Rossano e quel carcere abbandonato da venti anni nel cuore della città

VIDEO | Dal 1999 le porte del penitenziario si sono chiuse e da allora è stato solo abbandono e degrado. L’amministrazione carceraria chiede 430mila euro per sbarazzarsi dell’immobile ma intanto i muri cadono a pezzi e i vandali fanno bottino

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di Marco  Lefosse
25 giugno 2019
13:57
L’ingresso dell’ex carcere di Rossano
L’ingresso dell’ex carcere di Rossano

A partire dal Rinascimento fu la casa padronale della famiglia Adimari; poi a partire dal 1594 a chiusura dell’epopea bizantina di Rossano, su volere dell’allora arcivescovo della diocesi di Rossano Properzio Resta, vi s’insediò l’antico seminario e dal 1800, infine, come ricorda il De Rosis, diventò prima uno stabile condiviso tra le scuole pubbliche e la prigione della gendarmeria e poi, dal 1861 ad andare avanti, divenne una delle prime prigioni circondariali della Calabria.

È questa, nell’estrema sintesi, la storia del palazzone che ospitò fino al 1999 l’ex carcere di Rossano. Un colosso posto su tre piani, ognuno dei quali ha una superficie di 870 metri quadrati, più il corpo esterno dove alloggiavano le guardi penitenziarie di 460 metri quadri ed un giardino di oltre 700 metri. Insomma una superficie infinita nel cuore del centro storico bizantino: inutilizzata da 20 anni, abbandonata a se stessa e preda di vandali e scorrerie notturne.

L’amministrazione carceraria chiede 430mila euro

Solo qualche mese fa, ci raccontano i residenti, il comune ha pensato bene di sigillare la grande porta d’accesso a quella che da queste parti continuano a chiamare “la prigione”. Se ne potrebbe fare un polo museale con annesso giardino, dato che qui ce ne sono sempre di meno. Lo si potrebbe cedere ad un privato per realizzarci un qualsiasi centro ricettivo e di ristorazione considerato anche che la struttura è baricentrica rispetto a tutte le emergenze monumentali ed artistiche, di infinito valore, che ci sono nella Città alta di Rossano e che attendono di essere valorizzate. Si potrebbe fare tanto e invece non si fa nulla. I muri si sgretolano, i finanziamenti pubblici si perdono e tutto resta ancorato in quel panorama gattopardesco, oggi anche lugubre.

Certo, acquistare un simile immobile a 430mila euro (questo è quanto chiede l’amministrazione carceraria per sbarazzarsi dell’ex carcere) è un po’ una follia. Considerato che, porte sigillate con il saldatore a parte, basta una panoramica dall’alto per accorgersi che la copertura non c’è più e che all’interno è rimasto solo qualche cimelio di un carcere duro, stretto ed oggi degno di un set horror.  

La storia leggendaria di un carcere nel centro abitato

È tra queste mura che, a seguito dell’unità d’Italia, il colonnello Bernardino Milòn fece rinchiudere decine e decine di briganti, tranne uno: Domenico Straface, “il Palma”, la cui leggenda si tramanda ancora ai giorni nostri. E fu qui, tra i bastioni dell’antica prigione rossanese, che – si dice - furono portati a metà degli anni ’80 alcuni esponenti di spicco della nuova camorra organizzata. Quel fortino era inespugnabile, perché circondato da strade strette e impervie dove le auto dell’epoca riuscivano a passare solo se il conducente conosceva bene angoli e misure delle strettoie e non soffriva di claustrofobia.

C’è ancora chi ricorda l’arrivo degli Iveco blindati, di colore blu, che si fermavano davanti alle “scalidde” del “piano dei De Rosis”, e da lì scendevano gli sgherri ammanettati accompagnati dai secondini. Per loro, prima dell’apertura della grande porta del carcere, c’era da fare un cammino, che era quasi di penitenza, lungo una serpentina stretta, attorcigliata come un cervone e piena di scale che li portava infine sullo spiazzo del carcere dove li avrebbe accolti la loro cella.


Quel carcere è stato per oltre un secolo un luogo paradigmatico per i cittadini di Rossano
. Vi si passava davanti sempre con un certo timore e con un atteggiamento di pietà, paura e scherno, a sapere quante storie tristi di persone c’erano al suo interno. Si guardava l’uscio d’entrata di quel “palazzaccio”, sul quale campeggiava una scritta nera sverniciata (ancora oggi semi-visibile) “Carcere circondariale di Rossano”, sempre con una certa frenesia d’andar via, di scappare e far veloci quei 50/60 passi che da via San Domenico ri-immettono su via Prigioni e quindi verso la libertà.  

Ci sono infinite storie e altrettante leggende e misteri che si sono consumati attorno ed in quella fortezza che oggi è cadente ed è forse l’emblema, insieme all’ex Tribunale, all’ex Ospedale, e a tante decine di “cose ex” che ancora si reggono appena in piedi nel centro storico di Rossano, di un passato che ha segnato i tempi in Calabria.   

Una storia tra le storie: quella di Gianfranco Palmieri

C’è abbandono e degrado eppure chi ancora vi abita nutre speranza. La storia di Gianfranco Palmieri è indicativa. Un rossanese verace nato e cresciuto, però, allo Scalo di Rossano che dopo gli studi professionali, insieme alla sua compagna, di origini campane, è voluto venire a vivere proprio qui. Ha investito i sacrifici di una vita per acquisire una casa e ristrutturarla proprio a due passi da quel carcere cadente. E non c’è bisogno di capire il perché se si guarda con quanta perizia, con quanto amore e attenzione ha ridato vita a quelle quattro mura.

Oggi Gianfranco, che nel suo “piccolo” – dicevamo - è l’emblema di una città, chiede riscatto, chiede rinascita e nuova vita. Dal momento che Corigliano-Rossano, nonostante tutto, vuole togliersi di dosso l’etichetta di città cadente per scrivere un nuovo futuro che sappia ben attaccarsi alle proprie origini. Basterebbe riscoprire quelle per avviare, così, un processo di crescita.

Giornalista
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