Rinascita Scott

Il business dei migranti e il progetto di un centro accoglienza a Limbadi: «Era pronto a venire anche Salvatore Buzzi»

Continua l’esame del comandante del Ros di Catanzaro Giovanni Migliavacca. Dal superboss Luigi Mancuso che per i suoi era «medico» e «avvocato», al ruolo di Agostino Redi e i rapporti con Giovanni Campennì, già coinvolto (e archiviato) in Mafia Capitale, per la gestione dei migranti (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
9 febbraio 2022
13:00

Il maxiprocesso Rinascita Scott va avanti con il Tribunale in diversa composizione (Gilda Romano presidente, Francesca Loffredo e Germana Radice giudici a latere) per via dell’assenza legata all’emergenza sanitaria della presidente titolare Brigida Cavasino e del giudice a latere Claudia Caputo. Nell’aula bunker di Lamezia Terme prosegue, quindi, l’esame del tenente colonnello Giovanni Migliavacca, comandante del Ros di Catanzaro, tra i principali investigatori impegnati nella colossale inchiesta della Dda di Catanzaro approdata a dibattimento. Rispondendo alle domande del pm Anna Maria Frustaci, l’ufficiale dell’Arma ricostruisce i movimenti del presunto cerchio magico del boss Luigi Mancuso, ovvero gli uomini di fiducia che avrebbero consentito al ritenuto capo del Crimine di Vibo Valentia portato alla sbarra dal pool di Nicola Gratteri di tenere i contatti con altri contesti criminali, imprenditori e faccendieri, soprattutto nel periodo in cui, dopo la scarcerazione, divenne irreperibile.

La società con «l’avvocato»

Se per gli imprenditori che si recavano alla sua corte il mammasantissima di Limbadi era «il medico», vista «la fila» che c’era alla sua porta, per gli uomini a lui più vicini Luigi Mancuso era «l’avvocato». Lo era per Pasquale Gallone, il suo braccio destro. E lo era, anche, per Agostino Redi, ovvero il medico dentista, sui cui movimenti il tenente colonnello Migliavacca si sofferma alla ripresa del suo esame, richiamando le emergenze investigative acquisite grazie alle intercettazioni e alle videoriprese effettuate dal Ros. Il copyright sull’alias «l’avvocato» appartiene a Gallone, che in una intercettazione – il cui contenuto è stato riscontrato documentalmente dagli inquirenti – spiegava come alla fine degli anni ’80 avesse costituito «una società» di costruzioni proprio con Mancuso. Il loro sodalizio imprenditoriale cessava nel 1992, in ragione di una interdittiva risalente al 1991 e dei guai giudiziari dello stesso boss, che successivamente, per effetto delle maxioperazioni Tirreno e Countdown sull’asse Palmi-Milano, finì in carcere dove trascorse diciannove anni da superdetenuto prima di tornare in libertà e, quindi, al vertice della ‘ndrangheta vibonese.


I rapporti con Campennì

Tornando ad Agostino Redi, evidenzia il colonnello Migliavacca, il Ros ha monitorato anche i suoi rapporti con Giovanni Campennì, imprenditore che gli inquirenti ritengono vicino al clan Mancuso con interessi nel settore dei rifiuti, del commercio automezzi e dei migranti. Lo stesso Campennì – spiega l’ufficiale dell’Arma – è gravato da «un precedente per tentata estorsione continuata già riconosciuto» ed è stato coinvolto anche nell’inchiesta Mafia Capitale, per i suoi rapporti con Salvatore Buzzi, il ras delle coop: gli fu «assegnata» – secondo l’inchiesta capitolina – da Massimo Carminati e Salvatore Buzzi, la pulizia del mercato Esquilino, attraverso la creazione di una cooperativa ad hoc, ovvero la Santo Stefano Onlus. In questa vicenda giudiziaria, è bene evidenziare per completezza di informazione che la posizione di Campennì fu archiviata ritenendo, la Procura di Roma, inidonei gli elementi per sostenere l’accusa in dibattimento.  Più recentemente, invece, è stato attinto da un provvedimento di sequestro e confisca di alcuni beni emesso dalla magistratura di Catanzaro. Il comandante del Ros spiega come i rapporti tra Redi e Campennì siano emersi nel corso delle indagini di Rinascita Scott nell’ambito di un interesse congiunto nella gestione dell’accoglienza dei migranti.

Il business dei migranti

È nell’aprile del 2014 che l’affaire migranti prende corpo, salvo poi rallentare in seguito agli effetti di Mafia Capitale. In quel periodo, Salvatore Buzzi (poi arrestato il 2 dicembre 2014) era «alla ricerca di centri da poter gestire con la Cooperativa 29 Giugno, che su Roma disponeva dei mezzi di Giovanni Campennì». Redi e Campennì, in quella fase, avrebbero inteso convertire Villa Cafaro, un centro per opere pie con sede a Limbadi, in un luogo di accoglienza degli immigrati. Il dentista, il 14 aprile, riceveva una telefonata da suor Vittoria Imineo (estranea ad ogni contestazione di reato), dell’ordine delle Ancelle francescane del Buon pastore e rappresentante legale di Villa Cafaro. «Alla religiosa – sintetizza il colonnello Migliavacca – Redi illustrava il suo progetto, da condividere con un suo amico del quale non fa il nome». Secondo il Ros, appunto, l’amico sarebbe «Giovanni Campennì». Circa un mese dopo, il dentista riceve un’altra telefonata da suor Vittoria: «Riferisce, Redi, di aver visitato la struttura con il suo amico che ne sarebbe rimasto entusiasta – continua l’ufficiale – Annunciando la volontà di far scendere da Roma una terza persona, che poi sarebbe quella realmente interessata al progetto». E la terza persona, alla luce degli elementi riferiti nella captazione, è – per il Ros – Salvatore Buzzi. Da lì a breve sarebbe esplosa l’indagine Mondo di Mezzo, ribattezzata Mafia Capitale, e le velleità dell’affare tra gli uomini legati ai Mancuso e il ras delle coop romane subì uno stop.

Giornalista
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