Covid, a Reggio operatori economici in piazza: «Fateci riaprire, non siamo untori»

VIDEO | Pacifica protesta contro le restrizioni che da mesi colpiscono intere categorie. Ristoratori, liberi professionisti, gestori di palestre, cinema e teatri e anche studenti, piegati dalla crisi. Delegazione ricevuta in prefettura

 

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di Anna Foti
14 aprile 2021
17:49

Hanno invocato il diritto inalienabile alla libertà gli operatori economici di Reggio Calabria, prevalentemente ristoratori e baristi con relativo indotto ma anche titolari di partite iva, liberi professionisti e gestori di palestre e cinema, oggi riunitisi per protestare in piazza Italia, circondata da palazzi istituzionali dove hanno sede Comune, Città Metropolitana e Prefettura. Una manifestazione pacifica ma molto incisiva che ha condensato il senso di abbandono dello Stato percepito dalle categorie e la memoria di quanti hanno pagato questa pandemia con la vita. Il messaggio di sofferenza di un’economia che necessita di lavoro e libertà di impresa, è stato affidato a dei manifesti.

«Non siamo gli untori di questa pandemia»

Esasperati, gli operatori commerciali in piazza, si sono chiesti in quale altro modo, oltre che con zone colorate e chiusure, sia stata fronteggiata in Calabria questa pandemia. «Chiediamo lavoro, sicurezza e abolizione dei colori. Purtroppo, nonostante non ci sia consentito di lavorare, a fine mese arrivano tutte le bollette che i ristori non riescono a coprire. Non siamo ritenuti attività essenziali, eppure abbiamo famiglie di cui occuparci e così anche tutti coloro che lavorano alle nostre dipendenze. Abbiamo sempre lavorato nel rispetto delle normative, spendendo anche soldi, e non abbiamo registrato contagi. Quindi ci chiediamo perché continuiamo ad essere ritenuti gli untori di questa pandemia. Inoltre, in questi mesi di sacrifici che a noi sono stati imposti, ci chiediamo cosa sia stato fatto per potenziare il nostro sistema sanitario, la cui fragilità determina a monte le fasi di zona rossa in Calabria», ha sottolineato Ivana Labate, ristoratrice.


Diritto al lavoro, le voci della protesta

«Questi colori ci hanno distrutto e il governo finora non ha fatto nulla per noi. Chiusi da un anno, vogliamo lavorare e riaprire, nel rispetto delle norme di sicurezza», ha dichiarato Pietro Cartellà, ristoratore reggino.
«Io sono una dipendente e sono ancora in cassa integrazione ma con quello che lo Stato mi riconosce non riesco ad andare avanti. Non vogliamo contentini, vogliamo i nostri diritti e vogliamo lavorare», ha incalzato Caterina Albanese.

In piazza anche ristoratori di Scilla

Chiedono a gran voce, altresì, di essere ascoltati nei tavoli dove si decide e di tornare a lavorare per fronteggiare il pagamento di tasse, tributi e spese, sostenute anche per adeguarsi ai protocolli di sicurezza imposti dal Governo. Una delegazione di ristoratori è arrivata anche da Scilla. «Non solo i tecnici ai tavoli romani ma anche i ristoratori e tutte le categorie affinché possano spiegare la condizione in cui versano. Chi ci sta governando dimostra di non conoscere il nostro lavoro e la nostra realtà», ha evidenziato Johnny Giordano, ristoratore di Scilla.
«Ci sentiamo abbandonati proprio da chi avrebbe dovuto tutelarci di più, lo Stato. Questa incertezza non ci consente di pianificare e di guardare con ottimismo anche alla prossima stagione estiva. Abbiamo bisogno di risposte da parte del Governo. Ci sentiamo vessati da chi dovrebbe sostenerci e darci speranza. La pandemia non ha fatto altro che lasciare emergere criticità giù presenti in Calabria», ha evidenziato, Francesco Praticò, anche lui ristoratore di Scilla.
«Gli autogrill restano aperti h24 mentre noi dobbiamo chiudere. Anche noi rispettiamo le norme di sicurezza, per evitare assembramenti e contagi, e abbiamo speso soldi per adeguarci. Eppure noi ristoratori restiamo, di fatto, la categoria più colpita», ha sottolineato il ristoratore di Scilla, Diego Nasone.

Protestano anche i gestori di palestre e cinema

Una disparità di trattamento che si avverte anche in ambito sportivo. «Chi milita in un campionato di interesse nazionale può continuare ad allenarsi e a praticare sport e invece chi lo fa per stare bene e mantenersi in salute andando in palestra è limitato. Ci sono tante contraddizioni e tante sono le scelte che appaiono incomprensibili. Come anche quella di chiudere nuovamente i cinema, nonostante l’adozione di tutte le misure di sicurezza, come igienizzazione e sanificazione, e l’assenza di focolai Covid. Sulla riapertura, inoltre, di cui ancora relativamente ai tempi non si ha notizia certa, già impera la confusione su chi dovrà fornire le mascherine ffp2 e chi dovrà effettuare il tampone prima dell’ingresso in sala. La confusione è assoluta. Siamo all’assurdo», ha evidenziato Enzo Mammoliti, gestore di cinema a Reggio.
In piazza, infatti, anche gestori di palestre e cinema, costretti a chiudere. «Anche noi, come altre categorie, soffriamo da tempo molti disagi. Già con un piccolo allarme, il settore sport è quello che puntualmente paga. Eppure noi avremmo potuto garantire il tracciamento delle persone, visto che ormai prevediamo il triage all’accoglienza, ed essere alleati di chi contrasta il virus. Invece siamo i primi ad essere chiusi. Abbiamo sempre assolto agli obblighi, convinti di dare così il nostro contributo, e abbiamo ridistribuito tutti i nostri spazi per garantire il distanziamento e poi siamo stati ugualmente colpiti, nonostante non sia mai stato rilevato alcun contagio. Se lo sport è davvero salute, fateci restare accanto a chi lo combatte. Potremmo essere di aiuto invece di sentirci sempre nemici», ha commentato Renato Raffa, gestore di una palestra.

I Fantasmi del passato invocano il ritorno alla vita

Una protesta, durante la quale è stato anche osservato un minuto di silenzio per le vittime del Covid e alla quale hanno partecipato anche cittadini e cittadine giunti ad un tratto in tuta e maschere bianche. Con l’intenzione di mantenere l’anonimato, hanno inscenato una protesta molto simbolica affidando il loro messaggio ad un volantino che ha invocato la riapertura delle attività, nel rispetto delle norme di sicurezza, e il riconoscimento dei diritti tutelati dalla Costituzione, auspicando “un ritorno alla vita da un passato negato decreto dopo decreto”.
Tra loro diverse professionalità ma anche giovani studenti, figli di genitori duramente colpiti dalla crisi. Il dramma del presente e l’incertezza del futuro, dunque, e tra i nodi ancora da sciogliere i ristori e forme di sostegno al reddito assolutamente inadeguati.

I ristori insufficienti

«Dodicimila euro a fronte di duecentomila euro di incassi perduti, può essere mai considerato un importo proporzionato? Vogliamo lavorare e vogliamo non dover porre in cassa integrazione i giovani che lavorano con noi e che prendono un’elemosina. Giovani che non possiamo neppure aiutare, anche perché ci hanno fatto spendere soldi per mettere in sicurezza i locali e poi ci hanno fatto chiudere. Non vogliamo i ristori, vogliamo lavorare. Se domattina mi facessero riaprire, rinuncerei agli aiuti senza pensarci», ha spiegato il ristoratore reggino Salvatore Brancati.
«Vere e proprie elemosine, un insulto alla nostra intelligenza. I ristori non ci sono bastati neanche per pagare le tasse e siamo dovuti intervenire con risorse nostre. Se non possiamo esercitare il nostro diritto al lavoro, perché dovremmo preoccuparci di assolvere ai doveri? Eppure lo abbiamo fatto, con grandi e ulteriori sacrifici», ha spiegato ancora la ristoratrice Ivana Labate.

La delegazione in prefettura

Nella tarda mattinata, una delegazione di operatori economici è stata ricevuta in prefettura dal capo di Gabinetto Marco Oteri, il quale ha ascoltato le istanze e si è reso disponibile a presentarle a Roma. Per i primi riscontri concreti, bisognerà attendere la prossima settimana.

 

 

Giornalista
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