Nuovo percorso

L’8 marzo nel carcere di Reggio, le detenute: «Chiediamo che la pena sia occasione di riscatto»

L’iniziativa della Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale Giovanna Russo in occasione della giornata internazionale dei diritti delle donne

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di Anna Foti
8 marzo 2022
21:30

«Mi auguro che la giornata odierna dedicata alle donne possa rappresentare l’inizio di un nuovo percorso. Noi non possiamo essere il reato, dobbiamo essere persone, esseri umani. Il mondo femminile è, inoltre, complesso. Siamo donne e siamo anche figlie, mamme, nonne che si ritrovano ad essere allontanate dai loro affetti familiari e private della loro libertà. Chiediamo che la pena che scontiamo per il nostro errore sia anche occasione concreta di riscatto», dice la giovane Sabrina Marziano, resasi portavoce di istanze e richieste di attenzione anche a nome delle altre donne detenute nel carcere Giuseppe Panzera di Reggio Calabria, in occasione dell’odierna iniziativa promossa dalla Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale del comune reggino, Giovanna Russo.

«Un gesto, una delicatezza verso delle donne che vivono in condizione di detenzione. Una seconda edizione del Fiore dentro le mura che si connota di anche di solidarietà di altre donne con la partecipazione della sezione reggina dell’associazione Donne Giuriste d’Italia che ha voluto fare dono della mimosa».


Un momento di festa anche per le donne detenute nella sezione femminile Nausicaa del carcere reggino, che al momento ospita 24 donne prevalentemente condannate con pena definitiva e nessun minore. Preziosa e puntuale la collaborazione di tutto il personale impegnato nell’amministrazione penitenziaria. Presenti all’incontro Giosita Malara, ispettrice di polizia penitenziaria responsabile del settore femminile, e i funzionari dell’area giuridico - pedagogica Lorenzo Federico e Domenico Speranza, quest’ultimo capoarea.

Un incontro, tanti racconti

Un incontro scandito da tanti racconti. Molte sono giovani madri e altre hanno vissuto delle vite complicate, pagando prezzi altissimi anche prima di essere condannate a lunghi periodi di reclusione. Sono unite da una condizione di reclusione e dal distacco dai cari che la pandemia ha acuito terribilmente. Ognuna di loro ha una propria forza e un proprio passato più o meno ingombrante. Qualcuna, con la sua particolare fragilità emotiva, si scioglie in lacrime, trovando il coraggio di cercare un conforto e un aiuto per risollevarsi. La condizione di detenzione può schiacciare quando non riscatta e questa è la linea di demarcazione dalla quale non si può e non si deve distogliere lo sguardo.

«Chiediamo ascolto e attenzione»

Quello odierno è stato, dunque, un prezioso momento di contatto con il mondo esterno, che la pandemia ha allontanato ancora di più, in occasione di una giornata che le donne detenute hanno vissuto con grande partecipazione e profondo desiderio di essere ascoltate.

«Cogliendo l’occasione della giornata di oggi ci auguriamo che tutte le istituzioni competenti abbiano un occhio di riguardo verso noi donne detenute. Sappiamo di aver commesso, direttamente o indirettamente, un errore e di dover scontare la nostra pena. Chiediamo, però, la possibilità di recuperare, di riscattarci e di ritrovare la nostra dignità. Chiediamo di poter essere anche noi utili alla società e pure a noi stesse, per dare un contributo economico anche alle nostre famiglie che ci sostengono fuori, perché le spese ci sono e non sono poche. Mi manca il contatto con le mie figlie. Con le ulteriori restrizioni dovute al covid, la nostra condizione si è acuita destando il desiderio sempre più forte di vivere e valorizzare questa condizione di detenzione. Ringraziamo le donne che oggi ci hanno fatto trascorrere oggi una giornata diversa, in compagnia e speriamo che il nostro percorso possa rinnovarsi», ha spiegato ancora Sabrina Marziano che trascorre le giornate in reclusione h24, lavorando in lavanderia, prestando servizio anche in biblioteca e rientrando nella stanza di pernottamento.

Il presente dentro e il futuro fuori

Lucida e pacata la richiesta di attenzione e aiuto concentratasi su maggiori opportunità di formazione, sulla scia di quella già collaudata della sartoria. Servono maggiori spazi e possibilità per ricostruire un’esistenza dopo gli errori commessi, per riscrivere una storia con parole nuove e sentirsi davvero ma una risorsa per sé e per gli altri e non uno scarto. Un’aspirazione legittima che deve misurarsi con una pandemia che ha molto limitato le attività di volontariato dentro il carcere e anche con gli spazi limitati di cui lo stesso istituto penitenziario dispone oppure non dispone. Resta una certezza: il tempo in carcere non si condensa solo nel presente da trascorrere dentro, in stato di reclusione e lontano dagli affetti, ma anche nel futuro fuori dal quale tendere e nel quale sperare.

«Non mi sono mai staccata completamente dalla dimensione esterna. Sono rinchiusa qui dentro ma la mia anima e il mio pensiero sono sempre stati fuori accanto alle mie figlie e alla mia famiglia, alle quali so che tornerò. Intanto vorrei riscattare, in questa condizione di reclusione, la mia persona e la mia dignità», ha spiegato ancora Sabrina Marziano.

«Sono una mamma e vorrei riprendere la mia vita, la vita con i miei figli, che si è fermata un anno fa. È da lì che vorrei ricominciare», ha raccontato Debora Albanese, una delle addette alle pulizie esterne del carcere che divide il suo tempo tra queste mansioni e l’uncinetto. «È sempre bello conoscere persone nuove ed essere ascoltate nel nostro bisogno di arricchire il nostro percorso di riscatto, puntando anche sulla formazione, magari con corsi per parrucchiera, estetista o un corso di cucina. Vorremmo che ci fossero più occasioni utili sia per scandire in modo produttivo il tempo trascorso qui sia per acquisire delle competenze spendibili dopo, quando avremo scontato la nostra pena e saremo fuori», ha spiegato ancora Debora Albanese.

L'impegno della garante comunale Giovanna Russo

Un’occasione, dunque, quella odierna per ascoltare e accogliere istanze, che attengono anche a questioni strettamente legate alle singole posizioni in materia di misure alternative e liberazione anticipata, invocando tempi più certi per le decisioni e maggiori sostegno e supporto dalle figure preposte ad un collegamento con il mondo esterno, specie con riferimento alle possibilità di lavoro. Una finestra su una condizione da attenzionare con progettualità e interventi che concretizzino percorsi istituzionali finalizzati ad un effettivo reinserimento sociale e lavorativo.

«Abbiamo ascoltato le donne – ha sottolineato Giovanna Russo, garante comunale reggina dei Diritti delle Persone Detenute e private della libertà personale - e da garante mi farò portavoce delle istanze relative ai ritardi lamentati circa decisioni relative alle loro posizioni presso il tribunale di Sorveglianza di Reggio Calabria, con cui l’interlocuzione è aperta e fruttuosa e relativamente al quale già la presidente Daniela Tortorella, in occasione della recente presentazione della relazione annuale delle attività dell’Ufficio, aveva segnalato le forti criticità in materia di organico registrare durante la pandemia. Mi farò carico, altresì, di interfacciarmi con Città Metropolitana e Regione per programmare azioni concrete volte alla diversificazione dei percorsi di formazione e proseguirò nel sollecitare le istituzioni nel creare un ponte tra mondo carcerario e terzo settore e tessuto imprenditoriale affinché vi siano effettive opportunità lavorative per le prospettive di reinserimento di queste donne. Prospettive per le quali è necessario creare le condizioni già adesso. Infine è in preparazione il rinnovo del protocollo tra Comune, Istituto penitenziario e Tribunale di Sorveglianza per i lavori socialmente utili che ci impegneremo per estendere anche alle donne. Le opportunità lavorative devono essere equamente distribuite. Anche questa è parità», ha concluso Giovanna Russo.

Giornalista
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