Più forti della ‘ndrangheta: «Vi racconto come si trova il coraggio di dire no e denunciare»

Un imprenditore cosentino, Sandro Pezzi, ripercorre la vicenda che lo ha coinvolto quando era il titolare di un noto ristorante. La paura, la certezza che verranno a chiedere il pizzo, la volontà di non cedere e di andare subito in questura. Nel processo si è costituito parte civile e ora che la Cassazione ha confermato le condanne per il clan Rango-Zingari affida ai social la sua esperienza. Non manca una nota polemica nei confronti dell’associazione anti-racket che lo ha affiancato: «Poco incisivi»

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di Redazione
26 aprile 2019
11:51

Come si vive e si lavora onestamente in Calabria, sapendo che la ‘ndrangheta verrà a bussare alla tua porta? È una domanda alla quale migliaia di imprenditori, commercianti e professionisti potrebbero rispondere perché vivono sulla propria pelle la pressione quotidiana di una criminalità senza scrupoli, pronta ad esigere quello che ritiene le spetti. Altrimenti sono guai. Una domanda che il più delle volte ha risposte sussurrate nell’angoscia delle proprie famiglie, ma non nel caso di Sandro Pezzi, imprenditore cosentino vittima del racket, che ha deciso di raccontare la sua storia di resistenza su Facebook, accogliendo come il suo personale 25 aprile la sentenza della Corte di Cassazione, che condanna definitivamente il clan Rango-Zingari.

 

La sua storia

«Una mattina come tante - scrive Pezzi nel lungo post -, 2 proiettili di fucile davanti al Primadì, di cui ero titolare (la proprietà nel frattempo è cambiata, ndr). Io e Michela pensiamo “Sono arrivati”, in fondo ce lo aspettavamo. Il commercio al Sud è doloroso, devi pagare la tangente o devi assumere il parente del boss, devi pagare il boss per avere lo stand in fiera (dal lungofiume alla villa vecchia), devi pagare offrendo da bere al boss, devi pagare per tenere sotto controllo il tuo locale con discutibili agenzie sempre del boss, devi pagare, addirittura, se vuoi vendere del pesce fresco del boss.
Noi non abbiamo pagato. Dopo meno di un'ora abbiamo denunciato l'accaduto.
In questura ci hanno chiesto meravigliati se gli estorsori fossero già venuti a richiedere il pizzo perché normalmente funziona così. Ti chiedono il pizzo, tu paghi e sei salvo, se non paghi subisci le intimidazioni fino a decidere di chiudere o addirittura di suicidarti.
Per noi no, è stato esattamente il contrario. Era un semplice avvertimento. Era “stiamo arrivando, ora a te la scelta”. È un po’ come dire, decidi tu cosa fare. La normalità a Cosenza è questa, scegli semplicemente la modalità di pagamento.
Passano i mesi e pensiamo solo a quello, davanti agli occhi degli amici del bar che ci vedono evidentemente turbati. Ma noi da bravi commercianti, sorridiamo davanti, piangiamo dentro.
Passano i mesi, lentamente. Tuttavia, ci facciamo trasportare dagli eventi belli del Primadì e dall'allegria travolgente dei nostri clienti.
Dopo 6 mesi di nuovo il buio. Era un lunedì allegro, come tanti, al Primadì l'aperitivo, al retrobottega il torneo di burraco.
Arriva un tale Domenico Cafiero, per conto di Adolfo Foggetti, a chiederci 1800 euro da consegnare di lì a 2 giorni. La stessa somma l'avremmo dovuta pagare per ogni festività, pasqua ferragosto e natale. Una somma ragionevole, a detta di molti, considerato il successo del locale.
Noi non abbiamo pagato. Si trattava, per noi, di un meccanismo perverso, di una somma illogica, insensata e inammissibile. Abbiamo deciso di proseguire per la nostra strada, di ribellarci a questo sistema meschino, pur consapevoli che saremmo stati soli e impauriti.
Così abbiamo deciso di denunciare. Difatti, la sera stessa abbiamo avvertito la polizia e l’indomani ci siamo recati in questura per denunciare i fatti e abbiamo consegnato i video - sorveglianza della nostra attività.
La vicenda è stata raccontata, con alcune discrasie, da Adolfo Foggetti, nelle sue dichiarazioni da pentito: «Secondo i miei propositi, il Primadì avrebbe dovuto pagare 1.500 euro a festività. Cafiero si è recato al locale, due volte, a nome mio, la prima volta ha parlato con un lavoratore, la seconda col proprietario. Quest’ultimo ha detto di non avere intenzione di pagare e si è rivolto a X X chiedendogli se era vero che Luca Cafiero fosse un mio uomo. X X, per quanto mi ha immediatamente detto, gli ha riferito che Luca Cafiero non aveva nessun rapporto con me. Da quanto riferitomi da XX ho capito che il proprietario del Primadì non solo non era disponibile a pagare, ma era possibile ci denunciasse in quanto non aveva fatto quello che di solito fanno coloro i quali subiscono l’estorsione, cioè non aveva chiesto un contatto con la criminalità organizzata. Proprio sulla scorta di questa deduzione, ho detto a Luca Cafiero di non insistere nella pretesa estorsiva».
L’ufficio fa presente che il proprietario del Primadì ha denunciato di aver rinvenuto davanti la saracinesca dell’entrata del proprio locale due cartucce di fucile. Foggetti risponde: «Prima di incaricare Luca Cafiero di parlare con il proprietario del Primadì, avevo dato ordine a Domenico Mignolo di piazzare una bottiglia piena di liquido infiammabile davanti al Primadì. Evidentemente lo stesso Mignolo ha utilizzato le cartucce con finalità intimidatoria».
In realtà noi non abbiamo chiesto alcunché a XX, in quanto, la sera stessa dello spiacevole episodio, avevamo già avvertito i poliziotti con i quali eravamo in contatto dopo la minaccia dei proiettili.
Iniziano per noi dei mesi interminabili. Conoscendo in parte la storia del clan e la sua elevata ramificazione, attraversiamo giorni angoscianti e attimi di paura, che si accentuano, paradossalmente, nella notte degli arresti. Poi il processo di primo grado, poi il processo in Corte d’Appello e infine, oggi, il giudizio della Cassazione che ha confermato le condanne».

 

L'addio all'associazione antiracket

Infine, Pezzi sottolinea di essersi costituito parte civile nel processo insieme alla associazione antiracket Lucio Ferrami «che abbiamo visto nascere e della quale abbiamo fatto parte fino a qualche mese fa». Un allontanamento, spiega, dettato dalla convinzione che l’associazione non abbia fatto abbastanza per sollecitare gli imprenditori taglieggiati a denunciare e per promuovere nuove adesioni.
«Ho sempre sostenuto, e continuo a sostenere, l’importanza dell’associazionismo – conclude -. L’associazione antiracket di Cosenza nasceva quale strumento di risveglio delle coscienze dei cittadini e dei tanti imprenditori che, presumibilmente, nel silenzio e nella paura, decidono di non denunciare. L’associazionismo in questo settore dovrebbe, infatti, avere un richiamo forte e decisivo. Purtroppo, con dispiacere, constato come tale richiamo non sia stato affatto intrapreso».

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