L’operazione

‘Ndrangheta, la malavita lucana legata ai clan Pesce-Bellocco e Grande Aracri: 38 misure cautelari

È quando emergerebbe dall’inchiesta conclusa questa mattina dalla Dda di Potenza. Le famiglie calabresi avrebbero avuto contatti e influenze in Basilicata

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di A. A.
29 novembre 2021
11:49

Il presunto clan mafioso “Martorano-Stefanutti” avrebbe avuto contatti con le cosche di ‘ndrangheta dei Pesce-Bellocco di Rosarno e dei Grande Aracri di Cutro. È quanto emerge dall'inchiesta giudiziaria coordinata dalla Dda di Potenza, diretta dal procuratore capo Francesco Curcio, che nella giornata di oggi ha portato all'esecuzione di 38 provvedimenti cautelari, di cui 28 arresti con custodia in carcere, 9 arrestati ai domiciliari e un divieto di dimora nella provincia di Potenza.

Alle indagini hanno partecipato gli agenti delle Squadre Mobili di altri venti capoluoghi di tutta Italia e dei reparti prevenzione crimine di Lazio, Campania, Umbria, Abruzzo, Puglia, Sicilia e Calabria, di due unità cinofile e di un equipaggio eliportato di Reggio Calabria.


Le accuse a vario titolo sono di associazione per delinquere finalizzata al traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsioni, detenzione e porto illegale di armi da fuoco, danneggiamento seguito da incendio ed altro, aggravati dall’agevolazione e dal metodo mafioso.

In carcere sono finiti Renato Martorano e Dorino Rocco Stefanutti, presunti esponenti di vertice del sodalizio mafioso, che di recente erano stati scarcerati.

I legami con la ‘ndrangheta del clan Martorano-Stefanutti

Secondo quanto accertato dagli investigatori, la presunta cosca operante nel territorio di Potenza aveva legami forti con due famiglie di ‘ndrangheta molto potenti in Calabria, ma più in generale in tutto il panorama italiano.

Parliamo, come detto, dei Pesce e Bellocco della Piana di Gioia Tauro e dei Grande Aracri, egemoni in provincia di Crotone e ormai infiltrati nel tessuto economico-sociale dell'Emilia Romagna, del Veneto e della Lombardia.

Dalle carte dell'inchiesta emerge che nel tempo è stato intessuto «un consistente e duraturo rapporto di collaborazione criminale coltivato negli anni specie nel settore elettivo dei videogiochi - hanno spiegato gli inquirenti - per il quale la Dda potentina ha già svolto in passato altra indagine che ha portato nel corso di quest'anno alle prime sentenze di condanna, tra gli altri, nei confronti dello storico capo del clan calabrese, Nicolino Grande Aracri e di soggetti a lui vicini».

Altre proiezioni criminose extraterritoriali «risultano investire esponenti sia della mafia siciliana, legati al sodalizio dei Santapaola di Catania, sia di sodalizi e operativi in Puglia e Basilicata».

L'indagine si è sviluppata con intercettazioni telefoniche e telematiche, pedinamenti tradizionali e a distanza, Gps, acquisizioni documentali, numerosi interrogatori di testimoni e collaboratori di giustizia che si sono dissociati dai sodalizi mafiosi lucani, calabresi e siciliani di rispettiva appartenenza.

Durante le investigazioni sono stati acquisiti documenti contenenti veri e propri riti di affiliazione, regole, organigrammi e ruoli di vertice delle cosche della ’ndrangheta.

Quel sindacalista “braccio armato” della cosca di Potenza

Tra le persone arrestate c'è anche il sindacalista Rocco Della Luna della Uil, (ora si trova ai domiciliari) ritenuto «il braccio armato» del clan Martorano-Stefanutti nella gestione "addomesticata" dei dipendenti della società "Kuadra", che in passato è stata affidataria dei servizi di pulizia presso l'ospedale San Carlo di Potenza, il più importante della regione. Alla conferenza stampa ha partecipato anche il prefetto Francesco Messina, Direttore centrale anticrimine della Polizia, il quale ha sottolineato che «in Italia non ci sono aree libere da sodalizi. I legami tra queste organizzazioni - ha aggiunto - sono maturate durante le detenzioni e questo deve far riflettere».

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