Mafia, soldi e ricatti ai dipendenti alle regionali: andare a votare per non essere licenziati

L’inchiesta Imponimento e i voti per Stillitani: l’informativa del Gico e le indagini della Polizia. Dieci mila euro a Vincenzino Fruci. Il ricatto ai dipendenti del villaggio, le dichiarazioni del pentito e gli interrogatori in Questura (ASCOLTA L'AUDIO)

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di Pietro Comito
13 dicembre 2020
08:38
La conferenza stampa dopo la maxioperazione Imponimento e nel riquadro Stillitani
La conferenza stampa dopo la maxioperazione Imponimento e nel riquadro Stillitani

«Ci deve dare 5.000 euro solo per questo». «No, 10.000 ce ne deve dare! A 100 euro a voto, compa’!». «A Lamezia ne danno 50 a voto!». «A Lamezia alle comunali pagano 50 euro a voto! Che sei nel paese… Se li vuoi extra, fuori… Fuori dal circondario tuo li devi pagare 100 euro a voto!». Lo spiega il collaboratore di giustizia Francesco Michienzi, le intercettazioni danno riscontro: attraverso l’indicazione di rappresentanti di lista residenti fuori provincia e cooptati dalla mala, è possibile incamerare voti «extra» nel circondario in cui si è candidati.

 


Francescantonio Stillitani, già consigliere e assessore regionale, indagato eccellente nella maxi-inchiesta della Dda di Catanzaro Imponimento, nel 2005 avrebbe fatto ricorso anche a questo stratagemma, annotano gli inquirenti. E tra i rappresentanti di lista, nominati da altri circondari, oltre che referenti della criminalità organizzata - come verificato dagli agenti del Servizio centrale operativo e della Squadra mobile di Catanzaro, le cui informative corroborano l’impianto investigativo del Gico della Guardia di Finanza - anche diversi dipendenti della struttura di cui l’imprenditore turistico prestato alla politica è il patron.

La gola profonda

Michienzi, ex affiliato al cartello Anello-Fruci di Filadelfia e Curinga, rammenta che fu approntato «un elenco di circa 70 persone, che sarebbero state rappresentanti di lista», poi «restituito completo dell’indicazione, accanto a ciascun nome, del comune dove recarsi a votare». Ancora il pentito: «Per esempio ricordo che ho votato a San Costantino… Questa richiesta di far votare queste persone in più comuni diversi dal luogo di residenza era legata al meccanismo elettorale previsto per quella competizione». E poi, sempre l’ex ’ndranghetista: «Io sono entrato, ho messo la croce sul simbolo Udc, Francescantonio Stillitani e me ne sono andato…».

I rappresentanti di lista

La Squadra mobile di Catanzaro, quindi, individua «46 soggetti ritenuti di interesse ai fini delle indagini». Di questi, sette sono tra quelli indicati da Michienzi, e vengono considerati figure organiche o contigue alla malavita, «effettivamente nominati quali rappresentanti della lista numero 6 del partito Udc, a sostegno della candidatura di Stillitani». Vi sono poi «altri 23 soggetti» che «risultano parenti dei maggiori esponenti della cosca Anello-Fruci o contigui alla medesima consorteria mafiosa». Infine «16 soggetti» risultano essere «dipendenti delle società facenti capo alla famiglia Stillitani». Tutti residenti fuori provincia, tutti indicati come rappresentanti di lista, tutti che votarono regolarmente, come emerge dai carteggi acquisiti al Comune di Vibo Valentia, al Consiglio regionale e nei 210 verbali redatti dai presidenti di seggio dei 50 comuni della provincia.

Un voto, 100 euro

«Il gruppo criminale - si legge nell’informativa finale redatta dal Gico delle Fiamme gialle e acquisita agli atti di Imponimento - aveva beneficiato di un compenso pari a circa 100 euro per ogni voto assicurato al politico mediante il citato meccanismo di coartazione». I risultati delle consultazioni amministrative del 3 e 4 aprile 2005  - annotano i finanzieri - «registravano, nella provincia di Vibo Valentia, un totale di 11.158 voti all’Udc, partito per il quale era candidato Stillitani Francescantonio; quest’ultimo otteneva 4.962 voti di preferenza che gli consentivano di superare gli altri candidati (Salerno Nazareno con 4.601 preferenze e Gilormo Giuseppina con 189 preferenze)».

«Solo per poter lavorare»

Torniamo però alle indagini della Squadra mobile di Catanzaro che, acquisito un primo riscontro, va avanti e sente a sommarie informazioni una buona parte degli stessi rappresentanti di lista. Viene fuori così come i dipendenti, o almeno alcuni di essi, più che complici fossero vittime del sistema. «Perché - domandano i poliziotti ad una donna - ha accettato di svolgere tale mansione?». La sua risposta: «Facciolo, titolare della Golden, che forniva servizi all’interno del villaggio, mi disse che avrei dovuto votare perché Stillitani mi dava lavoro. Facciolo aggiunse che se non avessi accettato di votare per Stillitani sarei stata licenziata. Effettivamente dopo aver votato mi hanno tenuta a lavorare». Insomma, coi dipendenti che hanno famiglia e hanno solo bisogno di portare il pane a casa, il ricatto occupazionale è un’arma micidiale. Un’altra donna: «Ho accettato di votare per Stillitani perché era l’unica possibilità per poter lavorare all’interno del villaggio. Anche mia figlia venne a votare per Stillitani, per avere anche lei la possibilità di lavorare. Pertanto accettai la sua proposta di votare fuori provincia per Stillitani anche perché mi disse che non c’era niente di male».

«Non potevano infastidirlo»

Un ex dipendente offre con ancora maggiore incisività il senso della soggezione verso il datore di lavoro. Anche il fratello e la moglie sarebbero stati cooptati come rappresentanti di lista: «Fu Mercuri (Bruno, il “ragioniere” degli Stillitani, ndr) a riferirmi che anche mia moglie era stata indicata come rappresentante della stessa lista e di provvedere io personalmente ad avvisarla. Mia moglie non era d’accordo ma fui io a convincerla perché era la lista in cui era candidato Stillitani e temevo che rifiutando avrei potuto infastidirlo. Se me lo avesse chiesto qualche altro non sarei mai andato». Al seggio, a votare, si sarebbe recato, assieme alla moglie, con la sua vecchia Fiat Uno bianca e quindi a proprie spese. Altri dipendenti sarebbero stati invece più fortunati. Prelevati, portati a votare e riportati indietro. Alcuni addirittura con un «pulmino». Nessuno di loro prese denaro.

Ma anche gratis…

Gli unici a prenderlo - a dire del pentito Michienzi - sarebbero stati i malavitosi. Un pacco con 10.000 euro sarebbe stato consegnato a Vincenzino Fruci, presunto capomafia di Curinga e legatissimo agli Anello, per il quale è stata annullata l'ordinanza custodiale per mafia ed estorsione .  Ma - dice la gola profonda - «quando andai a trovarlo (Fruci, ndr) mi diede dei soldi, anche se non ricordo bene quanto, ma mi specificò che i soldi ricevuti non erano quello che a noi principalmente come cosca interessava. A noi in effetti interessava avere il controllo del villaggio turistico». Insomma, i voti, secondo il collaboratore di giustizia, a conti fatti, glieli avrebbero procurati pure gratis.

Giornalista
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