo… mi diverto… numeri

Il gip: «Un contesto desolante»

Il boss ammonisce i presenti: bisogna prendere le cose sul serio perché il rischio, per i sodali della cosca, è molto elevato. Ed un eventuale ulteriore sequestro avrebbe potuto creare una debacle finanziaria.

«Una bambina di appena dieci anni – scrive il gip – veniva sollecitata dai genitori e dal boss del quartiere a fornire informazioni mendaci per coprire gli interessi economici di una cosca di ‘ndrangheta. Il tutto in un contesto di desolante deriva culturale e familiare, che ben fa comprendere il perché sia così arduo debellare il tarlo mafioso quando le nuove generazioni sono costrette a respirare, sin dall’età scolare, un’aria a tal punto intorbidita dal germe dell’illegalità.

Le intercettazioni

Labate: allora, si vede che più tardi tornano

Genitore: (bisbiglia)

Labate: La figliosa? Sì Io li ho scritti, gli devi dire, scrivo sempre io

Genitore: Ma… lei l’ha scritto

Labate: Non la possono manco interrogare

Genitore: Ma lei l’ha scritto

Labate: mh?

Genitore: lei li ha scritti

Labate: Quanti anni hai?

Bambina: Undici

Genitori: Dieci!

Labate: Dieci!? Giochiamo con la… gli dici… giochiamo con una mia amica… compagna … che viene qua a fare i compiti perché a scuola insegnano sempre … gli devi dire i numeri.. inc… a scuola.

E non serve aggiungere molto per comprendere quanto grave possa essere per una bambina dover mentire per proteggere un riconosciuto boss di ‘ndrangheta.

Giornalista
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