«Io so dove bussare, ho mille amicizie». Le intercettazioni del consigliere arrestato

VIDEO | Così parlava Giuseppe Caruso, presidente del consiglio comunale di Piacenza, esponente di Fratelli d'Italia, arrestato nell'operazione Grimilde scattata in Emilia coordinata dalla Dda di Bologna che ha portato a 16 arresti

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di Redazione
25 giugno 2019
12:25

«Perché io ho mille amicizie, da tutte le parti, bancari... oleifici... industriali, tutto quello che vuoi... quindi io so dove bussare... quindi se tu mi tieni esterno ti dà vantaggio, se tu mi immischi... dopo che mi hai immischiato e mi hai bruciato... è finita». Lo diceva a un altro indagato, secondo un'intercettazione dell'8 settembre 2015 agli atti dell'inchiesta Grimilde, Giuseppe Caruso, presidente del consiglio comunale di Piacenza, esponente di Fratelli d'Italia (Fdi), arrestato nell'operazione della Dda di Bologna contro sodalizio 'ndranghetistico operante in Emilia, storicamente legato alla famiglia mafiosa dei Grande Aracri di Cutro.

 

Nel dialogo intercettato Caruso, che secondo il Gip ha un ruolo 'non secondario nella consorteria', spiegava a Giuseppe Strangio che, in relazione alla funzione che all'epoca rivestiva all'ufficio delle Dogane di Piacenza, avrebbe dovuto cercare di mantenere un certo distacco da Salvatore (per gli inquirenti Salvatore Grande Aracri) perchè questi, come il padre Francesco, era controllato dalle forze dell'ordine. Sarebbe quindi stato più utile per la consorteria, ricapitola il Gip, che Caruso non apparisse all'esterno come un associato, «al fine di poter agire nell'interesse del sodalizio con più efficacia».

«Ultimamente - si legge nella conversazione di Caruso, intercettata - Salvatore stesso (sottinteso: mi dice) «stai a casa, lasciami stare, vediamoci poco'. Perche'? Perche' e' giusto che sia cosi'... nel senso che io dal di fuori se ti posso dare una mano te la do, compa', perchè  al di fuori mi posso muovere... guardo, dico, se c'è un problema, dico: 'stai attento'. Altrimenti, dopo che si viene 'bruciati', 'la gente ti chiude le porte, la gente mi chiude le porte... che vuoi da me... se tu sei bruciato non ti vuole... hai capito quello e' il problema... quindi allora se tu ci sai stare e' cosi'... loro invece a tutti i cani e i porci e' andato a dire che io riuscivo... che a Piacenza io riuscivo a fare i libretti, le cose'.

 

«Io con Salvatore gli parlo chiaro, gli dico... Salvatò, non la dobbiamo affogare sta azienda, dobbiamo cercare di pigliare la minna e succhiare o no?». Così si esprimeva ancora Giuseppe Caruso mentre parlava con il fratello Albino, anche lui arrestato. Secondo il Gip Alberto Ziroldi, che ha per lui disposto la custodia cautelare in carcere per associazione mafiosa, Caruso con quelle parole stava «illustrando in modo assolutamente genuino quale fosse il reale intento e scopo dell'organizzazione criminale nell'aiutare la società Riso Roncaia Spa». In un altro passaggio dell'ordinanza, il giudice sottolinea come i fratelli Caruso abbiano fornito «in più occasioni la confessione stragiudiziale della loro appartenenza al sodalizio criminoso, comportandosi di conseguenza».

Caruso venne eletto nel 2017 nel consiglio comunale. La conversazione risale, dunque, a un periodo precedente.

La "provincia" di 'ndrangheta in Emilia

Aveva creato una 'provincia' di 'ndrangheta e trattava alla pari con i mammasantissima di San Luca dai quali agli inizi degli anni Duemila aveva ottenuto il riconoscimento di 'crimine'. Un disegno molto ambizioso quello di Nicolino Grande Aracri, che da boss dell'omonimo clan familiare calabrese aveva ormai esteso il suo predominio in gran parte del nord Italia ma anche in Germania imponendolo con la forza intimidatrice tipica delle organizzazioni mafiose, come testimoniano le indagini poi sfociate in altrettanti processi che hanno certificato la presenza della sua organizzazione in Emilia Romagna, Lombardia, Veneto, Liguria. 

Chi è Nicolino Grande Aracri

L'ascesa di Nicolino Grande Aracri inizia nei primi anni '80 quando si stacca dall'allora capo indiscusso della cosca di Cutro, Antonio Dragone, del quale era il luogotenente, e si mette in proprio guidando il clan familiare del quale fanno parte i suoi fratelli. Con Dragone inizia una guerra di mafia che si concluderà nel maggio 2004 quando il vecchio boss viene assassinato in un agguato alla periferia del paese. Per quel delitto, ma anche per un'altra sfilza di reati, Grande Aracri viene condannato all'ergastolo con sentenza confermata dalla Cassazione in via definitiva proprio nei giorni scorsi. Una pena che, peraltro, va a sommarsi alle altre che sono state inflitte in questi anni all'ormai sessantenne boss cutrese, in processi come quello denominato Aemilia, diventato ormai la pietra miliare delle indagini sulla 'ndrangheta nel Nord Italia, quello gemello denominato Kiterion e l'altro chiamato Pesci sulle infiltrazioni della cosca calabrese nel bresciano, a Montova e Cremona. 
Malgrado sia detenuto ininterrottamente dal 2013, in regime di 41 bis nel carcere milanese di Opera, Nicolino Grande Aracri a detta degli inquirenti ha continuato a gestire i suoi traffici anche dietro le sbarre. Per la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro si tratta di un personaggio ancora pericoloso, nonostante dal 1992 in poi abbia subito “non trascurabili periodi di detenzione (negli anni 1997, 1998, sino a metà 1999 e dal dicembre 2000 sino all’aprile 2011 e quindi dal 2013 in poi) non ha mai cessato di esercitare il ruolo di capo indiscusso della omonima cosca".

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