La denuncia del pentito Bonaventura: «La mia famiglia senza più protezione sebbene continui a collaborare»

L'ex bambino soldato della 'ndrangheta si appella a istituzioni e antimafia affinché moglie e figli tornino ad avere le tutele ad ora revocate: «Sembra fatto ad arte per scoraggiarci, ma io credo in questa lotta perché credo in una società migliore»

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di Redazione
15 luglio 2021
13:46
Luigi Bonaventura
Luigi Bonaventura

«Era già successo l'8 ottobre 2014, quando mi revocarono il programma di protezione scaduto da tre anni, con la scusa di interviste non autorizzate. Ho finito di scontare tutta la mia pena il 23 marzo 2018. Per me non chiedo niente ma adesso sta succedendo la stessa cosa a mia moglie, la stessa donna che mi spinse a collaborare, ai nostri figli, alla madre, ai miei due cognati, uno disabile e l'altro investito il 21 aprile scorso sulle strisce da un ubriaco. Sospendano questa condanna a morte per la mia famiglia». È il disperato appello lanciato da Luigi Bonaventura, collaboratore di giustizia dal 2006, attraverso l'agenzia di stampa Adnkronos, rivolgendosi alle istituzioni, a Luigi Ciotti di Libera, all'antimafia. L'ex bambino soldato della 'ndrangheta poi pentito aveva denunciato anche in una video intervista su lacnews24.it l'assenza di tutele, nonostante la quale aveva ribadito di voler collaborare ancora. 

«Cosa ci vuole a cambiare un cognome? - dice l'uomo all'Adnkronos - I miei figli sono andati a scuola con una croce sulle spalle. Questo sistema non ci vuole ascoltare, cerca pretesti nonostante le mie richieste di portare la famiglia all'estero». L'esigenza di prorogare il programma speciale di protezione alla luce dei pericoli per l'incolumità dei familiari di Bonaventura è stata sostenuta non più tardi di tre mesi fa. «Eppure, nonostante le pronunce della Dda e della Dna - spiega il collaboratore di giustizia - hanno revocato il programma di protezione accusando falsamente mia moglie di aver rifiutato un trasferimento. Io non ho tutele, quella della mia famiglia è solo sulla carta, con un alloggio prestato e un sussidio che serve a compensare tutti i diritti che ci cancellano, non potendo lavorare, girare liberamente».


«Tutto questo da 15 anni, 15 anni di vuoto in cui sono stati cancellati i diritti di due famiglie, di gente che ha denunciato componenti della 'ndrangheta ancor prima che lo facessi io - insiste - che ha portato me a collaborare. Parliamo di persone che hanno pagato sulla propria pelle una vita limitata dalla protezione, che per questo si sono ammalate, come mio cognato, che sono state guardate male, respinte, denigrate. Mi hanno promesso un futuro diverso per i miei figli. Invece da un campo di battaglia li ho tolti e in un altro li ho portati».

«Sembra che i pareri espressi ad aprile scorso da Dda e Dna alla Procura di Catanzaro, invece che agevolarci, ci si siano rivolti contro grazie alla commissione centrale di protezione che ha preferito lavarsene le mani - continua Bonaventura - Sono cresciuto in una delle più note e violente famiglie di mafia, un bambino soldato con il mantra di ammazzare, ormai irrecuperabile. Mi sono redento, ho scontato la mia condanna, collaboro con 14 procure antimafia e il 20 luglio prossimo devo andare a testimoniare a un processo, sono stato audito due volte per Rinascita Scott. Mia moglie, che mi ha preso per mano e mi ha accompagnato in questa lotta per la legalità, oggi rischia di finire in mezzo alla strada insieme alla sua famiglia».

Di qui la richiesta della sospensione della revoca: «Se non vogliono rinnovare il programma di protezione speciale ai miei familiari - conclude l'ex mafioso all'Adnkronos - almeno gli diano una risoluzione necessaria per 15 anni di contributi non versati, la possibilità di organizzarsi, la sistemazione dei documenti, il cambio di nome. Noi siamo senza referenze, chi ci da una casa coi miei precedenti? Penso di essere un collaboratore importante, sospendano la revoca almeno il tempo di organizzarci. Se qualcosa ad oggi non cambia, la mia famiglia il 23 agosto prossimo rischia di dover lasciare gli alloggi, senza sussidi, mentre io continuo ad andare a testimoniare. Sembra fatto tutto ad arte per scoraggiarci, ma io credo in questa lotta perché credo in una società migliore».

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