Gotha, la difesa in aula di Paolo Romeo: «Non sono massone e gli invisibili non esistono»

L’avvocato, imputato principale, rilascia lunghe dichiarazioni spontanee e racconta le sue “sei stagioni” politiche e giudiziarie: nega la vicinanza all’eversione. E rilancia: «La ‘Ndrangheta non è unitaria»

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di Consolato Minniti
26 marzo 2021
17:12
Paolo Romeo
Paolo Romeo

«Sostenere che vi sia un’entità superiore che governa gli affari della città, un organismo diverso e parallelo rispetto ai visibili, mistifica la realtà e aiuta la ‘Ndrangheta. Io quei sistemi di potere li ho sempre combattuti e sono qui per collaborare con la giustizia alla ricerca della verità». Preferisce rimanere fra i banchi degli avvocati, Paolo Romeo. Colui che, nella ricostruzione della Dda di Reggio Calabria, è ritenuto al vertice della cupola massonico-mafiosa che ha governato le sorti della città reggina, decide di rendere spontanee dichiarazioni, nonostante i suoi difensori gli avessero chiesto di evitare. «Lo devo alla memoria dei miei genitori», spiega Romeo, che aggiunge: «Mi hanno dato un’educazione e formato ed erano fieri di questo loro figlio».

Le sei stagioni di Paolo Romeo

L’avvocato, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, apre le sue dichiarazioni spontanee spiegando come, nell’arco di oltre 50 anni, sia stato vissuto dal mondo esterno «in dimensioni diverse. Vi era una dimensione politica, che era quella che ho svolto dal 1965 ad oggi. C’era la dimensione giudiziaria che vi ha interessato. E la dimensione mediatica. E poi la dimensione sociale che derivava da queste diverse dimensioni. Come posso fare a rappresentare a questo tribunale il mio operato, le mie condotte? Dividendo la mia esistenza e rappresentandola in almeno sei stagioni. Sei vite che hanno la loro importanza nella valutazione dei fatti, perché raccontare oggi a distanza di 50 anni episodi e fatti degli anni ’70 e poi mischiarli con quelli degli anni ’80 e leggerli con la lente di oggi senza contestualizzarli, è chiaro che è depistante. Può venirne fuori un romanzo di fantasia».


E allora giù con la suddivisione della sua vita in stagioni: la prima è quella compresa fra il 1965 e il 1980, ossia quella dell’impegno socialista. Poi la seconda, fra il 1981 e il 1989; la terza, con ruoli di responsabilità, che va fino al 1994; la quarta, compresa fra il 1995 e il 2004, «dove la mia attività principale è stata quella di imputato nel processo “Olimpia”, con una sentenza della Cassazione che ha definito l’altra stagione della mia vita, la quinta, iniziata nel 2004 e finita nel 2006 con l’espiazione della pena». E poi la sesta, che va dal 2006 ad oggi.

Da Freda a Olimpia: «Non sono massone e voglio collaborare»

Romeo ripercorre con dovizia di particolari tutte le inchieste che lo hanno visto protagonista: dai 100 giorni di carcerazione per la fuga di Freda, fino al processo Olimpia e quello riguardante il “caso Reggio”. In mezzo quei riconoscimenti politici che gli consentono di sedere al consiglio comunale prima, fino a giungere al Parlamento. Quanto al processo “Olimpia”, dichiara Romeo, «ho scelto la via più difficile chiedendo di essere giudicato con rito immediato, con l’idea d fare un processo al processo. Ed ho scelto la cosa più difficile perché c’era da salvaguardare non tanto la libertà personale, quanto la dignità personale».

Romeo non ha dubbi: «Allora come oggi io sono interessato a collaborare con l’autorità giudiziaria per fare luce e chiarezza sui fatti che certamente sono gravi e affliggono la società. Ma non sono gravi da oggi, lo erano anche nel 1992. Ma se volessimo fare un bilancio di 30 anni di attività di contrasto alla criminalità e siamo costretti a dire che le organizzazioni criminali sono più pericolose di allora, ci vuole umiltà politica per comprendere che i mezzi di contrasto non sono stati idonei a perseguire il risultato voluto. Con questa consapevolezza spero di poter dare un contributo. Ma è un contributo che posso dare da testimone, da persona che come altre ha vissuto, scegliendo di vivere in questa città».

Romeo aggiunge di essere stato dipinto, attraverso la cronaca giudiziaria, come appartenente ad un sistema di potere massonico. «Ma io non sapevo nemmeno che esistesse la massoneria né le dimensioni di questo fenomeno». Già allora, rimarca l’avvocato, «venivo offerto all’immaginario collettivo come il capo di una entità superiore che governava il malaffare in città».

Decisione rinviata in attesa del caso Reggio?

Poi racconta anche la decisione di costituirsi al carcere di Vibo Valentia, dopo la decisione della Cassazione nel processo “Olimpia”, scontando 2 anni e 6 mesi di prigione. «Accade che, dopo qualche mese, presentiamo al tribunale di Sorveglianza di Catanzaro una istanza per l’affidamento in prova ai servizi sociali. Sostenevamo che non bisognava essere collaboratori, pur senza aver nascosto nulla di quanto a conoscenza. Veniva fissata ad ottobre 2004 una udienza dove il procuratore generale presente per oltre 40 minuti sosterrà la fondatezza di quella mia richiesta. Improvvisamente viene richiesto al presidente un rinvio della decisione e poi rinviata a dicembre. Probabilmente al presidente di quel tribunale era stato anticipato che da lì a qualche mese sarebbe piovuta una nuova ordinanza custodiale nei miei confronti. È il caso Reggio che scoppia nel 2004». Dopo l’assoluzione nel 2009, sostiene Romeo, chi mi è vicino pensa che io possa essere «un perseguitato».

La strana richiesta e quei rapporti di famiglia…

Paolo Romeo tiene un discreto numero di fogli in mano. È lì che ha scritti gli appunti che lo portano a riferire come «il dottore Greco, che era presidente della Corte d’Assise, un paio di mesi prima che finisse il processo mi avvicina nei corridoi della Corte e mi chiede la cortesia di rinunciare ad alcuni testimoni che erano stati ammessi da lui, fra cui i dottori Viola, Delfino, Montera. Dico “se mi chiede di rinunciare, lei ritiene che il mio processo sia concluso, non ha bisogno di altre prove”. Io rinuncio ai testi. Accade però che, in quel frangente, in città veniva pubblicato un giornalaccio che si chiamava “Il dibattito”. Ed era un giornale che amava interessarsi di problemi e vicende giudiziarie e si occupò di magistrati, della loro incompatibilità che operavano in città con coniugi che operavano nella stessa giurisdizione o magistrati fra loro parenti. Vi era una casta di tipo familistico. È lo stesso periodo in cui il sindaco Musolino indicava il palazzo di giustizia come spot con le denunce pubbliche che faceva. Periodo in cui arrivavano ispezioni a Reggio Calabria ed in cui i vertici del tribunale di Reggio furono costretti a cercare trasferimenti altrove. In quegli anni accade che uno dei magistrati, Vincenzo Macrì, presenta un esposto ed introduce l’idea che il dibattito fosse uno strumento di Romeo che era imputato nel processo Olimpia e che quindi si potesse configurare piuttosto che la diffamazione, un reato associativo. E sollecita la Grasso a fare altrettanto. Lei lo fa. Il tutto prima ancora della mia sentenza di primo grado. La denuncia viene inoltrata a Catanzaro e poi archiviata. Ancora il dottore Greco non aveva steso la sentenza. Lui era noto per i tempi lunghi. Stavo preparando la ricusazione. Ma come potevo sapere che mentre parlavo con i miei avvocati che il mio studio fosse intercettato? Greco, prima che potessi depositare la ricusazione, deposita la sentenza di primo grado. Mi chiedo come un magistrato che mi chiede di rinunciare ai testi ed ha la moglie che mi denuncia per un fatto personale, in cui anche lui veniva citato… E poi mi si dice che era Romeo a sollecitare Gangemi perché voleva un altro magistrato».

Gli informatori de “Il dibattito”

Romeo è un fiume in piena ed ammette: «La verità è che Gangemi aveva due informatori: l’onorevole Napoli e l’avvocato Colonna, questi era avvocato di collaboratori di Messina che aveva coraggiosamente fatto denunce contro Macrì e Mollace alla procura di Catania, denunciando la connivenza dei due magistrati con altri due magistrati, fra cui Lembo, e l’avvocato Colonna emerge essere colui che gli forniva gli elementi a Gangemi. E poi c’era la buona onorevole Napoli che faceva interrogazioni su commissioni. Emergono dal caso Reggio. Ci sono intercettazioni che parlano chiaro. C’era Matacena che aveva interlocuzioni. Questo scontro tribale che c’è negli anni ’90 a Reggio, quando ancora vi era la guerra di mafia, fa sì che nel palazzo di giustizia vi sia un’altra guerra parallela».

«Mai stato in Avanguardia nazionale»

Tiene a sottolineare di non essere mai stato in Avanguardia nazionale: «Non ho mai avuto alcuna interlocuzione con quel mondo, con cui sono stato sempre in forte contrapposizione. Avanguardia nazional odiava il Msi più di quanto non odiasse il partito comunista». Romeo cita anche un’intervista a Stefano Delle Chiaie, in cui lo stesso disse di non conoscerlo, così come il marchese Felice Zerbi, disse che Romeo non appartenne mai ad Avanguardia nazionale. Poi l’affondo: «C’è un filone accusatorio che punta ad un patto fra eversione di destra e criminalità organizzata. Non c’è una sola sentenza che abbia statuito questo patto. A me non interessa se vi sia o meno questo patto. A me interessa sapere che non c’entro proprio niente con questi fatti. Insisto pure perché sono i temi che vengono trattati da alcuni testi dell’accusa».

«Entità superiore? Un favore alla ‘Ndrangheta che non è unitaria»

Quella di Romeo somiglia molto più ad una arringa difensiva che a delle dichiarazioni spontanee: «Quando oggi si sostiene esserci questa entità superiore che governa gli affari della città – spiega – un organismo diverso e parallelo rispetto ai visibili, si tenta di fare un doppio salto mortale perché si mistifica il vero, si aiuta la ‘ndrangheta e non si comprende l’esatta natura del rapporto tra i vari poteri che convivono in una città. Il rapporto esistente tra politica e criminalità organizzata va studiato nelle singole epoche e posto in rapporto al sistema politico di quell’epoca. Non può esistere una intelligenza strategica, perché il gene è quello di conseguire nel più breve tempo quanto più possibile intervenendo e interferendo con chiunque. Non ha una ideologia, la criminalità organizzata. Ha una cultura mafiosa».

Poi dichiarazioni che tendono a smontare quanto affermato nelle sentenze più recenti: «Non c’è una unitarietà della ‘ndrangheta sotto il profilo dell’azienda criminale. Ogni cosca ha la sua azienda criminale, ha i suoi affari e quando deve fare affari fuori dal suo territorio, fanno delle Ats, associazioni temporali di scopo. Finito quello scopo ciascuno è per la sua azienda. L’unitarietà della ‘ndrangheta sì ma come mentalità, fatto culturale, ma sul piano operativo e aziendale ognuno è per i fatti suoi».

Giornalista
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