L’appello

Il pentito ribelle col sogno di tornare in Calabria ma «libero dalla ‘ndrangheta»

Il messaggio di Luigi Bonaventura affidato ai social: «Voglio incontrare i bambini. Distinguersi per le cose buone è il vero onore» (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
5 marzo 2022
10:00
Luigi Bonaventura
Luigi Bonaventura

«Sono oltre 15 anni che manco dalla mia regione fatta eccezione per testimonianze e interrogatori. Io caro Stato vorrei ritornarci anche solo per qualche giorno, come uomo libero dalla ’ndrangheta».

L’ex bambino soldato, il pentito ribelle che oggi adotta «l’antimafia come stile di vita», affida ai social il suo sogno. Si rivolge allo Stato, ma anche alle associazioni e alla politica. Fuori dal programma di protezione (lui, ma non la sua famiglia), Luigi Bonaventura sa che ormai solo il rischio di lasciare orfani i suoi figli, non gravando su di lui più alcuna misura cautelare e alcun obbligo verso le istituzioni che per una parte della sua storia di dichiarante hanno vigilato sulla sua incolumità, lo priva della possibilità di rientrare nella terra natia. L’ex reggente del clan Vrenna-Bonaventura fu devastante e non solo per le ‘ndrine del Crotonese, sua provincia di origine, ma manche per le altre realtà mafiose calabresi.


«Vorrei incontrare i miei tanti corregionali che sono persone per bene. Vorrei incontrare i bambini e gli adolescenti a rischio. Vorrei aprirgli il mio cuore e fargli vedere che la libertà è il vero potere e che distinguersi per le cose buone è il vero onore», scrive Bonaventura. E ancora: «Vorrei che vedessero che un cuore alimentato dall'odio, dalla vendetta, è un cuore tetro, buio. Diversamente è se si colora di rosso amore». È ai bambini che si rivolge: «Vorrei che sapessero che nonostante i tanti pericoli, sacrifici e sofferenze, amare e donarsi al proprio prossimo rende felici. Per ultimo vorrei dirgli che essere una persona onesta è figo e no diversamente e che fare antimafia può diventare un nobile stile di vita».

Vorrebbe, dunque, parlare loro ma anche «vorrei tanto ascoltarli, vorrei capire i loro bisogni, disagi, frustrazioni, insoddisfazioni. Sono solo loro che possono dirci di ciò che hanno bisogno, ma bisogna saperli ascoltare e poi promettere e mantenere. Si può nascere mafiosi ma si può decidere di morire diversamente. Me – chiosa – il peggiore di tutti voi».

Giornalista
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