’Ndrangheta

Imponimento, l’ex killer Gennaro Pulice in aula: «Labile il confine tra imprenditori vittime e complici»

Al maxiprocesso contro la cosca Anello depone il collaboratore di giustizia, già bocca di fuoco della ‘ndrangheta lametina. Centrale nell’udienza la figura del politico-imprenditore Francescantonio Stillitani (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
17 dicembre 2021
13:02
I giudici che stanno seguendo il processo Imponimento
I giudici che stanno seguendo il processo Imponimento

L’eloquio del letterato, l’ex killer laureato. Gennaro Pulice, già bocca di fuoco della ‘ndrangheta lametina, da sei anni gola profonda, depone in videocollegamento con l’aula bunker di Lamezia Terme. Il maxiprocesso in corso è Imponimento, che vede alla sbarra presunti affiliati e complici del boss dell’Angitolano Rocco Anello, presunto capo del locale ‘ndranghetista di Filadelfia, che ha scelto di essere giudicato nel parallelo procedimento in abbreviato. Acquisita al dibattimento gran parte dei suoi verbali, Pulice risponde al pm antimafia Antonio De Bernardo (foto in basso).

In esordio, il dichiarante traccia la natura dei rapporti tra gli Anello e gli Iannazzo-Cannizzaro-Da Ponte di Lamezia e la geografia d’influenza della cosca filadelfiese che «si fermava a Pizzo, dove iniziava il controllo dei Mancuso». Il principale riferimento lametino del presunto clan alla sbarra, che «nei fratelli Fruci di Curinga» avrebbe avuto i suoi principali alleati, sarebbe stato «Tonino Davoli», colui che – almeno fino alla decisione dello stesso Pulice di saltare il fosso – divenne il reggente del gruppo Iannazzo. Passaggio cruciale della deposizione, il rapporto tra ‘ndrangheta e imprenditoria, quindi tra il clan Anello e, in particolare, i villaggi turistici guidati dai fratelli Stillitani.


Pulice, nel dettaglio, spiega quanto sia labile, per gli imprenditori, a certe latitudini, il confine tra l’essere vittima e l’essere complici. «L’imprenditore vittima, laddove non denuncia e sceglie il quieto vivere, cerca di trovare vantaggi in questo rapporto con la cosca», evidenzia. E metafora di tale rapporto, continua il collaborante, sarebbe appunto Francescantonio Stillitani, l’ex consigliere, assessore regionale, sindaco di Pizzo e patron di uno degli insediamenti turistici più importanti della provincia vibonese al confine con il Catanzarese.

Fonte delle sue conoscenze su Stillitani («che io personalmente non conoscevo», dice il teste dell’accusa), sarebbero stati in particolare Tonino Davoli, in ragione «dell’influenza degli stessi Iannazzo sui villaggi di Pizzo, che imponevano alcune assunzioni», e Vincenzino Fruci, «uno dei due fratelli che erano i principali alleati degli Anello che controllavano i villaggi di Stillitani».

Se, da un lato, Davoli avrebbe offerto a Pulice, di Stillitani, un’immagine certamente più da vittima che da complice; quella ricevuta da Fruci sarebbe più compromettente. Un passaggio chiarito, in particolare, nel corso del controesame condotto dall’avvocato Vincenzo Ioppoli: «Che l’imprenditore Stillitani – dice Pulice – fosse una vittima, sottoposto ad estorsione, è un’ovvietà. Ma nonostante fosse una vittima, egli per la cosca era un amico, ovvero non era una persona che, almeno secondo i Fruci, sarebbe andato a denunciare. Era uno di cui si fidavano, che preferiva il quieto vivere. E che dalla sua condizione di assoggettamento provava a trarre beneficio». E ancora: «Stillitani, diceva Fruci, non è un infame, è uno che ci viene incontro, uno che non ci denuncia ».

È invece l’avvocato Michele Andreano ad incalzare il collaboratore di giustizia per stabilire la collocazione temporale delle sue conoscenze. E così Pulice ripercorre le tappe della sua carriera mafiosa, iniziata a quindici anni, con il battesimo del sangue che gli permise di vendicare il padre, fino a divenire il capo di uno dei gruppo di fuoco più letali della guerra di mafia che insanguinò Lamezia Terme.

Classe 1978, commise l’ultimo omicidio nel 2008, quando iniziò un progressivo allontanamento dalla ‘ndrangheta. «Ma dalla ‘ndrangheta – dice – si esce solo da morti, non si esce premendo un interruttore. Sono stato un delatore, ho consentito fossero sventati diversi omicidi. Ho tentato il suicidio in carcere. Ho portato via la mia famiglia nel 2011. Ma ho collaborato solo nel 2015. Mi pento – chiosa – di non essermi pentito prima».

Sono gli avvocati Vincenzo Comi e Vincenzo Gennaro, del pool difensivo dei fratelli Stillitani, a completare il continuare il controesame del collaboratore Pulice. Il primo cerca di scandagliare ulteriormente sulla conoscenza del collaborante in ordine ai rapporti tra gli Iannazzo e gli Stillitani, il secondo sulla genuinità delle sue conoscenze, alla luce delle eventuali notizie apprese più recentemente da fonti di stampa. Entrambi i penalisti incalzano sulla lista di assunzioni che Tonino Davoli, per conto del clan di Lamezia, avrebbe presentato a Francescantonio Stillitani: «Non so chi fossero le persone da assumere, non so quante fossero. Certo è che Davoli non aveva un’agenzia di lavoro interinale…».

Tocca quindi all’avvocato Domenico Anania, difensore di Tommaso Anello, numero due dell’omonima famiglia, fratello del presunto capolocale Rocco. Il penalista indaga sugli «screzi» tra i fratelli Anello. «Sapevo che in un certo periodo – conferma il collaborante le dichiarazioni rese – Tommaso si era allontanato da Rocco».

Giornalista
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