Venti giorni dopo la sua morte, Cosenza saluta Mohamed Amin Bessioud. Il corpo del venticinquenne entrerà questa mattina, mercoledì 12 agosto, alle 11 in moschea per la cerimonia funebre. Successivamente la salma sarà trasferita in Tunisia, Paese d’origine della famiglia, per la sepoltura.

Mohamed, cittadino italiano di origini tunisine, è morto il 23 luglio dopo essere precipitato dal terzo piano dell’abitazione in cui viveva con la madre. In quel momento era in corso una perquisizione dei carabinieri e il giovane si trovava sottoposto agli arresti domiciliari.

Sulla vicenda la Procura di Cosenza ha aperto un fascicolo e disposto gli accertamenti necessari per ricostruire la dinamica, verificare le modalità dell’intervento e chiarire ogni circostanza precedente alla caduta.

Emilia Corea: «Non rimane alcuna pace»

A ricordare Mohamed e a rinnovare la richiesta di giustizia è Emilia Corea, garante comunale per i diritti delle persone detenute. Nel suo messaggio, Corea descrive il trasferimento della salma come l’ultimo viaggio del giovane verso la terra della sua famiglia.

«A venti giorni dalla sua morte, questa mattina alle 11, il corpo di Mohamed entrerà in moschea per l’ultimo saluto. Poi partirà per la Tunisia, per il suo ultimo viaggio verso casa», scrive.

La garante esprime amarezza per una tragedia sulla quale ritiene necessario continuare a chiedere risposte: «A noi, che restiamo qui, non rimane alcuna pace. Solo l’amarezza sorda di una tragedia assurda e il dovere – politico, umano, morale – di continuare a pretendere giustizia. Perché non si può morire così. Non nel 2026, non in un Paese che si definisce civile».

Le accuse contenute nella dichiarazione

Corea richiama le testimonianze raccolte dopo la morte del giovane e formula valutazioni molto dure su quanto Mohamed avrebbe vissuto prima del gesto.

«Le testimonianze su ciò che Mohamed ha subito prima di arrivare a quel gesto estremo sono agghiaccianti. Raccontano di un incubo, di un senso di abbandono e di una pressione insostenibile. Raccontano di dinamiche di controllo che lo hanno stritolato, disumanizzato, isolato. Raccontano di responsabilità precise», afferma.

Si tratta di accuse contenute nella dichiarazione della garante e nelle ricostruzioni rese pubblicamente dalla famiglia, ancora sottoposte agli accertamenti dell’autorità giudiziaria. Spetterà alla Procura stabilire se vi siano state condotte penalmente rilevanti o responsabilità connesse alla gestione dell’intervento.

Il dolore di mamma Nabila

Nel messaggio trova spazio anche la sofferenza della madre Nabila, che fin dalle ore successive alla morte del figlio ha chiesto che venga fatta piena luce sull’accaduto.

«Mamma Nabila da quel giorno non vive più: il suo è un dolore sordo, devastante, di quelli per cui semplicemente non esiste consolazione», scrive Emilia Corea.

La madre aveva denunciato pubblicamente presunte pressioni e comportamenti subiti dal figlio prima della tragedia. Il legale della famiglia aveva inoltre richiamato la condizione di fragilità psicologica di Mohamed, sostenendo la necessità di valutare l’adeguatezza delle modalità operative adottate durante la perquisizione.

Anche queste circostanze fanno parte del quadro che gli inquirenti dovranno approfondire attraverso testimonianze, relazioni di servizio e accertamenti medico-legali.

«Non è soltanto una tragedia privata»

Per la garante comunale, la morte del venticinquenne non può essere considerata esclusivamente una vicenda familiare. Il caso porrebbe una questione più ampia riguardante la tutela delle persone sottoposte a provvedimenti dell’autorità e, in particolare, di quelle in condizioni di fragilità.

«Ma questa non è solo una tragedia privata, è una questione politica che riguarda tutte e tutti noi», afferma Corea.

«Ogni persona la cui vita, la cui libertà e il cui corpo sono nelle mani dello Stato deve essere tutelata. Senza eccezioni, senza zone d’ombra, senza sopraffazioni, senza sguardi girati dall’altra parte. Quando lo Stato prende in carico o in custodia una vita, ne diventa il primo responsabile. Se quella vita si spezza, lo Stato ha il dovere di rispondere», aggiunge.

Le parole della garante esprimono una valutazione politica e istituzionale. L’accertamento delle eventuali responsabilità giuridiche rimane invece affidato all’inchiesta della Procura di Cosenza.

«La ricerca della verità resta qui»

Il trasferimento della salma in Tunisia non chiuderà la mobilitazione nata a Cosenza dopo la morte di Mohamed. Nei giorni successivi alla tragedia centinaia di persone avevano partecipato a una manifestazione per chiedere chiarezza, insieme a rappresentanti della società civile, esponenti politici e al vescovo di Cosenza-Bisignano.

«Mohamed parte domani, ma la ricerca della verità non parte con lui. Resta qui, e farà rumore finché non avremo risposte», conclude Emilia Corea.

Il messaggio termina con un pensiero rivolto alla madre: «Giustizia per Mohamed. Un abbraccio fortissimo a mamma Nabila».