'Ndrangheta, l'operatività del clan Lo Bianco-Barba a Vibo nella sentenza Rinascita-Scott

Condanne per oltre 650 anni di carcere. Supera il vaglio del giudice di primo grado l’inchiesta della Dda di Catanzaro

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di Giuseppe Baglivo
8 novembre 2021
09:50

Rinascita Scott taglia il primo traguardo con la sentenza che ha registrato ben 70 condanne al termine del processo celebrato con rito abbreviato. L’inchiesta, avviata nel 2014 e sfociata nel maxiblitz del 19 dicembre 2019, supera dunque il vaglio del giudice di primo grado che ha infatti confermato la validità dell’impianto accusatorio e delle investigazioni arrivando per alcuni imputati a decidere condanne che superano anche le stesse richieste della pubblica accusa rappresentata dalla Dda di Catanzaro con in testa il procuratore Nicola Gratteri e con accanto i tre pm che hanno sostenuto l’accusa in aula: i sostituti procuratori Antonio De Bernardo, Annamaria Frustaci e Andrea Mancuso. Da non dimenticare, inoltre, che parte del lavoro investigativo era stato avviato, seguito e portato a compimento anche dall’attuale procuratore di Vibo Valentia Camillo Falvo, all’epoca pm della Dda di Catanzaro.

Una sentenza importante, quindi, che andiamo ad analizzare partendo dai capi di imputazione e dalle condanne comminate che, complessivamente, superano i 650 anni di reclusione.


La 'ndrangheta a Vibo

Dal dispositivo del gup distrettuale, Claudio Paris, abbiamo una prima certezza: a Vibo Valentia città è stato operativo (almeno sino al giorno dell’operazione Rinascita Scott) un vero e proprio “locale” di ‘ndrangheta. La Dda lo struttura in tre ‘ndrine e per due di queste – quella dei Lo Bianco-Barba e quella dei Camillò-Pardea-Macrì – il giudice ne conferma la piena esistenza. Per una terza presunta ‘ndrina, quella dei Pugliese, detti “Cassarola”, bisognerà invece attendere la sentenza del troncone del maxiprocesso Rinascita Scott che si sta celebrando con rito ordinario, posto che tutti gli imputati accusati di farne parte in tale caso hanno scelto il rito ordinario.

Rinascita-Scott, la sentenza in abbreviato

Innanzitutto la sentenza in abbreviato di Rinascita Scott condanna due imputati che erano rimasti coinvolti anche nell’operazione “Nuova Alba” contro il clan Lo Bianco – scattata nel febbraio del 2007 – ma che in appello il 3 maggio del 2010 avevano incassato l’assoluzione: Raffaele Giuseppe Barba, 53 anni, detto “Pino Presa”, e Nazzareno Franzè, 59 anni, detto “Paposcia”. Entrambi sono stati condannati a 12 anni di reclusione ciascuno per il reato di associazione mafiosa quali componenti attivi della ‘ndrina Lo Bianco-Barba avente competenza criminale (estorsioni ed usura) sull’area del centro storico e zone limitrofe. Stessa pena – 12 anni – è stata inflitta anche a Salvatore Tulosai, di 62 anni, della cui figura aveva parlato nell’inchiesta “Nuova Alba” il collaboratore di giustizia crotonese, Antonio Sestito, pur non figurando il Tulosai fra gli imputati di “Nuova Alba”. Ai tre – Pino Barba, Nazzareno Franzè e Salvatore Tulosai – veniva contestato di essere “pienamente inseriti nelle dinamiche associative, avendo ottenuto nel tempo doti e cariche ‘ndranghetistiche, partecipando alle riunioni aventi ad oggetto la rivisitazione dei ruoli e la riorganizzazione interna degli assetti criminali”.

Secondo le risultanze investigative dell’operazione Rinascita Scott, inoltre, Salvatore Tulosai avrebbe affiliato alla ‘ndrangheta diversi soggetti fra i quali l’attuale super latitante Salvatore Morelli, 37 anni, alias “L’Americano”, in seguito divenuto fra i fedelissimi di Andrea Mantella per poi sostituirlo al vertice del gruppo dopo l’avvio della collaborazione con la giustizia di quest’ultimo. Ad accusare Tulosai, che sarebbe stato dedito pure all’usura ed alle estorsioni, in particolare i collaboratori Mantella e Bartolomeo Arena.

Chi invece era stato condannato nell’operazione “Nuova Alba” – 4 anni ed 8 mesi la pena – è Carmelo D’Andrea, 63 anni, detto “Coscia d’Agneju”. Scontata la pena sarebbe ritornato a delinquere nella medesima organizzazione criminale: il clan Lo Bianco-Barba ma questa volta a capo di un proprio gruppo, pur sempre però all’interno del “locale” di ‘ndrangheta di Vibo Valentia. Questa volta per lui la condanna è di 13 anni e 6 mesi, mentre il figlio Giovanni D’Andrea è stato condannato a 12 anni e 8 mesi quale partecipe dell’associazione e del gruppo capeggiato dal padre, risultato in contrapposizione con la ‘ndrina dei Pardea.

Giovanni D’Andrea era accusato di aver mantenuto compiti esecutivi consistenti nell’esecuzione di azioni delittuose ed intimidazioni in favore della propria consorteria. Per lui anche l’accusa di usura. Quattro anni e quattro mesi la condanna invece per Pasquale D’Andrea, 32 anni (cugino di Giovanni D’Andrea). Anche per lui regge l’accusa di usura (assolto invece dall’associazione mafiosa), unitamente al cugino Gaetano Cannatà (collaboratore di giustizia) che è stato condannato a 3 anni e 8 mesi.

Condannato poi a 14 anni di carcere Sergio Gentile, 42 anni, detto “Toba” (in foto). Già appartenente ad un gruppo familiare a se stante, sarebbe stato in seguito assorbito nella ‘ndrina dei Lo Bianco-Barba occupandosi – secondo l’accusa – di  attività estorsive. Oltre che del reato di associazione mafiosa, era accusato anche di una tentata estorsione in concorso con il fratello Emilio Gentile, il cognato Antonio Profeta, Domenico Lo Bianco e Antonio Iannello (tutti sotto processo con l’ordinario).
Sergio Gentile in precedenza era stato condannato anche per omicidio, pena che aveva scontato ritornando libero dopo circa 11 anni.

Leoluca Lo Bianco nel racconto di Arena

Dodici anni di reclusione per associazione mafiosa è invece la condanna per Leoluca Lo Bianco, 62 anni, alias “U Rozzu” (in foto). Aveva già scontato altra condanna a 4 anni e 8 mesi per associazione mafiosa nell’operazione “Nuova Alba”. Con Rinascita Scott è stato collocato ai vertici della ‘ndrina Lo Bianco-Barba.

Illuminante il ritratto che ne ha fatto il collaboratore di giustizia, Bartolomeo Arena: “Si tratta della persona più falsa ed infida di tutta la ‘ndrangheta di Vibo Valentia, ma è anche l’unico dei Lo Bianco che ha il coraggio di affrontare gli altri ‘ndranghetisti, eventualmente andando allo scontro, così come il cugino Salvatore Lo Bianco, detto “U Gniccu”. Leoluca Lo Bianco – ha riferito ancora Bartolomeo Arena – appartiene alla ‘ndrangheta con una dote sicuramente maggiore alla mia. Questo lo dico perché quando io avevo la Santa, mi veniva indicato dagli altri appartenenti alla ‘ndrangheta come “mastro” per indicare che sicuramente aveva una dote più alta della mia, quindi all’epoca, almeno il Vangelo. Inoltre, Carmelo D’Andrea mi disse nel 2012 -2013 che il “Rozzo” aveva la dote del Trequartino, ma ora non so se gli hanno dato delle doti superiori. E’ compare dei Mesiano di Mileto e dei Camillò di Vibo.

Quando formammo nel 2012 il locale di ‘ndrangheta unico con i Lo Bianco- Barba, lui da subito ne fece parte ed è stato il primo “mastro di buon ordine”, ma successivamente si è distaccato perché aveva capito che il suo comportamento non era gradito alla maggior parte dei sodali. Leoluca Lo Bianco aveva infatti tentato di accoltellare Pino Presa (Raffaele Barba) e poi anche Francesco Carnovale, genero di suo zio Carmelo Lo Bianco detto Sicarro, per cui preferì allontanarsi spontaneamente per non essere distaccato dalla Società, per poi rientrare dopo qualche mese.
Si tratta di una persona falsa ed infida poiché – ha dichiarato Bartolomeo Arena – seppur collocato con i Lo Bianco-Barba all’interno del Locale di Vibo, mantiene amicizie e rapporti sotterranei con Salvatore Morelli, detto L’Americano, che tra l’altro è suo nipote. È stato Morelli ad intercedere tra suo zio Leoluca Lo Bianco e Mommo Macrì quando il rapporto tra i due stava per trascendere alle vie di fatto. So anche che il “Rozzo” spesso si reca dal boss Diego Mancuso al quale riporta ogni novità che avviene a Vibo. Questo fatto me l’ha riferito Leonardo Manco perché si è reso direttamente conto della cosa”.

Associazione mafiosa era anche il reato contestato a Nicola Lo Bianco, 49 anni, fratello di Leoluca (in foto). Di lui ha parlato a lungo il collaboratore Andrea Mantella e dalle intercettazioni emerge che Nicola Lo Bianco interviene per regolamentare il prezzo del pane in vendita a Vibo “anche nei supermercati, al fine di non creare svantaggi, derivanti dalla concorrenza lecita, a quei commercianti che lo proponevano in vendita a un prezzo più alto”. Nicola Lo Bianco è stato condannato a 10 anni e 8 mesi, così come il cugino Salvatore Lo Bianco, 49 anni, detto “U Gniccu”, attualmente accusato anche in altro procedimento penale di essere stato l’esecutore materiale dell’omicidio del geologo Filippo Piccione, ucciso il 21 febbraio 1993 in pieno centro a Vibo Valentia.
Dieci anni ed otto mesi la condanna pure per Domenico Prestia, 51 anni, ritenuto elemento attivo del clan Lo Bianco tanto da partecipare alle riunioni della ‘ndrina. L’unico assolto, accusato di appartenere al clan Lo Bianco è stato Giuseppe Lo Bianco, 49 anni, detto “Peppe da Cina” (con precedenti per rapina), nei cui confronti la pubblica accusa aveva chiesto 3 anni. Era difeso dall’avvocato Walter Franzè.

Dodici anni di reclusione – così come chiesto dall’accusa – la condanna nei confronti di Paolo Carchedi, 58 anni. Anche lui è stato ritenuto colpevole del reato di associazione mafiosa per aver fatto parte del clan Lo Bianco-Barba. Era già stato condannato in passato a 2 anni nell’operazione denominata “Flash” che ha fatto luce sull’usura ai danni del fotografo Nello Ruello, poi divenuto testimone di giustizia. Tutti gli imputati menzionati sono di Vibo Valentia.

Giornalista
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