Inchiesta Perseverance, così il clan Muto s'infiltrava nell'economia in Emilia

L'operazione ha fatto luce sulle estorsioni e anche gli affari della cosca emiliana con una insospettabile coppia di cittadini modenesi. Al contempo, svelati i meccanismi metti in atto da Giuseppe Sarcone Grande per salvaguardare i propri patrimoni 

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12 marzo 2021
12:53

Dalle prime ore dell’alba, Polizia di Stato -Questura di Reggio Emilia ed Arma dei Carabinieri del Comando Provinciale di Modena hanno dato esecuzione a 35 perquisizioni nelle province di Reggio Emilia, Modena, Ancona, Parma, Crotone, Milano, Prato, Pistoia e Latina, nel cui contesto saranno eseguite 10 misure cautelari personali. Tra queste sette custodie in carcere, due arresti domiciliari ed una misura interdittiva.

29 indagati

I provvedimenti sono stati emessi dal gip del Tribunale di Bologna Alberto Ziroldi, su richiesta della Procura della Repubblica di Bologna - Direzione distrettuale antimafia, sulla base degli esiti delle risultanze di due filoni investigativi coordinati dal Procuratore della Repubblica Giuseppe Amato e Beatrice Ronchi e che complessivamente vedono indagati 29 cittadini italiani.


Giuseppe Sarcone Grande

Il punto di convergenza delle indagini svolte dall’Arma dei Carabinieri e dalla Polizia di Stato è rappresentato da Giuseppe Sarcone Grande, gravemente indiziato di essere uno degli attuali vertici dell’associazione di matrice ‘ndranghetista operante in Emilia. Si tratta dell’ultimo fratello rimasto in libertà dei noti Nicolino, Gianluigi e Carmine Sarcone, già arrestati e condannati come esponenti della ‘ndrangheta emiliana nell’ambito dell’operazione Aemilia.

I reati

Il progetto investigativo ha consentito di documentare le condotte di 29 soggetti, i 10 destinatari delle misure cautelari e altri 19 indagati, diversi dei quali colpiti da provvedimento cautelare reale, ritenuti gravemente indiziati di reati quali l’appartenenza ad associazione di tipo mafioso, finalizzata, tra l’altro, all’attività di recupero credito di natura estorsiva e al trasferimento fraudolento di valori mediante l’attribuzione fittizia della titolarità o disponibilità di denaro, beni o altre utilità, al fine di eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali, ovvero di agevolare la commissione dei delitti di riciclaggio e di reimpiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, anche tramite falsità ideologiche in atti pubblici commesse da pubblici ufficiali e da privati.

In particolare, i militari, partendo, dalle risultanze investigative della nota indagine Aemilia, che ha visto impegnati dal 2010 al 2015 il Nucleo Investigativo di Modena con quello di Parma e la Compagnia di Fiorezuola D’Arda, e dell’altrettanto nota indagine della Polizia di Stato Grimilde relativa agli anni dal 2015 al 2019 - avviarono sin dal 2017 una rilettura di oltre trent’anni di eventi delittuosi lungo l’asse Cutro - Reggio Emilia, ha sviluppato l’attività investigativa facendo luce sulla figura di Giuseppe Sarcone Grande, rimasto fino a quel momento a margine delle investigazioni e delle sentenze emesse all’esito dei noti processi che hanno visto invece condannati gli altri tre fratelli Sarcone tutt’ora detenuti per associazione di tipo mafioso.

I collegamenti con la cosca Grande Aracri

L’indagine rafforza la conoscenza dell’organigramma del sodalizio ‘ndranghetistico emiliano, storicamente legato alla cosca Grande Aracri di Cutro ed operante in autonomia nel territorio emiliano, con enorme capacità di infiltrazione nei settori centrali della economia e della vita civile. L’indagine ha permesso di accertare come l’uomo, per il tramite di prestanome, abbia di fatto gestito attività economiche nelle province di Modena e Reggio Emilia (sale scommesse, officine meccaniche, carrozzerie, società immobiliari) nel tentativo di salvaguardare il proprio patrimonio da prevedibili sequestri, alla luce della misura di prevenzione patrimoniale gia emessa nel settembre del 2014 nei confronti della famiglia.

I sequestri

L’attività ha consentito di sequestrare 5 società (due a Modena e tre a Reggio Emilia), quattro complessi immobiliari (tre a Cutro e uno a Reggio Emilia) oltre a un’autovettura, tutto risultato riconducibile alla nota famiglia calabrese. Tra i reati contestati agli altri indagati nel procedimento figurano anche quelli di trasferimento fraudolento di valori e falsità ideologica. Alcuni episodi tra i più emblematici emersi nelle fasi investigative riguardano anche il tentativo di acquisire, tramite prestanome, la gestione di un’area di servizio in provincia di Reggio Emilia e di una sala slot e scommesse nella città di Modena, attraverso la costituzione, da parte di soggetti compiacenti, di apposite società, tutte di fatto occultamente gestite sa Sarcone  

Salvatore Muto

Il filone investigativo della Polizia di Stato di Reggio Emilia si è in principio incentrato sulla figura di Salvatore Muto, 36 anni fratello di Luigi (46 ani) e di Antonio (43 anni) (entrambi condannati anche di recente dalla Corte d’Appello di Bologna, nel processo Aemilia, per il reato di associazione di stampo mafioso) e che, rimasto in libertà, proseguì l’attività illecita dei fratelli, mettendo tra l’altro in contatto per affari illeciti la cosca emiliana con un’insospettabile coppia di cittadini modenesi incensurati e spregiudicati.

Costoro affidavano al sodalizio ndranghetistico emiliano un primo incarico consistente nel provocare lesioni gravissime ad una donna che, poiché si prendeva cura di parenti in età avanzata, era suo magrado divenuta di ostacolo per i coniugi all’acquisizione illecita di un ingente patrimonio posseduto dagli anziani indifesi. L’immediata attività di contrasto della Squadra Mobile reggiana, effettuata attraverso perquisizioni e verbalizzazioni, indusse fortunatamente i committenti ad abbandonare l’obiettivo per il timore degli inquirenti.

Un secondo incarico che i coniugi modenesi affidavano alla consorteria di ‘ndrangheta emiliana aveva ad oggetto il “recupero crediti” di natura estorsiva di una ingente somma di denaro (quantificata, nei dialoghi captati, in oltre 2 milioni di euro) di probabile provenienza illecita. Per intimorire il debitore, Muto si rivolse a Domenico Cordua e a Giuseppe Friyio, a carico dei quali il gip Distrettuale rilevò gravi e concordanti indizi in ordine all’appartenenza alla consorteria ‘ndranghetistica operante in Emilia.

Le estorsioni

Cordua e Friyio si appostarono presso l’abitazione in Toscana del debitore e, sorprendendolo all’uscita, gli consegnarono i documenti del presunto credito, ma accompagnati, con evidente scopo intimidatorio, dalle foto di suoi stretti parenti. L’intervento, a difesa delle asserite ragioni della vittima dell’azione estorsiva, di soggetto che si presentava come referente di un altro gruppo ‘ndranghetistico calabrese, consentì di registrare l’entrata in scena di Giuseppe Sarcone Grande, quale vertice, in libertà, del gruppo ‘ndranghetistico emiliano.

L’azione di Sarcone e del suo collaboratore Giuseppe Caso (nei cui confronti il G.I.P. ha ritenuto sussistere gravi indizi per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa) si svolse con dinamiche tipicamente mafiose poiché le “trattative” sull’esistenza ed esigibilità del credito venivano affrontate nel corso di riunioni di ‘ndrangheta che venivano, puntualmente, documentate dalla Squadra Mobile reggiana.

Nel corso delle indagini, poi, veniva rinvenuta e sottoposta a sequestro un’arma comune da sparo con matricola abrasa illegalmente detenuta e portata, in concorso, da Friyio e Cordua.

 

 

 

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