Moti di Reggio, il pentito: «Patto fra ‘ndrine e servizi, Romeo dava ordini alla polizia»

Gotha, Fiume in aula: «L’avvocato sembrava un commissario e gli agenti chiedevano: “attacchiamo?”». I rapporti fra i De Stefano e la politica e l’appello ai giovani: «La ‘ndrangheta non è la soluzione, vi prende tutto»

 

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di Consolato Minniti
19 luglio 2019
07:28
Pentito
Pentito

«Rodolfo Dattola ci disse che, durante i moti di Reggio, Paolo Romeo andava vestito in giacca e cravatta, sembrava un commissario di polizia, tanto che le forze dell’ordine gli dicevano: “Commissario, che dobbiamo fare, attacchiamo?”. A queste parole, Giuseppe De Stefano impallidì come poche volte l’avevo visto in vita mia». Protetto da un paravento e col suo solito eloquio sin troppo veloce, il collaboratore di giustizia Nino Fiume probabilmente ignora che, a pochi metri di distanza, c’è proprio lui, Paolo Romeo, ad ascoltarlo. L’avvocato, imputato nel processo Gotha, rimane impassibile. E di cose da dire, Nino Fiume, ne ha parecchie nella giornata di ieri.

Il memoriale di 11 anni fa

In primis, il collaboratore legge in aula un memoriale scritto nel 2008 per spiegare le ragioni della sua collaborazione. È un vero sfogo: «Il mio lavoro, quanto mi manca il mio lavoro. Quante umiliazioni. Ti dicono: “Sei sempre con quei vestiti”. Tutto ciò mi danneggiava moralmente, perché quelle parole erano pronunciate da persone che vivevano alle spalle di altri. C’è chi non denuncia per paura e non per omertà. Poi c’è chi deve fare i conti con il livello più alto, con la complicità di banche strozzine, notai e avvocati». Il pentito punta dritto sulla capacità della ‘ndrangheta di risolvere problemi: «Basta una telefonata per risolvere tutto e assicurarsi un futuro. Ma quel futuro ha un prezzo da pagare, quella persona non potrà più sganciarsi da quella gente». Secondo Fiume «alcuni giovani pensano che frequentare ‘ndranghetisti sia la soluzione. Ma questo mondo ti prende tutto e non puoi più tornare indietro». Si commuove, Fiume, quando pensa alla sua famiglia ed alle persone che ha conosciuto.

I De Stefano e la politica

Poi viene riportato agli argomenti del processo dal procuratore aggiunto, Giuseppe Lombardo. Il collaboratore di giustizia parla innanzitutto di politica e di quell’occasione in cui l’avvocato Giorgio De Stefano si candidò al Comune ma poi fu costretto al passo indietro perché si diceva che i consensi li avesse avuti tramite il cugino Paolo. «Ha fatto politica dietro le quinte perché conosceva un po’ tutti». Ma è parlando di Giuseppe De Stefano, suo ex cognato, che Fiume tira fuori una massima molto cara all’ex capocrimine di Reggio Calabria: «La politica si fa di nascosto. Quando si fa politica, si lasciano i fac simile di altri in casa per disorientare, poi l’ultima settimana si manda a dire a tutti come bisogna votare». Parlando dell’ex governatore Scopelliti, invece, Fiume ricorda come i De Stefano lo avessero puntato da tempo, sin da quando era al Fronte della Gioventù. «Lo chiamavano presidente quando ancora non lo era. Io gli ho portato molti consenti, ma ad un certo punto non potevo più frequentare i politici. Tutti sapevano che Scopelliti era ambizioso».

La croce di Paolo Romeo

Per quanto concerne, invece, l’avvocato Paolo Romeo, secondo Fiume, questi si portava dietro una croce grossissima: «Avevo una certa stima in lui, secondo me avrebbe potuto fare il sindaco. Ma non ho mai capito se siano stati i De Stefano a cercare lui o al contrario, per appoggiare il terrorista Freda. So che Romeo ha litigato con determinate persone degli apparati deviati per questi fatti». Poi arriva il racconto di un episodio specifico: «Siccome Giuseppe De Stefano pensava che tramassimo, politicamente, alle sue spalle, organizzammo una partita a poker a casa sua ad Archi. C’era anche Rodolfo Dattola, detto Rudy, ed un certo Zizza. Ad un certo punto Dattola dice una frase che fa diventare pallido De Stefano: «Durante i moti di Reggio, tutti pensavano che Romeo fosse un commissario di polizia, perché andava vestito in giacca e cravatta e stava con le forze dell’ordine. Lui diceva “attaccate” o “tornate indietro”. Giuseppe De Stefano impallidì quando si fece riferimento all’avvocato Romeo. Mi disse che non voleva che portassi quella gente a casa sua, pensava che facessero parte dei servizi segreti. Posso dire che poche volte l’ho visto impallidire in quel modo».

L’amicizia con il maresciallo Spanò

Il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo chiede direttamente dei suoi rapporti con il maresciallo dei carabinieri Francesco Spanò, deceduto qualche tempo fa ed appartenente ai servizi di sicurezza. «Mi chiese sostegno elettorale per Nino Foti e per Antonio Franco. Fece riferimento agli amici, intesi come appartenenti alla ‘ndrangheta. Ricordo che, durante un incontro politico a cui erano presenti Loiero, Gasparri e Tassone, mi avvicinò e mi disse se potevo dare una mano ad Antonio Franco». Il pm chiede: «Ma Spanò la collegava ad ambienti di ‘ndrangheta?». La risposta è eloquente: «Sì, lui mi conosceva bene». L’interrogativo di fondo è: «Perché un maresciallo dei servizi segreti aveva questi rapporti?». Fiume parte dalla storia del poligono di tiro di Pentimele, già affrontato nell’udienza precedente per spiegare le ragioni di quei rapporti, che però alla fine non riesce a chiarire a pieno, se non dicendo che i servizi di sicurezza avevano rapporti con la ‘ndrangheta. In compenso fa riferimento addirittura ad una “polizia parallela” che sarebbe stata costituita da un colonnello che frequentava il poligono. «C’erano delle persone dei servizi che venivano a sparare e poi andavano via». Cita Riccardo Partinico, definendolo come un “rambo” che andava a caccia e voleva addestrare alcune persone al poligono.

Servizi e ‘ndrine

Un episodio su tutti serve a capire il rapporto fra servizi di sicurezza e ‘ndrangheta. Accade alla discoteca Marajà «nel periodo in cui sparavano ai carabinieri, negli anni 1993 e 1994. Giuseppe De Stefano fu avvicinato da un carabiniere dei servizi e parlarono per lungo tempo». Ma a cosa erano finalizzati quei rapporti? «Sono i servizi e la massoneria che hanno l’Italia in mano. Prendono i cretini, li sfruttano e gli fanno fare le cose a loro insaputa. So che avevano in mente di uccidere spacciatori e gay».

Sui moti di Reggio è più esplicito: «Seppi che c’era un accordo fra servizi e ‘ndrangheta e le persone che organizzavano i Moti. Si faceva entrare la ‘ndrangheta e ci si proteggeva fra loro, a patto che non si commettessero crimini contro le istituzioni. Queste cose furono ragionate a Roma in una villa con Paolo De Stefano e Delle Chiaie».

 

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