Rinascita Scott

I piani di morte e le tensioni tra i clan di Vibo nel racconto di Bartolomeo Arena

Il collaboratore di giustizia ricostruisce gli scontri tra i Pugliese i Pardea e i progetti omicidiari. Riportate le origini della sparatoria in piazza Municipio, l’accoltellamento di Palmisano e la mediazione con gli Alvaro

di G. B.
22 luglio 2021
06:51

Formato il nuovo locale di ‘ndrangheta a Vibo Valentia nel 2012 fra il gruppo dei Lo Bianco-Barba e quello dei Pardea-Camillò-Macrì, a restare fuori dalla nuova struttura mafiosa sarebbero stati i Pugliese, detti “Cassarola”. Bartolomeo Arena – nel corso della seconda giornata di deposizione nel maxiprocesso Rinascita Scott – rispondendo alle domande del pm della Dda di Catanzaro Andrea Mancuso ne ha spiegato le ragioni.

“I Pugliese, detti Cassarola, pur restando legati al clan Lo Bianco-Barba, non entrarono a far parte del nuovo locale di ‘ndrangheta formato a Vibo nel 2012 per via dei contrasti storici con il gruppo dei Pardea. Sono stati infatti proprio i Pardea nei primi anni ’80 ad uccidere Cecchino Pugliese, di soli 14 anni, mentre i Pugliese avevano reagito eliminando Francescantonio Pardea. Oltre a ciò ci erano dei dissidi con il mio gruppo. Il gruppo dei Pugliese, Cassarola, – ha riferito Bartolomeo Arena – è costituito da Rosario Pugliese, Antonio Pugliese, Carmelo Pugliese, Domenico Piromalli, Orazio Lo Bianco, il figlio di Rosario Pugliese (in foto) detto Willy, Nazzareno Pugliese, figlio di Antonio, e Francesco Pugliese, detto Il Biondo. I Pugliese erano dediti principalmente all’usura ed avevano interessi anche nel settore dei carburanti. Con i Pugliese stavano anche Loris Palmisano e Francesco Michelino Patania. Quest’ultimo era un personaggio legato a suo tempo a Francesco Fortuna, detto Ciccio Pomodoro, nonché zio dei Cassarola. Faceva parte della ‘ndrangheta sin dagli anni ’70”.


I contrasti all’interno della ‘ndrangheta di Vibo

Francesco Antonio Pardea voleva uccidere Rosario Pugliese sia perché lo riteneva l’autore dell’omicidio dello zio omonimo Francescantonio Pardea (in foto), sia perché era intenzionato a prendere il potere nella città di Vibo iniziando proprio a scalzare i Pugliese-Cassarola. Se non avessi iniziato nell’ottobre 2019 a collaborare con la giustizia – ha dichiarato Bartolomeo Arena – Rosario Pugliese a quest’ora sarebbe stato ucciso. Sono comunque contento di non essere stato io l’artefice dell’omicidio di Rosario Pugliese. Salvatore Morelli, invece voleva eliminare Filippo Catania, mentre Mommo Macrì voleva uccidere Paolo Lo Bianco e andava dicendo che conservava una pistola all’interno del cimitero di Vibo per questo omicidio. Nel 2017, quindi, Mommo Macrì sparò ad un piede al figlio di Rosario Pugliese e proprio Rosario Pugliese si partì in macchina e intercettò la mia auto – ha continuato ancora Bartoloeo Arena – mentre mi trovavo a camminare con Giuseppe Camillò. Rosario Pugliese ci ha sparato a Vibo nella salita del supermercato Despar senza però colpirci, anche perché fra la nostra auto e la sua c’erano altre autovetture. Abbiamo poi saputo che Rosario Pugliese cercava Mommo Macrì per spararlo. Per tutta risposta il giorno dopo Mommo Macrì andò a sparare nel quartiere Affaccio contro le case dei Cassarola e il giorno dopo ancora Luigi Federici e Domenico Camillò a bordo di una moto andarono a sparare di pomeriggio contro il locale del Gallo all’Affaccio, gestito dai Pugliese-Cassarola”.

Loris Palmisano, la sparatoria in piazza Municipio e l’accoltellamento

È la notte del 10 luglio 2016 ed a Vibo Valentia in piazza Municipio avviene una sparatoria. È accaduto – ha raccontato Bartolomeo Arena – che Michele Macrì, figlio di Antonio Macrì, si è messo a prendere in giro la ragazza di Loris Palmisano. Ci fu così uno scontro a fuoco in piazza Municipio fra Loris Palmisano (in foto) e Domenico Camillò che ha iniziato a sparare ferendo per sbaglio il suo amico Mirko La Grotteria. Palmisano ferì invece al petto Domenico Camillò, figlio di Giuseppe Camillò. Dopo tale sparatoria, Loris Palmisano sparì da Vibo e tutti nel nostro gruppo lo cercavano. A Vibo Valentia arrivò anche un personaggio degli Alvaro di Sinopoli per mediare con Carmelo Lo Bianco, detto Sicarro, e ricordo che il nostro gruppo andò a parlare proprio con Sicarro della situazione. Al tempo stesso – ha continuato il collaboratore – Luciano Macrì si frequentava all’epoca con Carmine Alvaro, figlio Domenico Alvaro, e ricordo che siamo andati a mangiare con gli Alvaro dicendo loro che Loris Palmisano per quello che aveva fatto doveva finire minimo in ospedale. Nonostante gli Alvaro, per proteggere Loris Palmisano, gli avessero imposto di non farsi vedere per un po’ di tempo a Vibo, Loris Palmisano non rispettò gli obblighi facendosi vedere in giro con Luigi Federici che all’epoca era il braccio-destro di Palmisano.

Una sera – ha ricordato ancora Bartolomeo Arena – arrivò a casa mia Michele Pardea dicendomi che suo zio Antonio aveva detto che dovevamo sparare a Loris Palmisano. Così Domenico Catania, Antonio Macrì e Domenico Camillò si recano per sparare a Loris Palmisano ma vengono fermati dalle forze dell’ordine e tale primo tentato agguato non va a buon fine. Successivamente veniamo a sapere che Loris Palmisano si recava a vedere una ragazza che stava al piano di sopra del palazzo dove abitava Francesco Antonio Pardea. Andai così a prendere Giuseppe Camillò e gli consegnai una pistola, nascondendoci nell’appartamento di Francesco Antonio Pardea. Quando Loris Palmisano si trovava nelle scale del palazzo e stava andando via, Francesco Antonio Pardea ha accoltellato Loris Palmisano, il quale lo pregò di lasciarlo stare rassicurandolo che non l’avrebbe denunciato. I Lo Bianco, venuti a conoscenza dell’accoltellamento, ci accusarono di esserci messi contro gli Alvaro di Sinopoli, ma invece a noi gli Alvaro dissero che avevamo fatto bene ad accoltellare Palmisano”.

Giornalista
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