Magistrati corrotti a Catanzaro, Petrini inizia a parlare: una nuova inchiesta all’orizzonte?

Dopo il terremoto che ha colpito la Corte d’appello del capolugo il giudice arrestato per corruzione ha iniziato a svelare i particolari di un sistema intorno al quale si potrebbe generare un nuovo tsunami giudiziario. E a tremare potrebbero essere in molti

di Alessia Candito
9 febbraio 2020
02:39

Mentre il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito. E mentre un sistema criminale si mostra, il problema sembra essere chi ne ha svelato il volto. A distanza di oltre un mese dagli oltre 330 arresti di Rinascita Scott, insospettabili garantisti di nuovo e vecchio conio continuano a stracciarsi le vesti, gridando allo scandalo e animando una furiosa campagna contro il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri.

 

C’è chi si riscopre giurista esperto e chi invece gioca a mettere zizzania fra gli uffici di Reggio e Catanzaro, che mai come in questa stagione hanno filato d’amore e d’accordo, sviluppando di concerto filoni investigativi che in riva allo Stretto si è iniziato ad esplorare e oggi anche l’altra Dda calabrese percorre.

 

Sotto il fuoco incrociato di due procure, c’è un sistema di potere criminale che sta crollando. Ma mentre fiumi di inchiostro vengono spesi per far le pulci alle sentenze del Riesame, con conseguente ola per ogni misura commutata, da Salerno e non solo arriva la conferma del sistema da cui quell’inchiesta è stata protetta.

Sistema messo a nudo dai protagonisti 

Un dato fornito dagli stessi protagonisti dell’inchiesta “Genesi”, il giudice Marco Petrini e il suo faccendiere di fiducia Emilio “Mario” Santoro, arrestati per aver trasformato la Corte d’appello e la commissione tributaria di Catanzaro in un suq, dove per aggiustare una sentenza bastava pagare il giusto cachet. Nel frattempo, al giro di boa dell’inaugurazione dell’anno giudiziario il distretto fa i conti con una contabilità inquietante: oltre a Petrini, sospeso dopo l’arresto, negli ultimi quattro mesi tre magistrati sono stati allontanati per incompatibilità ambientale.

Quattro trasferimenti in quattro mesi

È stato trasferito con funzione di giudice civile a Potenza, con provvedimento confermato dal Tar, il procuratore capo di Castrovillari, Eugenio Facciolla, per il quale è stato chiesto il rinvio a giudizio per corruzione e falso. Stessa destinazione e stessa funzione è stata ordinata dal Csm al procuratore aggiunto della Dda di Catanzaro, Vincenzo Luberto, indagato per corruzione. È stato spedito a Torino dal Csm il procuratore generale Otello Lupacchini, per il fango gettato in diretta tv sui magistrati del suo distretto.

Indizi e omissis 

Ma potrebbero non essere gli unici o gli ultimi. Perché Santoro e Petrini stanno parlando. E non solo per confermare tutte le accuse a loro carico, ma aggiungendo dati e dettagli su una «caterva di episodi corruttivi». E su diversi magistrati, politici e avvocati che potrebbero essere coinvolti. Un dato che si evince in modo chiaro dall’infinita serie di omissis piazzati per coprire nomi e circostanze di cui è costellato il verbale di interrogatorio di Santoro, come dalla decisione di Petrini di rinunciare al Riesame e dei magistrati di Salerno di segretare le sue prime dichiarazioni.

Verso un’inchiesta bis? 

Il primo passo di una collaborazione? Allo stato non è dato sapere, ma quel che è certo è che Petrini ha parlato. E tanto. E questo, dopo le verifiche del caso, potrebbe significare che né Catanzaro, né Salerno hanno finito di esplorare il fronte. Anche perché, secondo indiscrezioni, ad emergere non sarebbero stati semplici episodi, ma la cronistoria di un pezzo di vita del sistema che ha soffocato mezza, se non tutta la Calabria.

Indagini partite da Catanzaro 

Un dato che già la genesi dell’inchiesta permetteva di intuire. Salerno li ha arrestati il 14 gennaio scorso, ma le indagini su Petrini e Santoro sono partite da Catanzaro, dove la Dda per l’ennesima volta è stata costretta a stringere le manette ai polsi a insospettabili al servizio dei clan. In quel caso, i Grande Aracri, che a libro paga avevano medici reinventatisi immobiliaristi, come Alfonso Sestito, imprenditori come Rosario Lerose, l’ex presidente della Banca di credito cooperativo del Crotonese, Ottavio Rizzuto.

 

Un circuito impastato di massoneria in cui gravitavano anche gli ex consiglieri Pino Tursi Prato, già condannato per concorso esterno, e Nicola Adamo, a Catanzaro indagato in più di un’inchiesta con accuse che vanno dagli appalti alle sentenze aggiustate, marito della deputata Pd Enza Bruno Bossio, uscita dall’anonimato politico per le feroci accuse a Gratteri.

Le confidenze di Tursi Prato

È proprio questa scia che i magistrati hanno seguito per arrivare a Santoro e Petrini e lì si sono fermati per trasferire gli atti a Salerno, che Tursi Prato l’ha anche arrestato per la generosa “donazione”, grazie a cui ha messo in salvo il suo vitalizio da ex consigliere regionale. Ma dai primi verbali del faccendiere Santoro, il ruolo dell’ex consigliere regionale potrebbe essere ben diverso, perché diversi sembrano essere i canali di informazione e relazione a cui aveva accesso. 

 

«Tursi Prato mi ha detto di questi magistrati che erano inquisiti» si legge nella trascrizione del suo interrogatorio prima di un largo omissis, e poi «e io sapevo che le prendeva, perché il nipote o il fratello erano avvocati». Mazzette per sentenze addomesticate? Forse, ma le parti ancora sotto segreto sono ancora troppe per averne la certezza.

«Mi dice quello che con Adamo ha combinato» 

Di certo, a detta del faccendiere, Tursi Prato era un uomo assai ben inserito nel sistema. E «a me – ci tiene a sottolineare – Tursi Prato dice sempre la verità, mi dice su co.. con Nicola Adamo quello che ha combinato». L’espressione è sibillina, ma sono le carte dell’inchiesta sui professionisti di Crotone al soldo dei Grande Aracri, a dare qualche elemento.

 

È lì che si rintraccia la “professione di fede” dell’ex presidente del Bcc di Crotone, che dopo aver mendicato a Tursi Prato un incontro con Adamo, dice: « “Io sono un amico serio gli devi dire a Nicola, non ti pensare che sono un ‘chiachiello’ Pinù… questo è il passaggio, io ci tengo moltissimo se facciamo questo, voi avete a Crotone un suddito, un suddito, ma al di là dell’opportunità che ci sarà sempre, il problema è che per me è una cosa personale, hai capito qual è il problema… Nico io divento tuo suddito a Crotone, allora non hai capito, guarda che io sono un tipo che quando stringo la mano, stringo la mano Nicò eh, okay?».

I giocattoli del potere 

E ancora « “Oi Pino – dice Rizzuto parlando con Tursi Prato - io c’ho un giocattolo nelle mani che lo posso fare andare come cazzo voglio, e quando tu tieni la banca… io più in questo momento deve capire Nicola Adamo che a Crotone sono uno che conta… che io non ti pensare che gli faccio i favori alle persone… per i voti gli faccio i favori, che il potere mio e? politico». Insomma, per il gip in cambio di voti ci sarebbe stato l’accordo per far arrivare finanziamenti pubblici che Rizzuto, per i magistrati uomo a disposizione dei Grande Aracri, avrebbe dovuto distribuire agli imprenditori del suo entourage. E secondo le chiacchierate intercettate ci sarebbe stato anche un incontro.

E spunta il nome di Facciolla

Tursi Prato e Adamo parlano tanto, di «canali» per aggiustare sentenze, di Santoro che «è legato con magistrato della Corte d’Appello, il 13 quale l’altro giorno ha portato a Raffaele (per gli investigatori Raffaele Mauro, Direttore Generale dell’Asp di Cosenza) a incontrare il presidente della Seconda sezione penale, a Catanzaro».

 

Ma anche con Santoro, l’ex consigliere regionale chiacchiera assai e di cose che appaiono assai delicate. «È il Tursi che le fa le confidenze che riguardano Facciolla?» gli chiede il pm Luca Masini. E Santoro non esita a dire sì. Di quali confidenze si tratti, non è dato sapere. Dalla trascrizione dell’interrogatorio, sembra abbiano a che fare con il periodo in cui Tursi Prato è finito sotto processo e condannato, ma la cosa deve aver avuto riverberi se Santoro assicura che più volte gli sarebbe stata riferita dall’ex consigliere regionale «ogni tanto me lo rinnova, due anni fa, cinque anni fa, sempre».

Il suq di Corte d’appello e Commissione tributaria 

Uno dei tanti segreti di cui Santoro sembra depositario e che ha iniziato a condividere con i pm di Salerno. A cui ha parlato di Petrini e della sua «forza di prendere soldi che faceva spavento», del tariffario variabile del giudice, che oltre a gamberoni e clementine accettava mazzette fino a trentamila euro, di perizie assegnate a consulenti abituati a corrompere i giudici per aggiustare decisioni. E dei risultati di questo suq. Il faccendiere racconta di una sentenza in commissione tributaria cambiata nottetempo per consentire ad un imprenditore del settore turistico, Luigi Falzetta (anche lui indagato) di non pagare una sanzione amministrativa da più di un milione di euro. È bastato bussare alla porta dell’avvocato giusto e per la “modica” cifra di 40mila euro una pronuncia di condanna, si è trasformata in assoluzione.

Dissequestri su commissione 

Con il commercialista “giusto”, Claudio Schiavone di Cosenza, anche «mafiosi matricolati» di Guardavalle – così li definisce Santoro – potevano sperare di ottenere il dissequestro dei beni. «Ma andò male l’operazione» dice Santoro, che dell’intera storia sarebbe stato informato da Francesco Saraco. Lo stesso avvocato (anche lui indagato) che a detta di Santoro avrebbe inutilmente versato 30mila euro per ottenere l’assoluzione in appello del padre Antonio Saraco, condannato a 10 anni per estorsione aggravata e alleggerire la pena inflitta a Maurizio Gallelli, condannato a 16 anni per associazione mafiosa. Condanne poi tutte confermate.

E adesso si punta allo schema

E Petrini invece? Ha parlato a lungo, ci sarebbero due verbali di interrogatorio fitti di dati, nomi, circostanze. I protagonisti? Indiscrezioni dicono giudici e avvocati. Ma quello a cui puntano i magistrati – e non solo a Salerno – è capire il sistema, i canali – massonici, è l’ipotesi – attraverso cui la giustizia è stata addomesticata, ammaestrata, azzerata. Un filone che emerge con prepotenza anche nell’inchiesta Rinascita Scott, che fra gli oltre 330 arrestati ha fatto finire in carcere l’avvocato Giancarlo Pittelli, ex senatore di Forza Italia, poi passato a Fdi.

Il riservato di Luigi Mancuso 

Ufficialmente legale di grido, per sua stessa ammissione massone di alto rango, Pittelli per i magistrati è un “riservato” del boss di Luigi Mancuso, per il quale curava dagli affari legali e non ai piccoli problemi quotidiani come la raccomandazione per far passare l’esame alla figlia. Era «legato stabilmente al contesto di ‘ndrangheta massonica’, stabilmente a disposizione dei boss (e dunque delle sfere più alte della consorteria)» scrive il gip. Al servizio del clan metteva «il proprio rilevante patrimonio di conoscenze e di rapporti privilegiati con esponenti di primo piano a livello politico-istituzionale, del mondo imprenditoriale e delle professioni, anche per acquisire informazioni coperte dal segreto d’ufficio».

Pittelli e i magistrati amici 

E se l’inchiesta ha già svelato i nomi e i volti di ufficiali di alto e basso grado che aveva a disposizione, quanto meno per adesso lo stesso non è successo con i magistrati con cui Pittelli era in contatto, fatta eccezione per l’ex presidente della Regione, Giuseppe Chiaravalloti, ex magistrato e fratello di loggia del legale. Ad uno – emerge dall’inchiesta – nel 2018 «riferiva privatamente ad un giudice di alcune vicende giudiziarie che riguardavano Procopio Massimo con la Astaldi, nelle quali veniva coinvolto anche un cognato dello stesso Pittelli».

 

Per “sistemare la questione lavorativa” del nipote di un altro togato, l’avvocato si rivolgeva invece all’imprenditore Paoletti. E poi c’è una cena «organizzata dal Pittelli presso la sua abitazione» - annotano i carabinieri – con «taluni magistrati» e il colonnello Merone, ufficiale infedele della Guardia di Finanza, anche lui travolto dall’inchiesta Rinascita Scott. L’argomento della cena non è noto, così come allo stato non si conoscono i nomi dei giudici che si sono seduti a quel tavolo. Ma già in passato Pittelli si era dimostrato in grado di tessere rapporti tutto meno che opportuni con magistrati di rango.

«Via De Magistris» 

A svelarlo è la sentenza con cui la Corte d’appello di Salerno nel febbraio 2019, pur derubricando il reato di corruzione in atti giudiziari in “semplice” abuso d’ufficio, ha condannato l’ex procuratore Mariano Lombardi, oggi deceduto. Motivo? Aver revocato la coassegnazione del fascicolo “Poseidone” a Luigi De Magistris, poco dopo l’iscrizione sul registro degli indagati di Pittelli, all’epoca senatore di Forza Italia, e dell’allora sottosegretario Galati. Un “favore” che i due – si legge in sentenza – verosimilmente avrebbero chiesto «quando i tre si sono incontrati riservatamente a casa del Pittelli, ove hanno parlato proprio delle modalità di conduzione dell’indagine c.d. Poseidone da parte del pm De Magistris».

Obiettivo Csm

Ed è lo stesso Pittelli che anni dopo quell’incontro riservato, sfruttando i canali della massoneria ufficiale e coperta, chiacchierava «con Lorenzo Cesa (europarlamentare e segretario nazionale dell’Udc- Noi con l’Italia) tramite il quale sperava di poter ottenere una sponsorizzazione per l'elezione a membro laico del Csm».

Guerra interna ed esterna 

Tessere di un mosaico che sembra diventare la fotografia di un sistema. Forse ancora incompleta, ma sufficiente ad iniziare a spiegare in che clima abbia lavorato in questi anni la procura di Catanzaro. Un elemento importante per comprendere come mai la procura di Nicola Gratteri abbia dovuto proteggere le indagini da fughe di notizie, soffiate, anticipazioni che ne avrebbero compromesso il lavoro. Una guerra interna ed esterna di cui rimane traccia nelle conversazioni intercettate dai carabinieri impegnati in Rinascita Scott, che hanno sentito distintamente Giovanni Giamborino lamentarsi: «Gratteri gli sta facendo il culo in questo modo ... infatti ha bloccato tutta la Procura ... l'ha bloccata totalmente, non va nessuno, non può entrare ... una volta entravano 'mbasciate, cose ... i catanzaresi ... i lametini facevano che cazzo volevano, ora ... adesso hanno bloccato tutta la Procura ... tutte cose ... ha cambiato tutto ... ha mandato via tutti dalla Procura non esce uno spillo... hai capito? con Gratteri».

 

O nell’esecuzione a sorpresa dell’operazione stessa, anticipata di un giorno rispetto ai programmi perché le notizie iniziavano a circolare. «Un miracolo, abbiamo mobilitato oltre 3mila carabinieri nel giro di un paio d’ore» ha detto il procuratore capo di Catanzaro il giorno dopo nel commentarla. Una minaccia per un sistema che inizia a vacillare.

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