Giudici da corrompere per aggiustare processi in cambio di voti: il patto tra Creazzo e gli Alvaro

VIDEO | Dalle carte dell’inchiesta Eyphemos emerge uno spaccato inquietante che mette in luce i rapporti tra Nino Creazzo ed esponenti del clan. Il marito di Ivana Fava 'l'uomo giusto' per cambiare le sorti di un procedimento penale in cambio di sostegno elettorale per il fratello

di Consolato Minniti
28 febbraio 2020
08:16

Fino a pochi giorni fa, Antonino Creazzo era conosciuto dai più come il fratello del sindaco di Sant’Eufemia. Oppure come il marito del tenente Ivana Fava, figlia dell’appuntato dell’Arma ucciso nelle stragi di mafia. La sua era una presenza discreta: poche parole e quasi sempre in ombra, nascosto dagli inseparabili occhiali da sole.

Ma è proprio in quella semioscurità che Antonino, per gli amici “Nino”, ha costruito una fitta rete di conoscenze: da quelle massoniche, per la sua appartenenza molto ben celata al Goi, fino a quelle ‘ndranghetistiche con summit in compagnia di alcuni fra gli esponenti più pericolosi della cosca Alvaro.

 

E se non fosse stato per una campagna elettorale dove ha assunto i panni dello “spin doctor” del fratello, ma soprattutto per la capacità investigativa della Squadra mobile e della Dda reggina, oggi forse staremmo ancora a parlare di un consulente del lavoro qualunque, fratello di un sindaco e marito di un ufficiale dell’Arma.

L’attività d’indagine, invece, ci consegna la figura di un uomo dalla doppia vita: che, per un verso, esaltava il sacrificio del suocero, commemorandolo ad ogni appuntamento ufficiale, finanche presenziando alle udienze del processo che vede imputati i presunti mandanti; e che, per altro verso, faceva coriandoli di quella eredità così prestigiosa e pesante, banchettando con boss e gregari ed arrivando addirittura ad impegnarsi per aggiustare dei processi. L’esatto opposto di ciò che professava pubblicamente.

L’amico d’infanzia in odore di mafia

L’indagine della Squadra mobile ha fatto registrare oltre 100 contatti fra Antonino Creazzo e Domenico Alvaro. E il cognome, questa volta, c’entra eccome.

Perché Alvaro – condannato per associazione a delinquere di stampo mafioso e poi sottoposto alla sorveglianza speciale – è il figlio di Nicola Alvaro, elemento di vertice dell’omonima consorteria conosciuta come “Carni i cani”, nonché cognato di Giuseppe Crea, figura apicale della cosca di Rizziconi, avendo spostato Crea la sorella di Domenico, Maria Grazia Alvaro.

Fra Nino e Domenico non vi è solo una conoscenza. I due sono amici, hanno una fitta frequentazione. Lo dimostra l’ormai famoso “selfie” scattato all’interno di un ristorante, dove Nino Creazzo e la moglie Ivana Fava compaiono assieme a Domenico Alvaro ed alla moglie.

Ma non solo: sono innumerevoli le conversazioni che vedono protagonisti Nino Creazzo e Domenico Alvaro, in cui il primo chiede il sostegno del secondo per l’elezione del fratello Domenico al Consiglio regionale.

Finita qui? No, perché sono diverse le volte in cui il figlio di Domenico Alvaro viene sostanzialmente tenuto dalla coppia Creazzo-Fava, dormendo anche a casa loro nel periodo in cui Alvaro è in cella. Un’amicizia con tutti i crismi, dunque.

Anche perché è sempre ad Alvaro che Creazzo si rivolge quando un suo “fratello massone” ha problemi con degli usurai. Piuttosto che denunciare tutto alle autorità, dunque, il fratello del sindaco preferisce chiamare in causa esponenti di rango del clan Crea, svelando una insospettabile tendenza a risolvere le questioni con le tipiche modalità mafiose.

La cena con gli esponenti del clan

È il 4 luglio scorso. Nino Creazzo si ritrova a cena con Natale Lupoi e Domenico Laurendi, due figure indicate dal gip come «apicali e notoriamente appartenenti alla cosca Alvaro».

Lupoi, infatti, ha una condanna per mafia nel processo “Prima”, mentre Laurendi, dopo l’assoluzione nel primo grado del processo “Xenopolis”, deve fare i conti con l’appello della Dda. E questo aspetto diventerà fondamentale nel prosieguo del racconto. Nino Creazzo affronta con i commensali le questioni politiche, affermando che suo fratello ha ormai mani libere, da quando ha firmato la questione della strada ed altre incombenze con Oliverio. Mani libere significa possibilità di candidarsi con chi offrirà il posto migliore. E che sia Lega o Fratelli d’Italia, poco importa.

Metodi d’indagine «mafiosi»

La discussione fra i commensali si fa sempre più interessante. Così, mentre Lupoi racconta di aver addirittura ottenuto un risarcimento in passato per una misura di prevenzione che vedeva a fondamento frequentazione con gente incensurata, Nino Creazzo narra di come la carriera militare della moglie sia cambiata e dimostra – scrive il gip - «di aver aderito ai valori condivisi dai suoi interlocutori ‘ndranghetisti» criticando il metodo d’indagine degli investigatori, definito «mafioso».

Creazzo: Allora, c’era… c’era… mia moglie che ha fatto tipo, sicuramente la sua parte, però è motivata tipo che “manch’icani” Rambo e lei non pareggiavano! Ora che ha capito come funziona fa… quando mi diceva delle sue indagini».

Lupoi: Ma che…

Creazzo: Ah!

Lupoi: Entrano in un sistema Nino che anche se sono bravi li coinvolgono… li coinvolgono

Creazzo: È il metodo! Perché poi a me che cosa dà fastidio Mimmo? Che il metodo è quello mafioso! Il metodo che utilizzano loro è quello, punto!

Laurendi: Preciso

Creazzo: Né più, né meno

 

L’aggiustamento del processo

Ma Nino Creazzo dimostra di poter fare molto di più che starsene a parlare con esponenti di vertice del clan Alvaro. A loro, in cambio dell’appoggio elettorale al fratello, promette di impegnarsi per aggiustare un processo. Che i canali siano massonici o di altra natura, poco importa: quel che conta è arrivare all’obiettivo. E Creazzo, a quanto pare, riesce ad andarci molto vicino.

In una conversazione intercettata il 9 marzo del 2019 e successivamente il 3 aprile si registra il “do ut des” fra Creazzo e Laurendi che prevede: il sostegno che la cosca Alvaro si impegna a dare a Creazzo in termini elettorali; la controprestazione con Creazzo che si impegna a influire sul verdetto del giudizio finale della Corte d’Appello, impegnata a valutare la posizione, tra gli altri, proprio di Laurendi.

La conversazione verte sulla presenza in Corte di un funzionario che sarebbe «il cugino di Zappalà», quest’ultimo da intendersi come l’ex sindaco di Bagnara.

 

Laurendi: eh

Creazzo: solo lo conoscevo

Laurendi: ah quello, sì, sì, sì

Creazzo: inc.

Laurendi: ed è funzionario?

Creazzo: ora (incomprensibile) tre mesi (incomprensibile) allor, io ho dato ordine (incomprensibile)

Laurendi: (tossisce) hanno parlato un avvocato e l’altro deve parlare ora

Creazzo: A quello che (incomprensibile) come ti dicevo io oggi che è un fratello

Creazzo: Non so che fa non, sicuramente non fa niente, io voglio dire, perché non è nelle condizioni oggi per poter fare niente

Laurendi: ma magari che fa…

Creazzo: Sta aspettando il trasferimento

Laurendi: eh

Creazzo: o qualcosa del genere, ormai lui, secondo me, non va più

Laurendi: e questo chi era, cognato di Zappalà era?

Creazzo: cugino

Laurendi: cugino

Creazzo: primo cugino, perché secondo me lo devono cacciare

Laurendi: io non mi ricordo

Creazzo: Sì, qualche manicomio

Laurendi: sì, sì, sì

Creazzo: gli h detto “guarda a me mi hanno chiesto” che avevo là, era uno nazionale mandato

Laurendi: sì

(…)

Creazzo: no, a me dammi tutte cose… (incomprensibile) potevo andare pure in un altro posto, vediamo che dice.

 

Creazzo, insomma, non si pone limiti. Se la manovra con il fantomatico “cugino di Zappalà” non fosse risultata sufficiente, ci si sarebbe potuti rivolgere altrove.

Nella conversazione del 25 aprile scorso, Domenico Laurendi e Cosimo Alvaro discutono degli accordi presi con Nino Creazzo. Accordi per corrompere giudici che riguardano non solo la posizione di Laurendi, ma anche quella di Cosimo Alvaro.

Laurendi rappresenta a Cosimo Alvaro come, grazie all’intercessione di Creazzo, sia riuscito ad avvicinare uno dei giudici della Corte d’Appello e preannuncia di disporre di altro contatto, un dottore, che deve avvicinare il giudice Minniti, che però viene visto come un magistrato poco abbordabile e quindi più difficilmente corruttibile.

 

Laurendi: Ad uno l’ho arrivato! Ora arrivo il nuovo relatore

Alvaro: con quello come è finito?

Laurendi: no, che non c’è

Alvaro: ah ok, ah ok!

Laurendi: suo cugino… eee… è un altro che lavora fa, capisci, le stesse cose, eee niente, sta facendo una carriera

Alvaro: Uhm! E il …

Laurendi: incomprensibile

Alvaro: incomprensibile

Laurendi: Ora è… a quell’altro… a minniti

Alvaro: Uhm!

Laurendi: un medico che… lo conosce! Con l’intervento di questo

Alvaro: Minniti?

Laurendi: ah?

Alvaro: È indegno

 

Dalle intercettazioni emerge, dunque, come Domenico Laurendi stesse relazionando a Cosimo Alvaro sulla situazione che vedeva Antonino Creazzo attivatosi per provare ad avvicinare un giudice della Corte d’Appello. Non solo: Creazzo si sarebbe attivato anche per recarsi sino a Roma e trovare un «aggancio pesante» per corrompere i magistrati: «Mi ha chiamato Antonio per andare quando viene, che gli ha parlato uno dei miei avvocati – afferma Laurendi – e mi… (inc.) se non c’è che vada il presidente, in modo che capisci, mi hanno detto e certo, che insomma, più o meno – ha detto – che lo scriva al presidente, ha detto, non penso proprio, ma il fatto che lui (…) se so che parte gli domando».

L’attività posta in essere per aggiustare i processi, dunque, prevede il coinvolgimento del marito di Ivana Fava nonché fratello del sindaco di Sant’Eufemia che viene ritenuto l’uomo giusto per avere i contatti per poter corrompere i giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria. Creazzo, secondo l’accusa, acquista il “servigio” in cambio del sostegno elettorale al fratello.

 

Laurendi e Alvaro sono molto preoccupati: sanno che il processo Xenopolis può provocare più di qualche grattacapo. Ed Alvaro dimostra di non essere nuovo alla volontà di corrompere magistrati, come si intuisce quando parla con Laurendi, affermando di aver discusso con il suo avvocato, il quale gli dice che «la corte d’appello non sta funzionando».

Sul punto, il procuratore Bombardieri è stato categorico: «Di reati riguardanti i magistrati di Reggio, se ne occupa Catanzaro». Ma non ha detto molto di più il capo della Procura reggina. La sensazione, però, è che più di qualche faldone sia già partito con destinazione Catanzaro.

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