‘Ndrangheta, il virus spinge i boss calabresi fuori dal carcere: chi è uscito e chi spera

A causa della pandemia di Covid-19 un lungo elenco di mammasantissima attualmente detenuti in regime di 41bis potrebbe ottenere i domiciliari. Un intero sistema ha scaricato solo sulle spalle dei magistrati la responsabilità di scegliere cosa fare

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di Alessia Candito
22 aprile 2020
13:22

L’ultimo in ordine di tempo è Francesco Bonura, 78 anni, una condanna a 18 anni e più per associazione mafiosa e un pedigree da uomo di peso dei clan palermitani, di cui ha curato – dicono le sentenze – gli affari nell’edilizia e il potere sul territorio. Causa probabilità statistica di contrarre il Covid19, anche lui ha strappato i domiciliari. Non è l’unico, potrebbe non essere l’ultimo. Perché a poco più di un mese dalle rivolte in carcere scoppiate dopo il primo decreto di lockdown e con buona pace dei distinguo che hanno accompagnato il provvedimento “svuotacarceri” inserito nel decreto Cura Italia, ai domiciliari stanno andando anche i boss. Inclusi quelli che hanno le mani macchiate del sangue delle stragi.

 

Il provvedimento del giudice di Milano

A mandare a casa Bonura, fino a qualche giorno fa ospite del circuito – sulla carta impermeabile – del 41bis, è stato il giudice del tribunale di sorveglianza Milano con un provvedimento del 20 aprile scorso. Troppo anziano ed affetto da patologie, Bonura – ha rivelato l’Espresso on line - potrà tornare a casa, nella sua Palermo e persino uscirne per motivi sanitari, non solo personali e per «significative esigenze familiari».

 

Ai domiciliari per Covid19, ma i casi diminuiscono

Motivo? «L’attuale emergenza sanitaria e il correlato rischio di contagio, indubitamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse». Dunque, sostiene il giudice, la situazione impone di «provvedere con urgenza al differimento dell'esecuzione pena». E proprio nei giorni in cui il garante nazionali per i diritti dei detenuti fa sapere che è «stazionario il quadro di ieri sera delle positività in carcere sia per quanto riguarda la popolazione detenuta (con una lieve diminuzione), sia per quanto riguarda il personale».

 

Gli avvocati del boss «Atto dovuto»

I suoi legali protestano, il boss – sostengono – è anziano e malato, in ogni caso sarebbe uscito dal carcere nel giro di un anno, forse anche meno. Ma Bonura non è il primo, solo l’ultimo di una lunga serie di boss, generali e colonnelli dei clan che hanno guadagnato la libertà. Inclusi diversi pezzi da novanta della ‘Ndrangheta.

 

Il lungo elenco di scarcerazioni

Ai domiciliari sono finiti il boss di Melicucco, Rocco Santo Filippone, uscito dal carcere di Le Vallette per poi lamentare di ricevere fuori minore assistenza sanitaria di quella regolarmente ricevuta dietro le sbarre, o Vincenzino Iannazzo, condannato in appello a 14 anni e mezzo e in attesa di sentenza definitiva. Il boss lametino è stato scarcerato dalla Corte d’appello di Catanzaro non perché in entrato in contatto con positivi, ma solo perché statisticamente considerabile soggetto a rischio. In tempi di coronavirus, a casa a scontare la pena è finito anche l’assai più giovane Attilio Giorgi, 36enne travolto dall'inchiesta Mandamento Jonico, le cui richieste erano sempre state respinte fin quando non è arrivato il Covid a sistemare le cose. I suoi legali da tempo premevano per un ricovero in una struttura sanitaria carceraria, ma oggi i ricoveri sono sospesi. E Giorgi è finito a casa.

 

La circolare del Dap

Ma sono nomi ben più altisonanti quelli dei boss che adesso fremono per una scarcerazione. A “identificarli” una circolare del 21 marzo scorso con cui il direttore del Dap, Giulio Romano, ordinava a tutti gli istituti di pena di comunicare «con solerzia alla Autorità giudiziaria» i nomi di tutti i detenuti ultresettantenni e/o affetti da una serie di patologie «per le eventuali determinazioni di competenza». Traduzione, per le eventuali scarcerazioni.

 

Elenco senza riferimenti alle accuse contestate

Riferimenti agli anni di pena da scontare, ai reati contestati o riconosciuti, al tipo di condanna o di custodia? Nessuno. E così nell’elenco, rivelato dall’Espresso, sono finiti anche nomi di peso delle élite delle mafie, inclusi i tanti, troppi legati alle stragi degli anni Novanta, con cui i clan hanno tentato di imporre nuovi interlocutori politici di propria fiducia, a garanzia del potere nei decenni precedenti accumulato.

 

Liberi tutti i detenuti al 41bis?

Sono settantotto i boss che nonostante le condanne accumulate potrebbero ritrovare la libertà. E tanti sono i calabresi, inclusi il superboss Pasquale Condello, Pino Piromalli, il patriarca Umberto Bellocco e molti dei suoi familiari, Teresa Gallico. Da "identikit" ci dovrebbe essere anche l’avvocato Giorgio De Stefano, il primo ad essere condannato come espressione della direzione strategica della 'ndrangheta, attualmente il massimo vertice giudiziariamente accertato. A loro si aggiunge il camorrista Raffaele Cutolo e un esercito di boss siciliani, fra cui Leoluca Bagarella , Pippo Calò, Vincenzo Galatolo, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera.

 

Il Dap «Solo un monitoraggio»

Il Dap si difende. Con propria nota fa sapere di aver inviato solo «una richiesta con la quale, vista l'emergenza sanitaria in corso, si invitava a fornire all'autorità giudiziaria i nomi dei detenuti affetti da determinate patologie e con più di 70 anni di età». Proposito? «Un semplice monitoraggio, quindi, con informazioni per i magistrati sul numero di detenuti in determinate condizioni di salute e di età, comprensive delle eventuali relazioni inerenti la pericolosità dei soggetti, che non ha, né mai potrebbe avere, alcun automatismo in termini di scarcerazioni». Che – ci tiene a ribadire il Dap – spetta solo alla magistratura valutare «in totale autonomia e indipendenza rispetto al lavoro dell'amministrazione penitenziaria».

 

Le questioni aperte

E allora perché quella circolare inviata il 21 marzo? È stata un’iniziativa del Dap o qualcuno ha chiesto ai vertici dell’istituto di avviare il «monitoraggio»? Come mai diversi giorni dopo la pubblicazione del decreto con cui il governo identificava una ben definita platea di detenuti da mandare ai domiciliari, escludendo i condannati per mafia, stalking e maltrattamenti in famiglia, quella circolare non fa alcun riferimento a quei paletti inseriti nel "Cura Italia"? Su questo la nota nulla dice.

 

Un filo rosso tra rivolte e scarcerazioni?

«Dal ministero, comunque - conclude la nota- sono stati attivati gli uffici per fare le tutte le opportune verifiche e approfondimenti». E sono necessari perché quella circolare si inserisce in un periodo di fibrillazione nel mondo del carcere. Iniziato e non concluso con quelle rivolte su cui diverse procure indagano, con il sospetto – assai fondato, secondo indiscrezioni – di una regia dei clan dietro l’esplosione della violenza in carcere.

 

Problema strutturale affrontato all’ombra dell’emergenza

Dopo quelle rivolte, formalmente scatenate dalle limitazioni dei colloqui con i familiari disposte a causa dell’epidemia in corso, gli istituti di pena sono tornati al centro del dibattito parlamentare. Ma non per l’individuazione di eventuali centri Covid19 nelle strutture sanitarie penitenziarie, per disegnare un programma di screening e profilassi, di dotazioni di dpi per detenuti e personale o banalmente tenendo in conto la condizione di isolamento – quasi una quarantena permanente, se le prescrizioni sono seguite alla lettera – del circuito di alta sicurezza. All’ombra dell’emergenza e con la fretta che ne consegue è stato affrontato l’annoso, strutturale, democratico problema del sovraffollamento carcerario e delle condizioni dei detenuti.

 

Le maglie aperte dal Cura Italia

Alla fine, si è deciso di disporre i domiciliari per i detenuti con una condanna «non superiore a 18 mesi, anche se costituente parte residua di maggior pena», non accusati di reati di mafia, maltrattamenti in famiglia o stalking, ma si esclude chi non abbia un «domicilio idoneo ed effettivo». Traduzione, si tagliano fuori tutti i condannati per i cosiddetti reati di marginalità o povertà o l’esercito di clandestinizzati dai vari decreti sicurezza. Insomma, tutti quelli che generalmente non hanno alle spalle un ben retribuito studio legale che si occupi del loro caso.

 

E il “carcere come extrema ratio” suggerito dal pg Salvi

Ma ad allargare ancor di più le maglie è stato un documento di 19 pagine inviato a tutte le Procure generali d’Italia dal pg della Cassazione Giovanni Salvi. Nel testo, anticipato su Repubblica, si suggeriva ai magistrati «l'opportunità di valutare le diverse opzioni che la legislazione vigente mette a disposizione per ridurre la popolazione penitenziaria», considerando il carcere come "extrema ratio".

 

Raccomandazioni che diventano indicazioni?

Formalmente, solo “raccomandazione”, una raccomandazione sull’orientamento da seguire, sulla carta non vincolante. Di fatto – sembra suggerire il rosario di scarcerazioni che da allora si è sgranato – una chiara indicazione, per il singolo giudice lasciato da solo a decidere al riguardo, o per il pm chiamato dal Tribunale ad esprimere il proprio parere su questa o quella scarcerazione. E non solo per i detenuti comuni. Da inizio aprile, anche mafiosi di rango come l'ergastolano di origini siciliane, Antonio Sudato, 67 anni – si legge su AntimafiaDuemila – hanno strappato i domiciliari.

 

L’allarme inascoltato di Di Matteo e Ardita

Circostanze che rendono concrete le preoccupazioni esternate dai consiglieri togati del Csm Nino Di Matteo e Sebastiano Ardita, che avevano aspramente criticato il “Cura Italia”, bollandolo come indulto mascherato che avrebbe scaricato una questione delicatissima sulle spalle del giudice di sorveglianza, per di più senza tempo e modo per svolgere un’adeguata istruttoria. Ma soprattutto – aveva segnalato Di Matteo – in quei termini il decreto avrebbe rappresentato «un pericoloso segnale di distensione».

 

Il Parlamento da che parte sta?

E i fatti sembrano confermare le più fosche previsioni. Mentre la lunga scia di mafiosi che guadagnano i domiciliari, non possono che portare alla mente le troppe volte in cui dal 41bis si è cercato di forzare la mano ai giudici e alla politica. Negli anni Novanta ci hanno provato con una strategia che ha alternato il sangue delle stragi ad un’interlocuzione tutta politica, accertata nel processo Trattativa e oggi al centro del dibattimento, scaturito dall’inchiesta “’Ndrangheta stragista” coordinata dal procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo in corso a Reggio Calabria. Nel 2002, approfittando di una videoconferenza, era stato invece Leoluca Bagarella a lanciare dal carcere un editto con cui annunciava «Abbiamo iniziato una protesta civile e pacifica… Tutto ciò cesserà nel momento in cui le autorità preposte in modo attento e serio dedicheranno una più approfondita attenzione alle problematiche che questo regime carcerario impone». Oggi Bagarella tace, ma con i suoi avvocati preme. Ed è uno di quelli che dal circuito del 41bis potrebbe uscire. A meno che non si intervenga.

Giornalista
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