Tre arresti nell’inchiesta della Dda di Roma: Paolo Brando, ritenuto vicino a cosche calabresi, avrebbe imposto la cogestione di un kartodromo con intimidazioni. Gli investigatori ricostruiscono anche lo spaccio e il reinvestimento dei proventi illeciti: sequestro da 2 milioni di euro
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Le piste di kart come presunto punto d’incontro tra estorsioni, traffico di cocaina e reinvestimento di denaro illecito, con l’ombra della ’ndrangheta a fare da sfondo alle attività contestate. È il quadro delineato dall’inchiesta dei Carabinieri del Nucleo Investigativo di Latina, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, che ha portato a tre arresti e al sequestro di beni aziendali e conti correnti per un valore complessivo di almeno 2 milioni di euro.
Al centro dell’indagine c’è Paolo Brando, 47 anni, originario di Sinopoli e residente ad Aprilia, ritenuto dagli investigatori vicino a esponenti di organizzazioni criminali calabresi. Per lui e per Ivan Morsicani, 53 anni, di Latina, è stata disposta la custodia cautelare in carcere. Moira Di Giulio, moglie di Brando, 43 anni, è stata invece sottoposta agli arresti domiciliari. Le contestazioni riguardano, a vario titolo, estorsione, tentata estorsione, autoriciclaggio e reati legati agli stupefacenti, con l’aggravante del metodo mafioso per alcune delle condotte ipotizzate.
La pista di kart e le pressioni sul gestore
L’indagine, condotta tra novembre 2023 e luglio 2025 sotto il coordinamento del comandante Antonio De Lise, sarebbe partita dalla denuncia presentata dal proprietario di una pista di kart nel territorio pontino. Da quel primo episodio, i militari avrebbero ricostruito un sistema di pressioni e intimidazioni finalizzato a ottenere il controllo condiviso dell’impianto e a condizionare il mercato dei mezzi utilizzati nelle competizioni.
Secondo l’accusa, Brando e Morsicani avrebbero cercato di costringere il gestore ad accettare la cogestione della struttura da parte di Brando e ad acquistare esclusivamente kart e minimoto di una determinata marca, la Ohvale. L’obiettivo sarebbe stato imporre un controllo sulle forniture e sulle attività commerciali collegate alla pista, facendo leva sulla capacità intimidatoria attribuita ai rapporti con ambienti della criminalità organizzata.
Un episodio risalirebbe al novembre 2023, quando i due indagati si sarebbero presentati nell’impianto, arrivando a intimidire anche la moglie del gestore. In seguito, il proprietario sarebbe stato minacciato con la prospettiva di non poter più lavorare qualora non avesse accettato le condizioni imposte.
Le investigazioni avrebbero documentato anche messaggi e comunicazioni nei quali Brando avrebbe rivendicato il proprio ruolo nella distribuzione dei mezzi da competizione, sostenendo di poter condizionare gli acquisti non soltanto nel Lazio, ma anche in altre regioni italiane. In uno dei passaggi riportati negli atti, il gestore sarebbe stato avvertito: «Se voglio io lavori, se non voglio io tu non lavori più».
È proprio il richiamo alla presunta vicinanza a contesti ’ndranghetisti a rappresentare uno degli elementi su cui si fonda la contestazione dell’aggravante del metodo mafioso. La vittima, dopo le ripetute minacce ricostruite dagli investigatori, avrebbe infine deciso di rivolgersi alle forze dell’ordine.
I legami con le cosche calabresi e il litorale romano
Nel quadro investigativo, Brando viene descritto come una figura radicata sul litorale pontino e storicamente in rapporti con la cosca Alvaro di Sinopoli. Gli inquirenti gli attribuiscono inoltre la capacità di inserirsi in ambienti criminali riconducibili alla cosca Gallace di Guardavalle, attiva anche nell’area compresa tra Anzio e Nettuno.
La pista degli interessi economici legati ai kartodromi si intreccerebbe così con le relazioni che, secondo l’ipotesi accusatoria, avrebbero consentito di esercitare pressioni sugli operatori del settore. L’inchiesta punta a chiarire in quale misura le attività commerciali e sportive siano state utilizzate per sostenere interessi riconducibili a gruppi criminali calabresi insediati nel Lazio.
In questo contesto si colloca anche il riferimento alla cosca Gallace e a Bruno Gallace, indicato negli atti richiamati dall’inchiesta come uno dei presunti promotori della locale di ’ndrangheta operante tra Anzio e Nettuno. Ovviamente le contestazioni dovranno essere verificate nel corso del procedimento giudiziario.
La cocaina e il kartodromo di Aprilia come base operativa
Accanto alle presunte estorsioni, i Carabinieri avrebbero ricostruito un'attività continuativa di spaccio di sostanze stupefacenti, prevalentemente cocaina. Il punto di riferimento logistico sarebbe stato il Moto Club Christel Village, lungo la via Nettunense ad Aprilia, struttura gestita dagli indagati e ritenuta dagli investigatori un centro nevralgico per la distribuzione delle dosi.
Le cessioni sarebbero state monitorate per diversi mesi, consentendo di ricostruire movimenti e contatti tra i soggetti coinvolti. Per questa parte dell’indagine, Brando, Di Giulio, Morsicani, e altrei due sono indagati per un’ipotesi associativa finalizzata al traffico di droga.
Secondo la ricostruzione accusatoria, Brando avrebbe ricoperto un ruolo di vertice, mentre alla moglie sarebbero state attribuite funzioni organizzative. Gli altri indagati avrebbero contribuito al trasporto e alla cessione delle sostanze. Anche in questo caso, si tratta di ruoli ipotizzati dagli inquirenti e non di responsabilità definitivamente accertate.
Il denaro illecito reinvestito nei circuiti di kart
Uno degli aspetti più rilevanti dell’inchiesta riguarda la presunta destinazione dei profitti derivanti dallo spaccio. Parte del denaro sarebbe stata reinserita nell’economia legale per finanziare e sviluppare attività connesse alla gestione di due piste di kart, attraverso altrettante associazioni sportive dilettantistiche.
La prima operazione contestata riguarda l’Acerra Circuit, in provincia di Napoli. Brando e Di Giulio avrebbero impiegato circa 14mila euro provenienti da attività illecite per sostenere lo sviluppo dell’impianto. Per questa condotta viene contestato anche il metodo mafioso, poiché gli investigatori ritengono che il reinvestimento fosse finalizzato ad agevolare gli interessi della cosca Gallace.
Un secondo filone riguarda l’ASD XBikes 2.0 Circuit di Ferrara. In questo caso, a marzo 2024, sarebbero stati movimentati circa 120mila euro, secondo l’ipotesi investigativa, nell’ambito di operazioni finalizzate a sostenere l’attività della struttura sportiva. Gli inquirenti stanno ricostruendo la provenienza delle risorse, i passaggi finanziari e i ruoli attribuiti alle persone coinvolte.
Le misure patrimoniali eseguite nell’ambito dell’operazione hanno riguardato i beni aziendali di due associazioni sportive dilettantistiche collegate alla gestione dei kartodromi e i conti correnti intestati ai rispettivi proprietari. Il valore complessivo dei beni sottoposti a sequestro è stato stimato in almeno 2 milioni di euro.
Le contestazioni legate alla pista di Ferrara
Il filone ferrarese comprende anche presunte intimidazioni finalizzate a condizionare la gestione del circuito di minimoto. Brando avrebbe minacciato un uomo per indurlo a non interferire nella procedura di aggiudicazione della gestione dell’impianto, che sarebbe dovuta andare all’ASD XBikes 2.0 Circuit.
Un’ulteriore contestazione riguarda una donna che secondo l’accusa sarebbe stata minacciata affinché non rivendicasse una posizione di maggiore rilievo all’interno della società impegnata nella gestione della pista. Le circostanze sono oggetto degli accertamenti giudiziari.
Le minacce per una causa di lavoro e le accuse di stalking
Tra gli episodi ricostruiti compare anche una presunta estorsione ai danni di un uomo che aveva avviato una controversia di lavoro contro la Universo Pneumatici Import Export Srls, azienda riconducibile alla famiglia Brando. Secondo gli investigatori, Paolo Brando, alcuni suoi familiari e due cittadini brasiliani avrebbero aggredito e minacciato la vittima per costringerla a rinunciare all’azione legale.
L’uomo sarebbe stato spinto a terra, mentre sarebbero state rivolte gravi minacce anche ai suoi genitori. La condotta contestata sarebbe stata sostenuta, secondo l’ipotesi accusatoria, dalla forza intimidatrice derivante dai rapporti criminali attribuiti a Brando.
Un altro capitolo dell’indagine riguarda una donna con cui Brando avrebbe avuto una relazione. L’uomo è accusato anche di stalking, minacce e detenzione di una pistola che sarebbe stata utilizzata per intimidirla. Secondo la ricostruzione investigativa, la donna sarebbe stata minacciata di morte e colpita al volto con una gomitata, riportando lesioni evidenti.
Le intimidazioni sarebbero state legate anche a un debito di circa 12mila euro. In diverse occasioni, Brando avrebbe minacciato di raggiungere la donna e di utilizzare un'arma contro di lei. Nel dicembre 2024, inoltre, avrebbe evocato presunti legami familiari con una nota famiglia di ’ndrangheta per rafforzare le minacce.
Gli investigatori contestano anche la detenzione dell'arma che sarebbe stata utilizzata nelle intimidazioni. Si tratta di accuse distinte rispetto a quelle relative alle attività di spaccio, alle estorsioni e al presunto reinvestimento dei proventi illeciti.
Le società e le presunte intestazioni fittizie
L’inchiesta si estende infine a una serie di operazioni societarie che, secondo la Procura, sarebbero state finalizzate a eludere le disposizioni in materia di misure di prevenzione patrimoniale. Alcuni indagati sono accusati di intestazione fittizia di beni e di aver partecipato a operazioni riguardanti la titolarità di società riconducibili agli ambienti esaminati dagli investigatori.

