Nelle pieghe dell’inchiesta

La ‘ndrangheta “babba” di Cosenza non esiste: anche i clan delle altre province dovevano pagare il pizzo

L’ultima operazione della Dda racconta di come gli esponenti malavitosi locali riescano a imporsi anche su big del crimine quali Farao e Muto. Cade così la falsa convinzione di una mafia di serie B (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Marco Cribari
22 settembre 2022
06:29

Quella cosentina è stata considerata per anni la malavita “babba” della Calabria, la locale «infame e bastarda», una ‘ndrangheta di serie B, ma è un giudizio che un po’ tutti – investigatori in primis – sono stati ormai costretti a rivedere. Nel corso del tempo, infatti, i clan locali hanno saputo guadagnarsi il "rispetto" delle Società maggiori di Reggio, Vibo e Crotone grazie ad alcuni boss emergenti e abili a imporre un principio: quello secondo cui a Cosenza comandano i cosentini, nessun altro all’infuori di loro.

Una regola che non ammette eccezioni, come documentato ormai da diverse inchieste giudiziarie, sia antiche che più recenti, e in tal senso diversi segnali arrivano anche dall’ultima indagine della Dda di Nicola Gratteri, quella che con l’ondata di arresti dello scorso primo settembre ha scompaginato le fila della Nuova confederazione.  


Niente sconti al bar dei cirotani

Non a caso, agli atti è allegato un verbale con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Zaffonte, ex rapinatore in orbita al gruppo Lanzino, che racconta un episodio emblematico: l’estorsione a un bar di Rende, destinatario della canonica richiesta di pizzo – a Natale, Pasqua e Ferragosto -  con pagamenti da 1500 euro a quadrimestre. Una premessa quasi banale, ma solo in apparenza. Accade, infatti, che nei ricordi del pentito, la vittima della richiesta estorsiva non voglia saperne di conciliare, e ai racketeer che pretendono da lui il denaro, fa un nome in grado di smuovere le montagne: quello della famiglia Farao di Cirò Marina.

Millantare conoscenze così comporta un prezzo che – nel migliore dei casi - equivale a un aumento della tassa richiesta, ma il prosieguo degli eventi dimostra come, quasi certamente, l’uomo non millantasse affatto. Qualche giorno dopo, per l’occasione si scomodano due grossi calibri come Roberto Porcaro e Mario Piromallo che si recano nel bar in questione per risolvere la querelle. Farao o no, il ristoratore dovrà pagare il pedaggio richiesto.

I cetraresi chiudono la pizzeria

Non è un caso isolato, dicevamo. In precedenza anche a un’altra cosca di peso come quella dei Muto  era toccato scontrarsi con la riottosità dei cosentini, stavolta per una pizzeria che i cetraresi avevano pensato bene di avviare nel capoluogo. A presentare loro il conto, in quel caso, era stato il gruppo di Maurizio Rango, come rievocato da un altro pentito, Luciano Impieri. Anche allora a nulla valgono le rimostranze del titolare che prova a utilizzare il cognome del “Re del pesce” come scudo, ma invano. Stando a Impieri, in seguito dal Tirreno partirà anche un tentativo di chiarimento e mediazione non andato a buon fine perché i cosentini, manco a dirlo, non vogliono sentire ragioni. Piuttosto che pagare, il gruppo di Muto preferirà chiudere l’attività.

La riconquista della Sila

E sono ancora i pentiti, sempre loro, a rivelare un altro episodio analogo che riguarda la Sila, terra di confine della quale le cosche locali avevano perso il controllo a vantaggio dei “colleghi” crotonesi. Il business principale, quello delle aste boschive, era ormai cosa dei gruppi di Isola, Petilia e Cirò, ma è nell’ultimo decennio che secondo l’ex killer Daniele Lamanna parte l’operazione di riconquista. I cosentini avviano un dialogo con il boss Domenico “Mico” Megna, rivendicando la sovranità su San Giovanni in Fiore, e la trattativa va avanti per un po’ di tempo, fra alti e bassi, fino a quando le cosche pitagoriche sono costrette a cedere: il cinquanta per cento di tutti i profitti illeciti incassati sull’altopiano andranno ai padroni di casa. La Provincia “babba” è solo uno sbiadito ricordo.

Giornalista
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