Operazione 'Rheinbrücke': 'ndrangheta capace di duplicare all’estero la propria struttura' VIDEO

Lo ha spiegato il comandante povinciale dei carabinieri Lorenzo Falferi nel corso della conferenza stampa. Gratteri:'è stata una indagine più complessa e laboriosa delle altre'

di Redazione
7 luglio 2015
15:54

"Questa indagine è stata più complessa e laboriosa delle precedenti - ha dichiarato il procuratore aggiunto Nicola Gratteri nel corso della conferenza stampa dell'operazione "Rheinbrücke" che ha portato all'arresto di dieci persone, tutte ritenute appartenenti ai locali di 'ndrangheta di "Rielasingen, in Germania, e Fabrizia nel vibonese. "E' stata complessa - ha continuato Gratteri - perché noi procediamo per 416 bis, un reato che in Europa non è riconosciuto, dunque abbiamo avuto non poche difficoltà a convincere la magistratura tedesca e la Bka (polizia investigativa) della necessità di approfondire gli elementi che noi avevamo tratto dalle conversazioni registrate in un Bocce Club in Svizzera. Abbiamo legato così l'indagine ad un reato transnazionale consumato in Italia, a San Luca e Fabrizia, con le articolazioni diffuse in Germania e in Svizzera. Quando gli affiliati all’organizzazione si spostavano dalla Germania a Rosarno ed a Fabrizia, si confrontavano sempre con Domenico Oppedisano, il capo crimine della provincia. E’ a lui che dovevano fare riferimento ed era lui che doveva accettare o meno l’apertura o la chiusura di nuovi locali all’estero".

 


Le indagini, avviate nel gennaio del 2012, sono la prosecuzione dell'operazione denominata "Helvetia" sulla presenza di alcuni esponenti della 'ndrangheta in Svizzera.

 

"Abbiamo avuto la dimostrazione - ha spiegato il comandante provinciale di Reggio Calabria dei carabinieri, colonnello Lorenzo Falferi - della capacità della 'ndrangheta di trasferire e duplicare all’estero la propria struttura, fortemente legata al territorio di origine, in particolare con le 'società' di Rosarno e San Luca, in provincia di Reggio, e di Fabrizia, in provincia di Vibo Valentia".

 

"Nonostante questa indagine dimostri come la 'ndrangheta sia ormai presente a livello internazionale, all'estero non c'è ancora consapevolezza sulla necessità di portare il contrasto oltre i confini italiani, ha aggiunto il procuratore capo della Dda di Reggio, Federico Cafiero De Raho"

 

"C'è dunque un Crimine che è il centro di comando e sta a Reggio Calabria, che si relaziona con articolazioni all'estero che hanno autonomia decisionale limitata ai propri ambiti territoriali, ha spiegato Salvatore Dolce, nominato sostituto procuratore di collegamento fra gli uffici calabresi e la Dna".

 

Sia il procuratore capo Cafiero de Raho che l'aggiunto Gratteri sottolineano che la vera notizia, forse, è che l'operazione Rheinebrucke sia andata in porto nonostante le lacune legislative europee. Se da un lato sia la polizia federale che quella locale hanno collaborato al duro colpo inferto oggi alle locali di ndrangheta tedesche, dall'altro le difficoltà nell'ottenere le rogatorie, il problema delle intercettazioni ambientali, l'assenza di un reato di associazione a delinquere hanno pesato sulla velocità dell'indagine. Un'indagine che certifica, ancora una volta, come le locali di ndrangheta si riproducano come cellule dello stesso organismo, un organismo che ha il cuore e il cervello in provincia di Reggio. Le indagini che hanno condotto gli investigatori ai 10 arresti di oggi, infatti, prendono le mosse dai contatti che Bruno Nesci, capo locale di Singen condannato dalla corte d'appello di Reggio nel 2014, aveva con il capocrimine rosarnese Domenico Oppedisano. Nei colloqui intercettati nel 2008, Nesci chiede proprio ad Oppedisano chiarimenti circa il conferimento di un “fiore”, ossia di una carica, verso un sodale, conferimento per il quale non era stato interpellato. Le successive investigazioni come “Santa” e “Capodue” chiariranno che le locali tedesche e svizzere avevano una serie di contrasti tra di loro. Contrasti sempre risolti dalla Calabria con l'aiuto della “mamma”.

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