'Ndrangheta stragista, il “balletto” di Graviano verso la conclusione

Il 13 marzo sarà chiamato a riferire sulle conversazioni intercettate in carcere con la 'dama di compagnia' Adinolfi. Nel frattempo continua a dire e non dire, mandare messaggi dentro e fuori dall'aula. Ma il tempo dei rinvii volge al termine

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di Alessia Candito
28 febbraio 2020
08:08
Giuseppe Graviano
Giuseppe Graviano

Svogliato, quasi annoiato. Giuseppe Graviano torna a parlare al processo “’Ndrangheta stragista”, ma le sue risposte sembrano solo l’amichevole prima del torneo. Anzi, prima della partita principale del torneo. E quasi sbuffa quando a fine udienza la Corte gli chiede di rispondere a qualche domanda di chiarimento alle deposizioni fiume delle scorse udienze. Perché Madre Natura, così è noto nel suo mondo, si sta preparando.

Disguidi tecnici superati?

Il “balletto” di disguidi tecnici, supporti inutili, ritardi, problemi che fino ad oggi gli ha impedito di ascoltare le conversazioni intercettate in carcere con “la dama di compagnia”, il camorrista Umberto Adinolfi, dopo innumerevoli sollecitazioni della Corte e del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo sembra ormai volgere al termine.

Il boss palermitano, accusato insieme a Rocco Filippone di essere il mandante degli attentati contro i carabinieri del 93-93, sacrificati dalla ‘ndrangheta per firmare con il sangue la propria partecipazione alla strategia degli attentati continentali necessaria per imporre nuovi e affidabili interlocutori politici, ha finalmente ricevuto le oltre 2mila pagine di perizia su quelle intercettazioni. Finalmente – pare – sarebbe stato messo in condizione di ascoltare quei file audio che per mesi hanno litigato con supporti obsoleti.

Questioni in sospeso

E il procuratore aggiunto Lombardo attende di vedere l’esito del gioco che nelle ultime udienze ha fatto solo intuire con i continui riferimenti alla strage di via D’Amelio, all’omicidio di Nino Agostino, agli anni delle stragi e alla procura di Palermo che quelle stragi hanno decapitato. Graviano studia. «Ho iniziato, presidente» dice al giudice Ornella Pastore che gli chiede se abbia già iniziato a visionare il materiale che gli è stato recapitato.

Quattordici giorni per studiare

Avrà due settimane di tempo. Poi il 13 marzo dovrà rispondere su quelle conversazioni che all’inizio della sua deposizione ha etichettato come «unica cosa vera dell’ordinanza» e contengono passaggi assai delicati - sulla "cortesia" fatta a Berlusconi, sulle stragi, su Dell'Utri "tradito" - su cui fino ad oggi si è rifiutato di rispondere, trincerandosi dietro l’ormai trito «non sono riuscito ad ascoltare l’audio».

E che il suo legale, Giuseppe Aloisio, che con lui è in contatto continuo e costante prima, dopo e durante l’udienza, oggi ha provato ad iniziare a contestare. In mezzo, ci sarà l’audizione dei testi a difesa – ma solo gli agenti di polizia giudiziaria – che il suo legale ha convocato.

Le esche di Graviano

Nel frattempo però Graviano rimane Graviano e continua a mandare messaggi. A dire e non dire. Ad accennare quello che sa e di cui – lascia credere- se volesse potrebbe parlare.

Ricorda che sul piatto c’è l’affare milionario – di cui già nelle scorse udienze ha parlato – che, suo nonno prima e lui e il cugino Salvatore Graviano dopo, hanno messo in piedi con Silvio Berlusconi, con tanto di scrittura privata che lo proverebbe. Quello che avrebbe portato i soldi della mafia siciliana nelle fondamenta di «Fininvest, Milano 3, tutto».

Messaggi/minacce di nuovi silenzi?


Ma oggi, quando la presidente lo sollecita a fornire dettagli sul perché quell’accordo non sia mai divenuto ufficiale come a suo dire sollecitato da Graviano, nelle parole del boss il leader di Forza Italia diventa «quello che doveva dare lo “sta bene” e che aveva tutto il capitale diceva: “un attimo, sto sistemando la mia situazione e facciamo tutto”». Un modo per segnalare che potrebbe iniziare una nuova stagione di reticenza e di avere il boccino in mano? Forse.

I misteri della latitanza

E forse non a caso indugia sulla sua lunga latitanza dorata, spesa fra Milano, Omegna e la Sardegna, veglioni di san Silvestro con i ballerini latinoamericani che presentavano all’Italia la Lambada, spiagge e movida di Villa Simius e Porto Cervo, carnevali a Venezia e gite allo zoo Safari, mentre negli anni palermitani gli toccava nascondersi nelle proprietà di famiglia a Bagheria. Un modo per dire che al Nord qualcuno garantiva per la sua sicurezza? Magari sì, magari no. E quali sono i misteriosi affari milanesi che – sostiene – avrebbe gestito in quegli anni? E i professionisti che gli hanno consentito di vendere le proprietà ereditate dal padre durante latitanza e detenzione, «fino al 97 – spiega - quando ero già detenuto»?

Fine dei giochi?

Forse lo spiegherà quando finalmente si sottoporrà all’esame sulle conversazioni intercettate, di certo non potrà più rimandare ai «ai prossimi interrogatori» come fatto nelle ultime udienze. E sugli accenni, i continui messaggi che non ha perso occasione di lanciare, qualcosa dovrà dire. Pena, dichiarare il bluff.

Giornalista
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