«Mio padre, prima vittima calabrese del Covid»: la memoria di una tragedia che non è finita

Il ricordo struggente della ragazza vibonese che ha perso il suo papà Antonio Silipo nel giorno dedicato alla memoria delle vittime del Coronavirus,

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di Cristina Iannuzzi
18 marzo 2021
18:57
Antonio Silipo e i suoi figli
Antonio Silipo e i suoi figli

Un anno fa le immagini dei camion dell’esercito carichi di morti. Momenti drammatici documentati  a Bergamo e divenuti il riflesso della pandemia che ha fermato il mondo. Oggi, a un anno esatto, nel giorno della memoria delle vittime del Covid, abbiamo incontrato Paola Silipo, la figlia della prima vittima calabrese. Suo padre Antonio era un noto architetto di Vibo Valentia, aveva 60 anni. Era partito in Trentino, insieme alla famiglia, per una settimana bianca, erano i giorni in cui si sentiva parlare per la prima volta del virus, ma non se ne conosceva la gravità, sembrava così lontano da non far paura. Ricorda bene quei giorni drammatici. Quei sorrisi bruscamente interrotti dalla febbre che sale e dal respiro che si fa sempre più corto. Tutta la famiglia è stata contagiata da quel maledetto virus che in un paio di settimane si porta via il papà: la sua roccia, il suo punto di riferimento, il suo tutto. «Sono rimasta orfana di padre a 22 anni».

«Ho perso il mio tutto»

L’ultimo ricordo del padre risale alla sera del 19 marzo quando decise di chiamare l’ambulanza che lo avrebbe portato al Pugliese di Catanzaro. «Lo aiutai a indossare la tuta. Ci tranquillizzò». Lo avrebbero curato e sarebbe tornato. E invece no. La mattina del 4 aprile alle 7.20 la telefonata che mai avrebbe voluto ricevere e che ha mandato in frantumi la sua famiglia: «Papà se n’era andato per sempre». Quella sera stessa gli furono consegnati gli effetti personali del papà: il cellulare, l’orologio e la fede. Nessuno dei suoi cari ha potuto accompagnarlo per l’ultimo viaggio. Erano tutti positivi al virus.


Il lutto in solitudine

Per un mese, Paola, suo fratello e la mamma rimangono barricati in casa nella disperazione e nella solitudine. Una tragedia che stanno vivendo troppe famiglie, spesso nell’indifferenza di chi non si pone troppo problemi: «Se ancora oggi siamo a questo punto è perché non c’è ancora piena consapevolezza di quanto il virus possa far male – dice Paola –. Nessun distanziamento, le mascherine appese al collo. Per non parlare delle feste e degli assembramenti a cui molti non vogliono rinunciare. È possibile che molti non capiscano che i nostri comportamenti sono l’unico freno a questa pandemia?».

Giornalista
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